STORIE DI DONNE STRAORDINARIE.
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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STORIE DI DONNE STRAORDINARIE.

Clotilde Peani


Clotilde Peani nasce a Torino il 18 aprile 1873, mentre una crisi economica semina disperazione e il liberista Marco Minghetti, per quadrare il bilancio, non taglia le spese militari, ma i fondi per la scuola e impone tributi e balzelli ai ceti popolari. Clotilde, figlia di povera gente, ha il futuro segnato. A scuola va quanto basta per leggere, scrivere e far di conto, ma in fabbrica le sono maestri i «sovversivi»; studia opuscoli e giornali proibiti e capisce che il lavoro è sfruttamento, ma anche emancipazione. Quando rifiuta di essere «angelo del focolare», per la polizia diventa donna «di cattiva condotta morale» ed è malvista dalla società della “Belle époque”, che, trasgressiva nel “café chantant”, esclude le donne dalla cosa pubblica e le rinchiude nel limbo delle mura di casa. Una società ipocrita, fatta di madri e sorelle sante, di mogli vigilate e donne libere ridotte al rango di prostitute e cocottes.

La fine del secolo dona a Clotilde una vita nuova. L’incontro con Dionigio Malagoli, un anarchico con cui vive a Napoli «more uxorio», come annota sprezzante e allarmata la polizia, nasce da un affetto profondo, ma la giovane Clotilde non è pronta a fermarsi. I due infatti si separano presto e Clotilde parte per Londra dove si forma alla scuola dell’anarchismo internazionale e frequenta per la redazione dell’autorevole «Les Temps Nouveaux». Nel 1905, quando lascia l’Inghilterra col falso nome di Angela Angeli è un’antimilitarista convinta e convincente, incompatibile con la morale puritana e maschilista dell’Italia liberale.

Giunta in Toscana, frequenta il fior fiore del «sovversivismo» locale, tiene giri di propaganda e affollate conferenze, poi, fermata a Livorno, torna a Napoli, ritrova Malagoli, l’uomo della sua vita, e nel 1906 torna alla militanza. Coperta da un falso nome – ora si chiama Angiola Mallarini – fa circolare la stampa antimilitarista ed è applaudita conferenziera al circolo «Germinal» di Pisa, a Roma, Milano, Londra e Parigi. «Come donna, riferisce un questurino, è pericolosa, perché suscita eccitamento tra la folla e con la sua audacia può trascinare i compagni». A dicembre del 1910, dopo anni di lotte, è schedata come «sovversiva pericolosa», ma è in prima fila contro la guerra e contro il fascismo, mentre la violenza squadrista insanguina le piazze. Nel 1923, quando la polizia fascista nota che «fa vita ritirata», è vedova, ha cinquant’anni e quattro figli cui badare, ma non si è arresa. Nel 1925 benché «tormentata da problemi di salute che spesso la tengono a letto, ha contatti con gli anarchici» e cinque anni dopo non la fermano le perquisizioni, ma un esaurimento nervoso che il regime trasforma in «squilibrio mentale” – tra i sovversivi è ormai un’epidemia – per seppellire Clotilde nell’ospedale psichiatrico provinciale. Nel calvario inatteso, la donna non è sola. In manicomio, per ignoti legami tra sovversione e pazzia, trova compagni di fede e sventura e qualche «oppositore occasionale», sepolto a vita per due parole nate dal vino o dall’ira. Teresa Pavanello, mentre il duce parlava alla radio di guerra, ha urlato: «Lui fa i discorsi e la gente va a morire». Al confino l’ha presa poi «un delirio cronico d’interpretazione» che la medicina non spiega; è un morbo senza sintomi: sta nell’ombra, poi esplode. La sua origine vera però è nei meandri d’un regime che rifiuta «sbandati», «irregolari» e dissenzienti e riduce alla disperazione chi si oppone.

Con la Peani, nei tragici corridoi del manicomio vagano Tommaso Serino, un disoccupato sorpreso a criticare il regime e d’un tratto «impazzito», e Salvatore Masucci, un socialista, che ha affrontato armi in pugno i fascisti e non ha avuto scampo: confino, carcere e manicomio. Con loro, Vincenzo Guerriero, anarchico irriducibile, schiantato dal manicomio, dopo che a Ustica, Tremiti e Ventotene non s’era piegato. Ormai – scrive la Questura – non è «in grado di concepire un’idea politica». E’ il 1930: Londra, Parigi, le conferenze, tutto per Clotilde Peani è lontano. Dove ha fallito il manganello, hanno fatto centro manicomio, camicia di forza e farmaci convulsivanti.

