SINISTRA: STRATEGIA O TATTICA? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SINISTRA: STRATEGIA O TATTICA? da IL MANIFESTO

Se la strategia si riduce a tattica per le elezioni

Sinistra . Nel nostro orizzonte è una coalizione elettorale a diventare oggetto di strategia; una congiuntura piuttosto che una struttura. Una congiuntura dove l’autoconservazione dei già eletti, quasi sempre dirigenti ai livelli più alti dei club politici che decidono le modalità della coalizione, assume un aspetto centralePaolo Favilli  24.03.2021

Dopo aver negato giustamente (opportunamente?) la fiducia al governo Draghi, molti dei dirigenti di Sinistra italiana hanno ribadito che ciò non metteva in discussione la loro «strategia», cioè il mantenimento per il futuro di un asse, strategico appunto, con una coalizione a centralità Pd.
Nel linguaggio di più di un secolo e mezzo di storia del movimento operaio i termini «tattica» e «strategia» sono stati utilizzati in maniera distinta, ma, nello stesso tempo, all’interno di una concezione coerente del loro svolgimento.

La «strategia» rappresentava l’aspetto profondo, la funzione storica del movimento contrapposta alle logiche, altrettanto profonde, in cui si manifestavano le diverse forme di accumulazione del capitale. La ragion d’essere, insomma, della totale autonomia teorica e politica relativa ad un’altra progettazione della modernità.

Nel nostro orizzonte è una coalizione elettorale a diventare oggetto di strategia; una congiuntura piuttosto che una struttura. Una congiuntura dove l’autoconservazione dei già eletti, quasi sempre dirigenti ai livelli più alti dei club politici che decidono le modalità della coalizione, assume un aspetto centrale.

Ora, per un partito che ha voluto chiamarsi con l’ambizioso nome di «Sinistra italiana», che si trova ad operare in un paese dove la sinistra non ha nessuna influenza sui processi di mutamento economico-sociale in corso, dove al massimo può costruire una nicchia istituzionale, quale dovrebbe essere l’obiettivo prioritario realmente strategico? Impegnarsi, ovviamente, nella ricostruzione di un più generale soggetto politico che dia davvero senso al nome scelto per la propria componente. Una visione strategica che, proprio in quanto tale, nulla ha a che fare con i travagli all’interno del Pd.

Il Pd è un «partito governativo di centro», come l’ha definito, con ragione, la direttrice di questo giornale (16 marzo), come lo definiscono tutti coloro che fanno riferimento a disamine empiricamente fondate.

Il fatto che ci siano molti che lo negano, un po’ come succede per i no-covid, appartiene ad una dimensione psico-ideologica, a interessi di posizionamento politico. «Si tratta di puri artifici retorici (…) creati per illudere i bacini elettorali un tempo di riferimento» (L Michelini, Critica del liberismo italiano, 1990-2020, Fondazione Feltrinelli 2020). Questioni del tutto estranee tanto ad analisi teorica che ad analisi storica. Per quanto riguarda l’aspetto teorico esiste ormai una vasta letteratura di studi seri sulla completa organicità del Pd alla temperie culturale neo-liberale.

L’esame attento della storia di trent’anni delle varie «cose» e poi del Pd, prova empiricamente come tale temperie si sia risolta con coerenza nella concretezza delle scelte di politica economica.

Persino Mario Tronti, che pure la lunga vicenda delle «cose» ha attraversato da interno, dice ora che una grande sinistra di alternativa «manca in Italia da ormai tre decenni», e che il Pd avrebbe «bisogno di «diventare altro» da ciò che è (Riformista, 15 maggio). Quello di Tronti, però, non può essere che pensiero desiderante, perché l’identità profonda di un partito che, nelle varie denominazioni, ha trent’anni di storia è quella storia stessa. Sul tema dell’identità plasmata da tale storia sono possibili solo variazioni, che possono avere una qualche influenza sulla tattica relativa alle possibili coalizioni, ma nessuna sulla necessità strategica.

D’ altronde Letta è stato molto chiaro sulle caratteristiche della coalizione: «a guida Pd» e con una geometria disegnata tra i limiti di Calenda e Renzi da una parte e Fratoianni dall’altra, con quest’ultimo soddisfatto «che si rilanci la costruzione di un’alleanza plurale e larga» (il manifesto, 17 marzo). Naturalmente ha subordinato l’operazione al raggiungimento di un accordo su un programma che, per il suo partito, non può che avere caratteristiche di sinistra, suggerendo la necessità che nella definizione del programma non si possa prescindere dall’esigenza di ragionare sul «grande tema che ruota intorno al capitalismo e alle sue prospettive». Questione del tutto essenziale sul piano strategico.

Si tratta però, ancora, di un pensiero desiderante riguardo a una coalizione nella quale tutte le altre componenti considerano l’uso della categoria «capitale» in quanto criterio interpretativo di politica e storia al pari di una bestemmia in chiesa. Come pensa il segretario di «Sinistra italiana» di sciogliere questo nodo che sta alla base del suo modo di coniugare la tattica con la strategia?