RIPRESA NON REILIENTE MA DISUGUALE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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RIPRESA NON REILIENTE MA DISUGUALE da IL MANIFESTO

 Sempre più poveri nel paese dei ricchi e dei «resilienti»

Botta di classe. Esplodono le disuguaglianze. Prima del Covid 500 mila possedevano il 22% della ricchezza mentre 25 milioni hanno subito il calo più forte del reddito dagli anni ’90. Oggi ci sono già 1 milione di poveri e 950 mila senza lavoro in più. Il «Recovery» parla di 750 mila posti solo nel 2026

Roberto Ciccarelli  04.05.2021

La »ripresa», quando ci sarà, non sarà «resiliente» ma diseguale. Non siamo tutti nella stessa barca perché già viviamo in uno dei paesi più diseguali d’Europa. Il discorso salvifico sul «Recovery Plan» gestito dal suo profeta Mario Draghi è costruito su un’illusione: la pandemia finirà e la crescita sarà come la gara dei cento metri dove si parte tutti dallo stesso punto. No, non si parte dallo stesso punto. E, basta vedere i dati economici e sociali dopo 14 mesi di Covid, non si correrà nemmeno alla stessa velocità. I vincitori già si conoscono. I perdenti di una corsa falsata che non cambia la distribuzione della ricchezza rischiano di essere molti di più di prima.

GLI ECONOMISTI Paolo Acciari, Facundo Alvarado, Salvatore Morelli hanno pubblicato sul portale Vox-Cepr Policy uno studio dove si dimostra che, tra il 1995 e il 2016, circa 25 milioni italiani hanno sperimentato il più forte declino del reddito rispetto a Francia e Germania, mentre i 500 mila più ricchi (il famoso 1%) hanno aumentato la loro ricchezza dal 16% al 22% Tra questi ultimi c’è una super élite di capitalisti composta da 5 mila persone, lo 0,01% della popolazione, che hanno triplicato la loro ricchezza, passando dall’1,8% al 5%. Considerato in milioni il divario fa ancora più impressione. Lo 0,1% più ricco ha visto raddoppiare la ricchezza netta media reale da 7,6 milioni di euro a 15,8 milioni di euro con i prezzi del 2016. Al contrario, il 50% più povero controllava l’11,7% della ricchezza totale nel 1995, e il 3,5% nel 2016. Ciò corrisponde a un calo dell’80% della sua ricchezza netta media da 27 mila euro a 7 mila euro, calcolati con i prezzi del 2016. Dunque: tanto più cresce la ricchezza dei rentier, tanto più diminuisce quella di chi stenta in basso alla piramide sociale capitalista. A partire dall’analisi condotta sui dati contenuti nei registri dell’imposta di successione, gli autori della ricerca sostengono che il capitale dei più ricchi è concentrato nelle attività finanziarie e aziendali, mentre gli adulti più poveri detengono la maggior parte della loro ricchezza lorda in conti correnti, oggetti di valore ed è investita anche in una quota importante di debito nazionale. In un paese come l’Italia chi si trova in mezzo alla spaventosa forbice della diseguaglianza, ha concentrato la ricchezza nei beni immobili: la casa di proprietà.

NEL PIANO NAZIONALE di ripresa e resilienza (Pnrr) è forse preannunciata una riforma perlomeno per riequilibrare questa tendenza storica? Così non sembra. Il governo ha annunciato «un’ulteriore riduzione del cuneo fiscale sul lavoro» preservando la progressività. Avverrà «gradualmente», forse a partire dal 2022. Nonostante le suggestioni che arrivano dagli Stati Uniti dove Biden vuole aumentare l’aliquota dell’imposta sulle aziende multinazionali al 28% dall’attuale tasso del 21% non è chiaro se esiste la possibilità di legare la transizione ecologica alla giustizia fiscale.

IL PNRR RAGIONA a partire da una singolare asincronia. Mentre prospetta i primi effetti degli investimenti da oltre 248 miliardi a partire dal 2024 e il 2026, poco o nulla dice sulle conseguenze già prodotte dalla crisi socio-economica innescata nel primo anno della pandemia. Nel…2026 il «Recovery» prospetta «nuovi» 750 mila posti di lavoro. Solo nel 2020 ne sono stati persi però 950 mila. Se una crescita dunque arriverà, sarà selettiva e, in più, avverrà con le regole del Jobs Act. Sarà cioè funestata da un precariato più feroce.

DAL 26 APRILE sono stati riaperti negozi e ristoranti, sempre che non saranno richiusi tra un mese, toccherà vedere quante famiglie potranno permettersi di comprare merci e servizi. Nella terza edizione dell’Indagine straordinaria sulle famiglie italiane di Bankitalia pubblicata a marzo, a fine 2020 poco meno di un terzo delle famiglie pensava di ridurre i consumi per alimentari, abbigliamento, calzature, beni e servizi per la casa nel 2021. Le chiusure hanno imposto una drastica riduzione dei consumi. Tuttavia questo dato dimostra che non tutti torneranno a spendere come prima. All’inizio della pandemia più del 40% versava in condizioni di povertà finanziaria e non disponeva di risparmi per resistere più di tre mesi. Secondo le stime dell’economista Salvatore Morelli circa 20 milioni di persone avevano allora a disposizione un risparmio medio di circa mille euro Addirittura per 10 milioni il risparmio non superava circa 300 euro. L’Italia non è più un paese di risparmiatori.

