SINISTRA E CRISI STRUTTURALE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
5246
post-template-default,single,single-post,postid-5246,single-format-standard,stockholm-core-2.2.0,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-7.9,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.6.0,vc_responsive

SINISTRA E CRISI STRUTTURALE da IL MANIFESTO

In una crisi strutturale, lo Stato deve rimodellare l’intera architettura

Gli approcci neoliberisti ostili allo Stato, ma anche quelli “mainstream” per i quali deve limitarsi a fornire attività regolatoria e incentivi, sono tutti inadeguati.Laura Pennacchi  13.03.2021

Lo slancio progettuale e la curvatura ideale che Enrico Letta, se ne verrà eletto segretario, dovrà imprimere al Pd bisognoso, di rinascita in termini sia di identità sia di strategie, sono esemplificati da due questioni cruciali: il rilancio della “piena e buona occupazione”, il ruolo dello Stato adeguato a questo scopo. Da queste due questioni si misurerà anche la portata del profilo riformista del governo Draghi, di cui del resto, nella maturazione degli ultimi anni, egli stesso ci ha fornito elementi per interpretazioni non univoche, pertanto da non dare per scontato ma da sottoporre a ricostruzione e a vaglio.

L’obiettivo della “piena e buona occupazione”- colpevolmente dismesso da decenni anche da governi di centrosinistra subalterni al blairismo e al neoliberismo temperato – va rivolto in primo luogo a giovani e a donne, i soggetti da troppo tempo trascurati e i più colpiti da una devastazione pandemica le cui distruttive conseguenze, se non invertite, rischiano di radicarsi strutturalmente. Pertanto esso oggi richiede l’assunzione di una “progettualità” grandiosa, sulle tracce autentiche del New Deal di Roosevelt, il cui ritratto non a caso ora campeggia nell’ufficio alla Casa Bianca alle spalle di Biden.

Tale progettualità, centrata sul lavoro, va finalizzata all’ideazione di un “nuovo modello di sviluppo” – più orientato alla domanda interna, ai bisogni sociali insoddisfatti, ai beni pubblici e ai consumi collettivi, al cui soddisfacimento debbono essere indirizzati lo sviluppo tecnologico e l’innovazione – e pertanto non può ricorrere solo a misure incentivanti volte a stimolare indirettamente la generazione di lavoro (incentivi fiscali, decontribuzioni, bonus, trasferimenti monetari e altro), ma richiede strategie di “creazione diretta” di lavoro, mediante un insieme articolato di progetti, promosso e veicolato dall’operatore pubblico che è l’unico che lo può fare, purché articolato in una architettura istituzionale plurale, aperto alla creatività, all’inventiva, allo “sperimentalismo istituzionale”, proprio come fece Roosovelt con il New Deal.

E qui vengo alla questione del ruolo dello Stato nei tempi odierni. Compiti così immani, ma anche così affascinanti, possono essere svolti da uno Stato che si dia come principio ispiratore prevalente quello della competitività? Eppure, questo è il principio ispiratore dominate negli approcci tradizionali alla questione del ruolo dello Stato, riproposti anche di recente per esempio da Giavazzi, Tabellini, Cottarelli.

In realtà, oggi appaiono inadeguati non solo gli approcci neoliberisti smaccatamente ostili allo Stato, ma anche quelli main stream coincidenti con l’idea che lo Stato debba limitarsi a fornire al mondo produttivo attività regolatoria e incentivi indiretti o con la convinzione secondo cui di politica pubblica (come quella industriale) si può parlare unicamente in termini di regole della concorrenza (antitrust, privatizzazioni, difesa dei diritti proprietari ecc.) o di finanziamento della ricerca di base e degli investimenti infrastrutturali.

Uno dei difetti maggiori di tali approcci è che da una parte immaginano interventi pubblici “circoscritti” e “occasionali” (come circoscritti e occasionali sarebbero i fallimenti del mercato mentre essi nella realtà sono “pervasivi” e “strutturali”), dall’altra parte ignorano un elemento fondamentale della storia delle innovazioni: in molti casi decisivi il governo non ha soltanto dato “spintarelle” o fornito “regolazione”, ha funzionato come “motore primo” delle innovazioni più radicali e della creazione di lavoro.

Come è avvenuto nei precedenti grandi cicli tecnologici, oggi per le tecnologie verdi, farmacologiche e sociali per l’avvio di un “nuovo modello di sviluppo” l’intervento dello Stato deve essere non solo “facilitatore” e alimentatore di condizioni permissive, ma creatore diretto, motore e traino dello sviluppo. Questo è, del resto, l’impianto che sorregge il Next Generation Eu, che non a caso ha il suo baricentro negli investimenti pubblici.

Al contrario, gli approcci tradizionali si fondano sull’idea che, quando si tratti di mercati perfettamente concorrenziali, questi bastino a se stessi. Invece ci sono molte situazioni in cui semplicemente i mercati non possono soccorrerci. E ciò è ancora più vero quando – come nei tempi presenti segnati dalla tragedia del coronavirus e dalla persistenza di populismi anti-sistema – la strutturalità della crisi fa avanzare l’esigenza di un’analoga strutturalità nel ridisegno della composizione della produzione e del modello di sviluppo, quando cioè le economie vanno rimodellate dalle fondamenta: il mercato non può domandare prodotti che nessuno sa se siano possibili e, d’altro canto, non si può assistere inerti al manifestarsi delle implicazioni del sovvertimento del mondo in atto. Tanto più che molte di queste implicazioni hanno uno straordinario potenziale positivo che spetta a una politica rinnovata e nobilitata far maturare e cogliere.