L’ultima notizia è del 1942: Clotilde è ancora ricoverata e tutto lascia credere che lì sia finita per sempre senza sapere nemmeno che i suoi figli furono tutti partigiani. A Napoli, a Port’Alba, dove a lungo ha trascorso i suoi giorni, né un fiore né un marmo ricordano ai giovani che passano il suo nome e il suo impegno per un mondo migliore.

Emilia Buonacosa

Emilia Buonacosa nasce a Pagani il 19 ottobre 1895. Abbandonata dai genitori e adottata da una famiglia di lavoratori in anni di crisi economica, frequenta a stento le elementari. Ai primi del ‘900, le riforme di Giolitti evitano uno scontro sociale e nel 1911, quando Emilia entra in fabbrica, per i minorenni la legge vieta turni di notte e mansioni rischiose e limita l’orario a dodici ore con due di pausa. La giovane donna difende con i compagni i diritti conquistati da padroni aggressivi ma il lavoro è così rischioso, che un incidente la priva del cuoio capelluto. Nel 1921 Emilia è a Milano col tipografo Federico Giordano Ustori, che, accusato di un attentato e assolto dopo un anno di carcere, va a vivere con Emilia a Nocera. Tornati a Milano per l’ostilità dei fascisti, nel 1924 si sposano, ma con le leggi «fascistissime» fuggono in Francia.

A Parigi «casa Ustori» è un riferimento per molti fuorusciti e quando Ustori denuncia la persecuzione degli anarchici nell’URSS, definendo il bolscevismo «spietato necroforo della rivoluzione», Emilia è con lui. Il 2 novembre 1930, Federico muore a soli 39 anni, Emilia si trova accanto tanti antifascisti, da Treves, che ebbe Ustori linotipista alla «Libertà», a Piero Montanini, che, a nome della Concentrazione Antifascista, promette di riportare a casa, nel giorno della vittoria, Federico, Amendola, Gobetti e i tanti operai che, testimoni del sacrificio popolare, sono morti in esilio. Sparita «Casa Ustori» dalla «geografia politica» di Parigi, Emilia trova lavoro presso Ettore Carozzo, editore ed emigrato politico e non si allontana dai fuorusciti.

Antifascisti gli amici, antifascista il datore di lavoro, tutto nella sua vita ha un colore politico, anche i luoghi frequentati. In un caffè in via Diderot, ritrovo di fuorusciti, nel 1932 incontra Pietro Corradi, che curerà le ferite d’una donna sofferente.

Vicina a «Giustizia e Libertà», la Buonacosa frequenta gli anarchici Bruno Gualandi e Renato Castagnoli e il medico Temistocle Ricciulli. Interrogata su tali amicizie, anni dopo dirà di non conoscere anarchici. Ricorda  il medico perché nel 1935 le ha curato una polmonite. In realtà, hanno combattuto i franchisti. Tornata a Parigi nel 1938 Emilia procura documenti e rifugi per i reduci in fuga dalla Francia. Sa di rischiare e il 2 gennaio 1940 avvisa un’amica: «quelli […] considerati i più sinceri fra gli amici […] oggi cercano di pugnalarti alla schiena».

L’attacco italiano alla Francia la trova straniera in un Paese in guerra col suo e il 9 luglio 1940, come ha previsto, un «amico» la vende ai tedeschi. Incarcerata ad Aquisgrana, il 9 ottobre è in mani fasciste. A Napoli, a novembre, nega tutto: l’attività antifascista, la Spagna e le riunioni di «Giustizia e Libertà». Il 2 dicembre 1940, quando è spedita al confino per cinque anni, non ha un legale, l’accusa non esibisce prove e un medico attesta che non ha problemi fisici e psichici ed è idonea al regime del confino. La Buonacosa ricorre: le accuse sono solo ipotesi, la condanna è «enorme e inumana», perché non si è giudicato un «atto violento» e si sono ignorati l’infortunio e il bisogno di cure. Il ricorso e la richiesta di espiare la pena in un luogo in cui i familiari possano aiutarla a curarsi sono respinti.

Giunta a Ventotene il 13 dicembre 1940, ottiene che un medico attesti il bisogno di cure e di una parrucca. Inizia così una battaglia per le regole, che sembra rendere la confinata più libera dei suoi carcerieri, servi d’un regime in cui il diritto coincide col potere e il potere nasce dalla forza bruta. La sua prima richiesta – «un sussidio di vestiario» – chiama i carcerieri al rispetto dei vaghi «principi umanitari» della finta «civiltà fascista»: se manca di tutto, è perché la polizia l’ha trascinata via senza lasciarle prendere le sue cose e il medico ha ignorato il suo infortunio. Tocca al Ministero ritrovare le sue valigie perse nel carcere tedesco e pagare per la parrucca rotta.

