SINISTRA CERCASI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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SINISTRA CERCASI da IL MANIFESTO

Le conseguenze di una sconfitta storica

No Green pass. Il «governo di tutti» va avanti con la sua agenda neoliberista, ben definita attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), e le piazze si riempiono per dire no al green pass

Luigi Pandolfi  20.10.2021

Quando si dice, a ragione, che la lotta di classe l’hanno vinta i ricchi non bisogna pensare soltanto alle conseguenze che questa vittoria ha avuto sul piano materiale (distribuzione del prodotto sociale, sfruttamento e svalutazione del lavoro, precarietà). C’è anche un dato di coscienza, che rende questa vittoria quasi totale. I dominati hanno finito per interiorizzare il punto di vista dei dominanti, accettando come «naturale» tutto ciò che contribuisce a rendere la loro esistenza grama ed insicura. Se alla base delle relazioni umane ci sono «naturalmente» la competizione e la concorrenza, non può suscitare scandalo che in questa gara qualcuno vinca e qualcuno perda, che qualcuno ce la faccia e tanti altri rimangano indietro.

C’entra qualcosa tutto questo con l’attuale situazione che vive il nostro Paese? Difficile negarlo. C’è stato un momento in cui abbiamo pensato, soprattutto a sinistra, che la pandemia, certificando il fallimento delle politiche neoliberiste e pro-mercato degli anni scorsi, potesse agire da detonatore per un nuovo ciclo di lotte sociali. Illudendoci, per di più, che il nuovo approccio delle istituzioni europee alla crisi potesse contribuire a sanare alcune ferite rimaste aperte dalla crisi precedente.

Era naturale, razionale, aspettarsi un crescendo di mobilitazioni, di iniziative dal basso, per la piena occupazione, contro il lavoro precario, per la sanità pubblica ed i beni comuni, per rovesciare il rapporto tra tecnologia e lavoro vivo. Anche per condizionare le scelte del governo nella pianificazione delle «riforme» che l’Europa richiede per poter spendere i soldi di Next Generation Eu. Niente di tutto questo. Il «governo di tutti» va avanti con la sua agenda neoliberista, ben definita attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), e le piazze si riempiono per dire no al green pass.

Beninteso, ci sono ragioni anche nella protesta contro la «carta verde». Ma è paradossale che in un Paese stremato da un lungo ciclo di riforme antisociali, che entra nella pandemia con le ossa rotte e ne esce letteralmente a pezzi, tra lavoro che non c’è o è sottopagato, frantumato e iper-sfruttato, livelli di povertà vergognosi (quasi sei milioni i poveri assoluti nel 2020 secondo l’Istat) e diritti fondamentali negati, come quello alla salute, soprattutto nel Mezzogiorno, lo scontro sia tra sostenitori e detrattori del green pass, tra vaccinati e no.

E pensare che un tempo le campagne vaccinali segnavano il discrimine tra i governi progressisti, sensibili ai bisogni del popolo, e quelli reazionari, conservatori, oligarchici. Ma tant’è. Le piazze di questi giorni dimostrano che tutto ciò che afferisce alla condizione materiale dell’esistenza – lavoro, casa, reddito – non riesce più a rappresentare il sottostante di lotte generali per il cambiamento della società. Ci sono brillanti episodi di resistenza (ultimo il caso della GKN di Firenze), ma non (più) la coscienza di diritti collettivi da far valere secondo uno spirito di classe.

È una vittoria del neoliberismo su tutta la linea. Non esistono le classi, ma gli individui, imprenditori di se stessi, che rischiano e competono fra di loro per sopravvivere meglio. Ha detto bene Landini dal palco di piazza San Giovanni a Roma lo scorso 16 ottobre, a proposito della competizione distruttiva tra lavoratori, figlia del divide et impera praticato dalle classi dominanti in questi anni. Ma la risposta a questo problema non può venire dagli stessi lavoratori, spontaneamente. Serve il conflitto sociale, da rianimare, e serve la lotta delle idee. E’ anche un problema di egemonia. Quella che il capitale è riuscita a conquistare investendo nella sua «cultura» di parte, spacciata anche come «scienza» nel caso di certe teorie economiche.

Non si capisce quello che sta accadendo nel Paese, squadrismo neofascista compreso, senza tener conto degli effetti devastanti che l’ideologia del capitale ha avuto sulla percezione che di sé oggi hanno i ceti subalterni. Ci tolgono i diritti, ci vogliono schiavi del mercato, consumatori seriali e indebitati, ma quel che conta è non subire l’obbligatorietà del certificato verde. Più di qualcosa è andato storto. E non basterà lo scioglimento di Forza Nuova, purtroppo, per ritornare sul binario giusto.