E POI C’È LA POVERTÀ assoluta. Per l’Istat ha colpito un milione di persone in più nel 2020. In molti casi riguarda i lavoratori poveri, precari e autonomi, il cui ritratto corrisponde a quello della ricerca di Bankitalia. Il Welfare dell’emergenza fatto di bonus corporativi e temporanei non è bastato. E, nonostante l’estensione della cassa integrazione, i salari hanno già perso oltre 40 miliardi (Eurostat), Quando si dice «resilienza» ci si vuole adattare alle diseguaglianze di fondo riproducendo il sistema che ha reso più poveri i poveri.

 

9 domande sul futuro della politica economica

Resilienza. Siamo consapevoli che la parola Resilienza, nell’ambito ecologico, è una contraddizione in termini perché significa tornare a come eravamo prima della pandemia?

***  04.05.2021

Il Piano Nazionale di Rinascita e Resilienza è lo strumento attraverso il quale l’Italia attiverà il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza, cioè prestiti pari a 122,6 e 68,9 mld di sussidi (di cui 69,1 che finanziano progetti già in essere), legato al Programma Next Generation EU messo a punto dall’Unione europea per affrontare la crisi pandemica.
La lettura del Pnrr e la contestuale lettura del Def ci portano a sollevare delle domande che poniamo in questa sede nella speranza che agevolino un confronto aperto all’interno delle nostre istituzioni in un momento cruciale per il futuro della politica economica nazionale ed europea.

1- Perché l’attuale Def computa il Pnrr nel quadro tendenziale e non nel quadro programmatico, come dovrebbe essere logico trattandosi di una manovra pluriennale che si riferisce a uno stanziamento che avverrà su un periodo di sette anni? Si è consapevoli che così facendo si opera una “manipolazione” circa l’impatto macroeconomico delle misure adottate? Non sarebbe il caso di renderne conto ai cittadini attraverso un linguaggio chiaro e una stesura che sotto il profilo contabile sia trasparente?

2- Gli effetti del Pnrr sembrerebbero determinare un peggioramento del saldo commerciale, poiché tendono ad incrementare considerevolmente le importazioni italiane a breve termine. Non sarebbe il caso di riflettere su un’allocazione delle risorse che – compatibilmente con gli obiettivi del Ngeu – incentivi una ricerca finalizzata alla produzione dei nuovi beni e servizi che potrebbero allentare il vincolo estero di natura tecnologica, il quale, per inciso, è una delle cause più rilevanti dei ritardi della produttività del Paese?

3- Non sono forse sottostimati gli effetti moltiplicativi sottostanti al modello adottato? In effetti, l’elasticità del Pil allo stock di capitale pubblico è stimata a 0,17, mentre il moltiplicatore è stimato in un intervallo che va da 1,2 a 0,7, a seconda della presunta efficienza degli investimenti pubblici. Il modello (tecnicamente Dsge) adottato ha dei presupposti teorici che conducono a sottostimare gli effetti espansivi degli investimenti pubblici ma non è l’unica metodologia utilizzabile per valutare gli effetti della manovra; per esempio, Banca d’Italia utilizza anche il modello ecometrico trimestrale, che in passato si è rivelato più affidabile.

4- Sarebbe comunque utile considerare i limiti di un esercizio di stima che avviene senza tener conto del necessario cambiamento nella struttura economica che accompagna il passaggio ad un nuovo paradigma tecno-economico, come quello che lo stesso Ngeu dichiara inevitabile. Perché non costruire un Pnrr che provi a considerare più esplicitamente il cambiamento nella struttura economica, cioè nella composizione delle principali variabili macroeconomiche alla luce della dinamica e della proiezione dei settori industriali che comportano l’assunzione della funzione economica dello Stato?

5- Perché il Pnrr introduce un “ambizioso progetto di riforme” (della pubblica amministrazione, della giustizia, e della semplificazione della legislazione e promozione della concorrenza) mentre in altri Paesi europei si sta rafforzando la presenza dei pubblici poteri nei settori strategici rilevanti per la green economy?

6- Una parte rilevante del piano è dedicato alla cosiddetta “transizione verde”, cioè a misure che contribuiscano in primo luogo al raggiungimento degli ambiziosi obiettivi di decarbonizzazione fissati dalla Ue. Perché per ciascuno degli investimenti previsti non sono esplicitamente considerati gli impatti diretti ed indiretti che essi potenzialmente esercitano su emissioni climalteranti e ambiente?

7- Che significato assume nel Pnrr la parola resilienza? In ecologia resilienza indica la capacità di un sistema di ritornare al suo stato iniziale dopo una perturbazione. Se c’è una cosa che la crisi ambientale ci ha insegnato è che non possiamo tornare al business as usual, con il rischio di una perdita irreversibile della biodiversità.

8- Le perturbazioni che hanno danneggiato il nostro sistema economico e sociale non sono limitabili alla pandemia e comprendono anche le riforme strutturali che hanno indebolito le condizioni dei lavoratori in Italia. Perché non prenderne atto?

9- Nella consapevolezza che delineare un piano di struttura sia complicato in generale, ma in particolare dopo trent’anni di svuotamento della Pubblica amministrazione nella sua parte più progettuale, non sarebbe stato il caso di inquadrare il tessuto economico nazionale nel consesso europeo e intervenire dove si presentavano le maggiori distanze?

*** Mauro Gallegati, Stefano Lucarelli, Mario Noera, Roberto Romano, Anna Maria variato