Sebbene sofferente, la donna insiste. Per le cure, propone, potrebbe stare più vicina ai suoi e andare a Napoli per la parrucca. Se non si vuole, dovrà «abitare da sola, perché è umanamente impossibile vivere con altre donne». Benché il prefetto di Littoria approvi il viaggio e il medico scriva che la «psicoastenia a sfondo depressivo, nell’ambiente in comune con altri confinati», può «indurre al suicidio», il Ministero nega il trasferimento. Emilia vacilla – «vivo in penosissime condizioni», ammette – ma non cede e torna sulle valigie smarrite, in cui c’era il suo corredo, costato anni di lavoro e del quale, nonostante le ricerche promesse, non sa nulla. Quando infine si decide di condurla a Napoli, si scopre che manca la scorta. Per otto mesi, afflitta dal timore del «ridicolo per le deprecabili condizioni della parrucca» e da dolori alla testa, la donna resiste e frequenta gli «anarchici più pericolosi della colonia». Il calvario termina il 19 agosto 1941, quando, partita per Napoli, torna con una parrucca nuova.

Ai primi del 1943, il Ministero le invia un sussidio di 150 lire e lascia che scriva a Parigi al Corradi, il quale, per aiutarla, le ha venduto dei mobili, ma la donna critica prontamente il cambio con la moneta francese, così sfavorevole, da scoraggiare altre vendite. Meglio conservare ciò che ha, scrive al Ministero, altrimenti, dopo il periodo di confino, «mi troverei senza casa e senza possibilità di formarmene un’altra». A questo punto il regime, deciso a demolire la resistenza della donna, colpisce dove i nervi sono scoperti e il dolore più vivo.

Ora la guerra si sente anche sull’isola. Costretta a bere acqua di mare bollita e a mangiare foglie di fichidindia cotte, l’unica pianta che cresce abbondante, la Buonacosa peggiora e il sistema nervoso già debole per l’infortunio, le procura vertigini e oscuramenti della vista. Per curarla, il medico prescrive farmaci e vitto speciale, ma il direttore, Marcello Guida, aguzzino degli «ostinati», come Terracini, la Ravera e la Buonacosa, ritarda l’invio delle richieste a Roma. Fascista convinto, sa che il regime vuol punire la donna ed esercita con ferocia il suo potere. Il rifiuto più amaro giunge quando i genitori chiedono di rivederla e la Buonacosa implora il duce: «La devozione per il Regime li raccomanda. Non vorrete negare una consolazione».

Mussolini rifiuta, come già tempo prima, quando Emilia gli aveva scritto che la madre poteva d’un tratto mancare e «sarebbe troppo grande dolore per me e per lei, qualora non ci fosse dato di vederci almeno una volta ancora». Un rifiuto riceve dal duce anche la madre, che il 29 aprile 1942 gli confida l’ansia terribile «per il figlio combattente, che non scrive dal mese di novembre». Non «avrò molto da vivere», aggiunge la donna e «vorrei vedere la mia cara figlia adottiva che non ho potuto abbracciare da 16 anni».

Alla clemenza, che può sembrare debolezza o ammissione di colpa, i tiranni preferiscono spesso la crudeltà, sicché il senso di umanità cede il passo alla ferocia. Disumana è la risposta di Mussolini: la «domanda per ottenere una breve licenza a favore della Buonacosa Emilia non è stata accolta». La confinata resiste, finché, Guida sente morire il regime e abbandona la nave che affonda. Passi felpati, ma chiari: i diritti non più legati alla sottomissione faranno dell’aguzzino un «esecutore d’ordini». Il braccio di ferro con Emilia non ha più senso e il 27 giugno 1943, dopo che Roma ha deciso di liberare i «politici» meno «pericolosi», benché sia molto attiva e stimata dalle compagne, la inserisce in un elenco di 140 confinati ai quali  commutare in ammonizione la pena.

La notizia dell’arresto di Mussolini giunge a Ventotene il 26 luglio e gli antifascisti, formato un comitato, si recano dal Guida, che, tolto il quadro del duce dall’Ufficio e il distintivo fascista dalla giacca, d’un tratto cortese, accetta le condizioni poste dai confinati. Mentre Badoglio, incalzato dai partiti risorti, libera i prigionieri politici, ma «dimentica» gli anarchici, a Ventotene Emilia protesta vivamente e in nome delle «mutate condizioni politiche» chiede la liberazione. Il 23 agosto 1943, lasciando Ventotene, crede di tornare a casa. L’attendono invece le macerie e i morti di Formia bombardata e il campo di Fraschette d’Alatri, con migliaia di internati, per lo più donne e bambini.