Al Letta di governo si risponde con una forza di sinistra

Processo di governo. L’avvento di Enrico Letta rappresenta un salto di qualità in negativo per l’intero Pd, sempre più sospinto da una scelta governista che si è venuta via via rafforzando per diventare l’unica strategia di quel partitoAlfonso Gianni  13.03.2021

L’avvento di Enrico Letta alla segreteria del Partito democratico non è un semplice passaggio di consegne dettato dalle dimissioni di un deluso Nicola Zingaretti e dalla assenza di altri candidati che potessero acquietare le turbolenze delle varie correnti. Rappresenta un salto di qualità in negativo per l’intero Pd, sempre più sospinto da una scelta governista che si è venuta via via rafforzando per diventare l’unica strategia di quel partito. Ha ragione Cuperlo nel constatare che “da quindici anni non vinciamo un’elezione politica e nonostante ciò per oltre undici di questi quindici anni siamo stati al governo del paese”. Ma il pericolo che il governo diventi il fine e non il mezzo è realtà compiuta e bisogna trarne le dovute conseguenze.

Il Pd ha accettato la convivenza governativa con la Lega, ma non poteva sopportare di perdere peso nel governo Draghi, come è accaduto soprattutto con l’esautorazione di Gualtieri dal ministero dell’Economia, neppure salvato dall’accredito che poteva vantare a livello europeo.
La chiamata di Letta come salvatore di una barca che fa acqua è una ulteriore spinta lungo la deriva governista. Se finora erano i segretari del Pd a diventare presidenti del Consiglio, questa volta il percorso è inverso. Da partito-stato a stato-partito, si potrebbe dire con un po’ di ironia. I mass-media si sono sbizzarriti a trovare convergenze fra Draghi e Letta, unificandoli nel filone “riformista”.

Viene ricordato che Letta fu uno degli allievi prediletti di Beniamino Andreatta, il celebrante del divorzio fra Tesoro e Bankitalia e Draghi fu, negli anni Ottanta, consigliere del ministro del Tesoro del tempo e nei Novanta direttore generale di quel ministero – dalla cui tolda di comando diresse la campagna delle privatizzazioni – per poi nel 2006 giungere alla presidenza di Bankitalia. Il nuovo assetto dirigente del Pd serve quindi ad assicurare solidità e durata al governo Draghi, cercando anche di frenare l’esuberante protagonismo di Salvini.

Ma se questo è il quadro che si sta delineando, si avverte ancora di più la mancanza di una sinistra nel paese. Cui non si può rispondere immaginandosi improvvisi ripensamenti in casa Pd o affidandosi alle improbabili Agorà di Goffredo Bettini, cui invece Mario Tronti, in una recente intervista giornalistica, sembra dare credito. Né si può sperare che sommando le microforze esistenti alla sinistra del Pd si riesca a scavallare i prossimi appuntamenti elettorali, siano essi amministrativi che nazionali – legge elettorale permettendo in questo secondo caso – e sulla base di questo ridare fiato a una forza di sinistra.

Le esperienze passate, anche quando hanno superato il quorum, dimostrano che non è dalle urne che parte una nuova soggettività politica. C’è un’unica possibilità. Aprire un processo costituente inclusivo, in cui forze più o meno organizzate, associazioni, gruppi, esperienze di lotte territoriali si possano incontrare considerandosi transitorie per raggiungere un esito non predefinito e non predefinibile, essendo appunto il frutto di un processo costituente. Le energie per aprire un simile processo non mancano se si guarda non tanto a ciò che resta della sinistra d’alternativa organizzata, ma soprattutto alla vivacità di azione e di pensiero che è emersa, proprio in questa drammatica crisi pandemico-economica, a livello della società civile. Se si guarda alla conflittualità crescente, con risultati concreti, in settori frammentati come i riders, o allo stesso contratto dei metalmeccanici.

Tanto più appare singolare il credito che i confederali forniscono a Draghi e Brunetta, con l’enfasi posta sul “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale” dal momento che non si vedono né le linee di riforma della P.A. né le novità del contratto rispetto alle precedenti proposte del governo.

Un simile processo deve partire dalla delineazione dei caratteri ideali, politici e programmatici della nuova soggettività di sinistra. Non manca la forza delle idee, ma l’idea della forza.
Lo stato del mondo chiarisce che bisogna ripartire dall’uguaglianza, che non può essere intesa come uno stato di partenza (peraltro l’ascensore sociale non funziona da decenni) ma una condizione da difendere e costruire continuamente. Sapendo che questa ricerca non deve distruggere le differenze ma portarle a valore, come quelle di genere o culturali, sottraendole alla discriminazione.

Deve partire dalla libertà “di”, non solo da quella “da”, esaltando la creatività individuale e collettiva. Deve essere fondata su un moderno spirito internazionalista per sottrarre alla miseria e alla pandemia l’intera popolazione mondiale, sostenendo la lotta per una scelta di sopravvivenza e di luogo di vita, di cui i migranti siano i moderni protagonisti e non solo le vittime.