SAPERE DOVE GUARDARE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SAPERE DOVE GUARDARE da IL MANIFESTO

Sapere dove guardare. Non tanto sostenere il governo di turno

Centro-sinistra. I gruppi dirigenti del Pd come degli altri «bonsai» della sinistra non sono mai usciti da una logica elettorale, finalizzata solo alla gestione dell’esistentePier Giorgio Ardeni  09.03.2021

All’indomani delle dimissioni annunciate da Zingaretti – irritualmente, sui social, per denunciare il suo sfogo al più vasto pubblico – i commenti sono tutti concentrati sulla contingenza politica, sul rischio di implosione di un partito che in soli tre anni ha mutato la sua posizione strategica tre volte e di fatto mostrando che, dopo lo schianto delle ultime elezioni, i pezzi erano stati rimessi insieme solo alla meno peggio.

Qualche giorno fa, già Gianni Cuperlo aveva auspicato che il partito finalmente intraprendesse una «sana traversata del deserto» per capire dove andare. Ma, forse, è ora di chiedersi dove ha voluto andare in tutti questi anni ed è il momento questo di chiederlo a tutti i suoi dirigenti – da Walter Veltroni a Massimo D’Alema, da Pier Luigi Bersani a Matteo Renzi – oltre le dichiarazioni di facciata. Di Matteo Renzi, crediamo di sapere: in direzione ostinatamente blairiana.

Veltroni si è dato alle belles lettres, D’Alema e Bersani si sono chiusi nel loro piccolo, per testimonianza. E gli altri? Un gruppo dirigente dopo l’altro ha seguito rovinosamente la conversione liberale già denunciata da Bobbio, come ricordava qualche giorno fa Nadia Urbinati, invece di continuare «a perseguire la giustizia sociale in nome delle classi popolari». Ma, a ben guardare, non è solo «l’esperimento Pd» a non aver funzionato. Forse che tutti gli altri dirigenti e promotori di sigla dopo sigla a sinistra siano meno responsabili del fallimento di un’idea politica? Perché oggi non solo abbiamo uno, due, più partiti in frantumi, ma un intero progetto che mostra la corda.

Nel giorno in cui l’Istat certifica i primi numeri dell’impatto socio-economico devastante della pandemia, vale la pena prestare un occhio al grafico in quel comunicato. Non solo in Italia ci sono 5,6 milioni di poveri «assoluti» (che in termini correnti significa che non hanno abbastanza da vivere, letteralmente), ma sono 16 anni che non fanno che aumentare (soprattutto dal 2011, pur con un calo nel 2019).

Anni in cui, dal 2011, un partito è stato soprattutto al governo, il Pd. 5,6 milioni sono gli elettori che hanno votato Lega alla Camera nel 2018, poco meno di quelli che votarono Pd (6,1). Cinque anni prima, il Pd aveva raccolto 8,6 milioni di voti e Sel quasi 1,1, ma nessuna riflessione venne fatta sul perché all’emergente M5S ne fossero andati 8,7 milioni (e cinque anni dopo, ben due in più).

Il fatto è che, e qui bisogna ripetersi, né il Pd né le altre formazioni di sinistra hanno avviato una seria riflessione su quei risultati elettorali. Fasce enormi dell’elettorato perdute in cerca di risposte altrove. L’Italia disuguale, l’Italia delle povertà, ma anche l’Italia «produttiva», dei milioni di giovani pieni di idee e con poche chances, l’Italia dei molti ha continuato a essere esclusa dall’Italia dei pochi (incluso chi vuole solo «occupare il Palazzo» e gestire il potere). Il problema non è, ovviamente, quello di essere «forza di governo». Un obiettivo legittimo, ma se accompagnato da una prospettiva, un disegno.

Smessi i panni del «partito del movimento operaio», il principale partito che nacque dalle ceneri del Pci volle sposare una logica «riformista» nell’alveo rassicurante della democrazia liberale.  Le sue successive evoluzioni ne hanno fatto una forza politica vieppiù «di sistema», accettandone la curvatura neo-liberista. Preoccupandosi della «crescita», lasciata al mercato, piuttosto che delle disuguaglianze.

I gruppi dirigenti del Pd come degli altri «bonsai» della sinistra non sono mai usciti da una logica elettorale, finalizzata solo alla gestione dell’esistente. È così mancato il richiamo che doveva esserne alla base: le classi popolari ci sono ancora e sono là che reclamano giustizia ed equità. Una società «civile» le cui bandiere, dismesse, vanno sventolate di nuovo, in una prospettiva «progressista».

La sinistra deve riprendere a muoversi nella direzione giusta. Sapere dove guardare, non solo sostenere il governo di turno e gestire l’esistente. Anche perché mai come oggi, con un esistente in frantumi, occorre proporre un disegno di società nuova, ripartendo dai «fondamentali». E se non lo fa una forza di sinistra, le destre populiste sono già pronte a prendersi il compito, ben liete di poter cancellare decenni di «progresso» che ingenuamente diamo per scontato.