La Buonacosa, che ha tenuto testa a Guida, è un riferimento per le slave, giunte con lei da Ventotene e a nome suo e delle compagne malate e prive di cure, ricorda al vecchio fascista  Badoglio un titolo che ora impone rispetto: la sua strenua lotta al fascismo. Noi tutte, scrive, «protestiamo energicamente contro questo trattamento e chiediamo la nostra immediata liberazione come confinate ed internate politiche». Il senatore Umberto Ricci, però, ex prefetto di Mussolini e ministro dell’Interno di un governo pronto alla fuga di fronte ai nazisti, prende tempo. Invano il 31 agosto da Fraschette chiedono che fare di Emilia Buonacosa, che, giunta al campo 24 agosto, per il direttore è ancora una «politica». L’ordine di liberarla parte da Roma il 7 settembre, mentre il governo prepara la fuga, e giunge al campo il 4 novembre, quando gli eventi bellici impediscono che Emilia torni a casa.

Tornata a Pagani il 7 agosto 1944, la donna abbandona lentamente la militanza attiva, mentre il sipario cala sulla sua vicenda umana e politica. Poco prima della Liberazione, Nenni le scrive, promettendo di andare a farle visita, ma non lo farà. Di lì a poco, quando Emilia chiede il passaporto per un viaggio a Parigi, il prefetto di Salerno, fermo al ventennio, scrive a Romita, socialista come Nenni e ministro dell’Interno, che Emilia Buonacosa, «pericolosa alla sicurezza pubblica e agli ordinamenti dello Stato», confinata a Ventotene, fuggì quando gli Alleati liberarono l’isola e conclude con parole terribili: «in atto, serba buona condotta in genere e non dà luogo a rilievi».

Per le autorità, quindi, La Buonacosa è una «fuggiasca» sorvegliata. La melma in cui rimesta il prefetto non può sfiorare la «vedova Ustori», che parte per Parigi, rivede i compagni e la tomba del marito, poi torna a casa. Su quella melma, però, poggia in parte l’Italia nuova, che in anni di lotte migliaia di «sovversivi» hanno provato a costruire. Una melma destinata a riaffiorare, se nel 1959, con Segni Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno e Tambroni al Tesoro, il fascicolo di Emilia «vive» ancora. E’il Tesoro che, per decidere sul diritto alla pensione assegnata ai perseguitati politici, chiede agli uomini di Segni notizie sulla donna. Nella domanda Emilia ha ricordato tutto: l’espatrio, l’arresto e il confino, ma gli uffici di Segni copiano note fasciste ed è chiaro: nella vita di Emilia, come nel suo eterno fascicolo, il «passato non passa», l’antifascismo minaccia le Istituzioni e la «sovversiva» rimane la «donna di facili costumi, capace di azioni delittuose» che «convisse more uxorio con un tipo politicamente pericoloso».

Si chiude così un fascicolo che conduce difilato al 12 dicembre 1969, a Piazza Fontana, agli anarchici di nuovo in catene, a Valpreda, a Pinelli, staffetta partigiana e antifascista come Emilia e ai morti di Milano, che aprono quella che Zavoli chiamò «notte della repubblica». La notte in cui, incredula, alla televisione, Emilia vede il fango del ventennio che riemerge e riconosce Marcello Guida, l’aguzzino di Ventotene. Questore di Milano, indaga sull’attentato e colpisce ancora gli antifascisti.

Emilia muore il 12 dicembre 1976, ancora «pericolosa» per istituzioni in cui si muove libero Marcello Guida, protetto da «omissis» e segreti di uno Stato di cui è ad un tempo simbolo di continuità e naturale nemico[1].

Fonti e Bibliografia

ACS, Confino, f. 164; Necrologio in “Umanità Nova”, 6-3-1977; Rosa Spadafora, Il popolo al confino, Athena, Napoli, 1989, pp. 105-106; Giuseppe Aragno, Emilia Buonacosa, in AA.VV. Dizionario biografico degli anarchici italiani, Biblioteca Serantini, Pisa, 2003, I, p. 274; Idem, Antifascismo e potere. Storia di storie, Bastogi, Foggia, 2012, pp. 53-72; Annunziata Gargano, Resistenze. Esperimenti di microstoria attraverso tre biografie, Ippogrifo, Sarno, 2012. Ilaria Poerio, Vania Sapere, Vento del Sud. Gli antifascisti meridionali nella guerra di Spagna, Istituto Ugo Arcuri, Cittanova, 2007, p. 233.


[1] Guida, passato dal fascismo alla Repubblica senza dar conto del suo operato, morì nel 1990.