C’è vita a sinistra del Pd, manca il soggetto unitario

Partiti. È sicuro che il soggetto unificante non si potrà costruire con un misto tra politica delle alleanze, scontri interni, spot un po’ più a sinistra di quelli delle altre forze politiche

Roberto D’Agostino  20.10.2021

Tra le innumerevoli analisi che sono state fatte del dopo voto ne manca una: quella che riguarda la scomparsa della sinistra. Viene riconosciuto il successo del Pd e la sua nuova centralità che coincide con la quasi débâcle del movimento 5stelle; si sottolinea come il movimento 5stelle a guida Conte si stia sempre più omologando come forza responsabile di governo che può supportare la centralità egemonica del Pd (ma non si dice nulla rispetto a quale base sociale e a quali interessi il nuovo movimento potrà corrispondere una volta annacquate le pulsioni populiste); si spera che le varie +Europa, Italia Viva, Azione, con l’aggiunta di qualche Carfagna diano insieme vita ad una realtà politica ancora una volta liberal/centrista da aggregare all’interno di una specie di nuovo Ulivo.

In questo quadro la sinistra non viene neppure nominata, semplicemente perché la sinistra come ipotesi organizzata con un proprio peso politico non esiste o è irrilevante.

Le cinque sigle “comuniste” che hanno conquistato ciascuna tra lo zero qualcosa e lo zero qualcosa alle elezioni romane, ma anche il fatto che le formazioni minimamente più strutturate come SI e Art.1 siano scomparse tra le civiche di supporto a Gualtieri, ne sono la plastica dimostrazione.
Ciò detto, i casi sono due.

Può essere che posizioni più a sinistra di quelle che può esprimere il Pd nelle sue articolazioni non abbiano basi materiali a cui corrispondere e dunque non servano. In questo caso il Pd agirà come calamita del pulviscolo che ancora esiste al suo esterno in un processo destinato a concludersi presumibilmente prima delle prossime elezioni politiche.

Può essere al contrario, come io credo, che queste basi materiali esistano, che il Pd, per sua natura, riferimenti sociali e collocazione strategica, non abbia alcuna possibilità di rappresentarle, e che queste basi materiali semplicemente non abbiano ancora trovato una forza capace di esprimerle e di aggregarle.

In questo caso, compito di chi ha una visione del mondo di sinistra, vale a dire di chi pensa che una soluzione ai due temi di fondo della nostra epoca, quello ambientale e quello della crescita ininterrotta delle diseguaglianze, possa essere trovata solo ribaltando gli attuali rapporti tra capitale finanziario e mondo produttivo e ribaltando gli attuali modi di produzione capitalisti, compito di costoro dicevo, è di lavorare indefessamente perché questo punto di vista trovi una ricaduta programmatica e organizzativa e diventi progressivamente egemone dal punto di vista culturale.

Sembrerebbe un compito immane e comunque certamente al di fuori delle forze e della stessa consapevolezza che la sinistra ha mostrato negli ultimi decenni; eppure se usciamo dal nostro particolare vediamo che la letteratura internazionale ha ampiamente elaborato le basi critiche necessarie alla costruzione di un programma politico di questa natura, e che la tripla crisi, economica, pandemica e geopolitica, ne ha generato le basi politiche e sociali. Per dirla un po’ enfaticamente, esiste già un nuovo Marx, rappresentato dal potente pensiero collettivo che ci sta dicendo praticamente tutto su “come funziona il mondo” e quali sono le strade per farlo funzionare in modo diverso; ed esiste quella condizione di crisi generalizzata che prelude e crea le condizioni per un’epoca nuova.

Manca il soggetto che interpreti e organizzi tutto ciò, anche se vi è una pluralità di soggetti che, agendo ciascuno nelle proprie condizioni e dal proprio angolo visuale, già costituiscono il tessuto connettivo consapevole di quel “soggetto inesistente”. E dunque il percorso non dovrebbe essere così lungo: a partire dall’analisi delle contraddizioni del sistema dominante a livello sovranazionale e del suo funzionamento di cui sono a disposizione i termini fondamentali, lo sviluppo di una analisi delle classi e delle articolazioni sociali della realtà italiana potrebbe portare rapidamente ad un programma strategico facilmente comunicabile e unificante delle visioni che alimentano la parte progressista e di sinistra del nostro paese e un programma minimo, o di fase, coerente con quel programma strategico, che ne dimostri la progressiva realizzabilità. Troppo illuminista? Troppo leninista?

È sicuro che il soggetto unificante che riproponga una sinistra decente in Italia non potrà essere costruito attraverso un misto tra politica delle alleanze, scontri interni, tentativi sparsi di collegamento sociale, proposte spot un po’ più a sinistra di quelle che vengono dalle altre forze politiche, un po’ di fondamentalismo ambientalista, un po’ di diritti. Da anni si va avanti in questo modo e i risultati sono sotto agli occhi di tutti.