Un anno di tempo per scomporre e ricostruire

Un pensiero sociale. Ogni processo di riorganizzazione si svolge sempre con una fase di scomposizione e poi di ricomposizione. Ben venga, quindi, il fermento che agita tutte le forzeAldo Carra  09.03.2021

Con il governo Draghi, una legislatura instabile – dominata da due soggetti partoriti dall’austerità e cresciuti col sovran-populismo – compie un altro passo verso la sua naturale conclusione.  Lo fa con un governo di “quasi tutti”, con una guida “superiore” e con la doppia conversione all’Europa di M5S e Lega, insieme per cogestire una politica economica espansiva, finanziata e guidata dall’Europa.

Si riparte, perciò, con un quadro politico più pacificato e con un clima di tregua fino alle prossime elezioni. Lo schieramento di centro destra si presenta abbastanza stabilizzato. Una componente più radicale all’opposizione, in grado di cavalcare disagi e malessere saldando neopopulismo e vecchio nazionalismo; e la componente principale che cerca di coniugare moderatismo e leghismo occupando nel governo posizioni chiave per i ceti sociali che rappresenta.

Questo assetto convive anche con piccole formazioni più centriste, ribadendo la volontà di liste unitarie nelle elezioni locali e mantenendo una visione comune sui grandi temi nazionali. Con una così efficace divisione di ruoli tra chi ha incarichi ministeriali e chi si dedica a presidiare la piazza mediatica, tra chi sta al governo e chi sta fuori, può disporre di ampi margini di flessibilità per fronteggiare il corso degli eventi. L’elettore di centro destra ha davanti a sé un’offerta politica unitaria, ma articolata che ne rappresenta le diverse anime e poche ragioni per astenersi dal voto.

Altrettanto non può dirsi per lo schieramento di centro sinistra. Attestatosi, negli ultimi giorni di vita del governo Conte, a difesa di un fortino, assediato dalla pandemia ed attaccato da tutti i lati ed anche dall’interno, questo schieramento deve adesso elaborare il lutto della sconfitta e riorganizzarsi. Abbiamo davanti un anno di stabilità politica e, subito dopo, o elezioni anticipate o campagna elettorale per le elezioni di fine legislatura. C’è tempo, ma poco.

Come essere competitivi col centro destra? Quali interessi, bisogni, soggetti vogliamo rappresentare e rendere protagonisti di questo processo? Come rappresenteremo le vittime delle disuguaglianze e i nuovi disoccupati? Nel nostro campo il big bang è cominciato e si sta manifestando in un crescendo: voto contrario di Sinistra Italiana, uscite da Leu e primi vagiti di un’area verde, implosione del M5s, dimissioni di Zingaretti.

Ogni processo di riorganizzazione si svolge sempre con una fase di scomposizione e poi di ricomposizione. Ben venga, quindi, il fermento che agita tutte le forze. Ma è necessario che esso non resti dentro il palazzo della politica, che coinvolga la società, che crei uno spazio di pratiche comuni e solidali, dove si possano manifestare ed articolare le differenze. Servirebbe un progetto di lavoro comune, un Manifesto di valori che assuma la svolta ambientale come quadro di riferimento di tutte le scelte a tutti i livelli e che coniughi rivoluzione ambientale e rivoluzione digitale con una nuova giustizia sociale.

Servirebbe l’indicazione di poche tappe di breve-medio periodo che colleghino riconversione ambientale e creazione di lavoro e di reddito e che saldino in un disegno organico visioni diverse presenti tra Pd e M5s. Servirebbe la costruzione di un pensiero sociale che coniughi cittadinanza e beni pubblici, gestione e partecipazione, servizi pubblici e volontariato. Servirebbe che l’idea del gruppo interparlamentare M5S- Pd- Leu varcasse la soglia del Parlamento per diventare un momento di partecipazione popolare ad una grande discussione comune anche utilizzando le forme di comunicazione con le quali si sono in questi mesi sviluppati eventi importanti e partecipati come quelli promossi dal Forum Disuguaglianze e Differenze, il Congresso di Sinistra Italiana e diverse altre iniziative che riescono a coinvolgere, anche da remoto, tante persone.

Servirebbe anche, infine, che leader stimati ed unitari come Conte e Zingaretti si assumessero la responsabilità di impegnarsi in questo progetto. Da questo percorso di scomposizione-ricomposizione le forze politiche potranno uscirne confermate o cambiate, certamente rigenerate.  Sarebbe opportuno, perciò, che ciò avvenisse anche perché quando i processi che hanno suscitato speranze vengono abbandonati al primo ostacolo, le delusioni generano solo sfiducia ed abbandoni che non possiamo proprio permetterci.