Un appello del papa che ci riguarda

Movimenti popolari. “Il cambiamento personale è necessario” dice papa Francesco ma ammonisce che “è anche imprescindibile adeguare i nostri modelli socio-economici, affinché abbiano un volto umano, perché tanti modelli lo hanno perso”

 Enzo Scandurra  20.10.2021

Discorso coraggioso e radicale quello tenuto sabato 16 ottobre dal Papa ai Movimenti popolari provenienti da cinque continenti. Discorso a tutto campo che buca i muri del conformismo, della rassegnazione allo status quo e invita i Movimenti popolari a farsi protagonisti del cambiamento: sociale, economico, ambientale.

Discorso che si riallaccia a quelle tre T già annunciate in precedenza (tierra, techo, trabajo): terra, casa, lavoro.

I poveri non aspettano più e vogliono essere protagonisti: piccoli agricoltori e pescatori, braccianti, contadini senza terra ma anche abitanti delle aree periferiche senza casa e con lavori precari. È sbagliato affrontare «lo scandalo della povertà» con strategie di addomesticamento che trasformano i poveri in esseri umani privi di dignità e già nel titolo del suo discorso chiama il popolo del Movimenti sociali «Poeti sociali» perché: «Voi siete poeti sociali, in quanto avete la capacità e il coraggio di creare speranza laddove appaiono solo scarto ed esclusione. Poesia vuol dire creatività, e voi create speranza».

«Il cambiamento personale è necessario» dice papa Francesco ma ammonisce che «è anche imprescindibile adeguare i nostri modelli socio-economici, affinché abbiano un volto umano, perché tanti modelli lo hanno perso».

Secondo Francesco è necessario che si affrontino insieme »i discorsi populisti d’intolleranza, xenofobia, aporofobia – che è l’odio per i poveri –, come tutti quelli che ci portano all’indifferenza, alla meritocrazia e all’individualismo, queste narrative sono servite solo a dividere i nostri popoli e a minare e neutralizzare la nostra capacità poetica, la capacità di sognare insieme».

Andando oltre, Francesco affronta direttamente i problemi attuali ed esorta a sognare «perché in questo momento non bastano il cervello e le mani, abbiamo bisogno anche del cuore e dell’immaginazione: abbiamo bisogno di sognare per non tornare indietro». Perché «Il futuro dell’umanità è in gran parte nelle vostre mani, nella vostra capacità di organizzare, di promuovere alternative creative», aggiunge «I sogni sono sempre pericolosi per quanti difendono lo status quo, perché mettono in discussione la paralisi che l’egoismo del forte e il conformismo del debole vogliono imporre».

Tocca poi un interrogativo in cui tutti noi ci dibattiamo quotidianamente, ovvero come si esce dalla crisi pandemica?: «Da una crisi non si esce mai uguali. Da questa crisi della pandemia non usciremo uguali: o ne usciremo migliori o ne usciremo peggiori, come prima no, certamente vogliamo uscirne migliori, ma per questo dobbiamo rompere i legacci di ciò che è facile e dell’accettazione passiva del “non c’è alternativa”, del “questo è l’unico sistema possibile”, quella rassegnazione che ci annienta, che ci porta a rifugiarci solo nel “si salvi chi può”».

Altro argomento tabù è quello della corsa agli armamenti: «Mi preoccupa il fatto che, mentre siamo ancora paralizzati, ci sono già progetti avviati per riarmare la stessa struttura socioeconomica che avevamo prima, perché è più facile. Scegliamo il cammino difficile, usciamone migliori».

E poi una riflessione sui giovani privi di speranza e di futuro «ci sono molti giovani che sono tristi, che forse per sentire qualcosa in questo mondo hanno bisogno di ricorrere alle consolazioni a buon mercato che offre il sistema consumistico e narcotizzante. E altri – è triste – altri scelgono proprio di uscire dal sistema».

In ultimo Francesco affronta i temi oggi su cui le forze politiche si dibattono: il salario universale e la riduzione della giornata lavorativa.

«Un reddito minino (l’Rmu) o salario universale, affinché ogni persona in questo mondo possa accedere ai beni più elementari della vita. È giusto lottare per una distribuzione umana di queste risorse. l’altra è la riduzione della giornata lavorativa. E occorre analizzarla seriamente. Nel XIX secolo gli operai lavoravano dodici, quattordici, sedici ore al giorno. Quando conquistarono la giornata di otto ore non collassò nulla, come invece alcuni settori avevano previsto».

Che dire? Francesco ancora una volta fornisce un’interpretazione radicale e illuminante e di speranza per scongiurare la catastrofe umanitaria e ambientale.