RIFORMATORI PER RIFORMARE I RIFORMISMI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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RIFORMATORI PER RIFORMARE I RIFORMISMI da IL MANIFESTO

Autonomia differenziata, ambiguità e silenzi di governo

Stato e regioni. Così resta prioritaria nell’indirizzo di governo, sopravvivendo con quattro esecutivi: Gentiloni, Conte I, Conte II e ora Draghi. L’iniziativa sabato scorso, di Noad-Comitati contro

Massimo Villone  02.11.2021

L’autonomia differenziata sta ripartendo sotto copertura. Si colgono i segnali di trattative occulte tra il ministero delle autonomie e alcune regioni. Si leggono sulla stampa esternazioni della ministra Gelmini che annuncia a breve novità, per una legge-quadro erede di quella che fu già di Boccia, e per le intese con le regioni capofila (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna).

Ma tutto rimane segreto, come già ai tempi del Conte I e della ministra leghista Stefani. Mentre viene inserito tra i collegati alla legge di bilancio il disegno di legge attuativo dell’art. 116, comma 3, della Costituzione. Meglio, si inserisce l’annuncio, visto che il testo ancora non esiste.

In questo quadro si è tenuta il 30 ottobre in una sede messa a disposizione dalla Cgil l’assemblea nazionale di Noad Comitati contro qualunque autonomia differenziata. La blindatura della città per il G20 non ha impedito un’ampia partecipazione di realtà associative attente alla tutela di eguaglianza e diritti. Decine di interventi hanno richiamato i valori costituzionali in vista del comune obiettivo dell’unità della Repubblica. È stato tra l’altro chiesto lo stralcio del ddl dall’elenco dei collegati.

L’inserimento tra i collegati di un ddl non è di per sé conclusivo. Inoltre, si potrebbe arrivare a implementare il dettato dell’art. 116, comma 3, anche senza un ddl attuativo. E si può giungere ad autonomie diversificate persino senza formale ricorso all’art. 116, comma 3. Il servizio sanitario nazionale è stato già distrutto – come la pandemia ha dimostrato – dal regionalismo oggi vigente. Lo afferma l’Anaao-Assomed in un recente documento. E allora di che parliamo?

Il punto è che il collegamento al bilancio dimostra che l’autonomia differenziata è prioritaria nell’indirizzo di governo. Anzi, sopravvive con ben quattro governi (Gentiloni, Conte I, Conte II e ora Draghi). Quattro governi, e ancor più quattro stagioni molto diverse: centrosinistra, gialloverde, giallorossa, e ora dei tecnici. È prova che forze potenti spingono per realizzarla, e che una corrente profonda passa nella politica, nelle istituzioni, nell’economia, nella società civile.

Non ogni diversità territoriale va rigettata a prescindere. Ad esempio, si è avviato il 28 ottobre nell’Aula del Senato l’iter di un disegno di legge costituzionale di iniziativa popolare (AS 865) volto ad inserire nell’art. 119 della Costituzione il concetto di “insularità”. In sostanza, recupera in parte e attualizza il testo originario della Costituzione del 1948 – poi cancellato dalla riforma del 2001 – che richiamava il Mezzogiorno e le Isole. Quale che sia la sorte futura del ddl, persegue un obiettivo in principio apprezzabile di maggiore tutela di eguaglianza e diritti.

Vanno invece respinte le differenziazioni che assumono le diseguaglianze come elemento propulsivo e di competitività per questo o quel territorio, in quanto capace di mettere più e meglio a frutto le risorse: Nord vs Sud, aree urbane e metropolitane vs aree interne. È la filosofia sulla quale si fonda la strategia della “locomotiva del Nord”. Una strategia che le classifiche territoriali europee dimostrano fallimentare. E rispetto alla quale l’autonomia differenziata è servente.

Molti interventi nell’assemblea hanno descritto un paese insopportabilmente diviso, in specie per sanità e scuola, ma non solo. Sono stati segnalati dubbi sulla idoneità del Pnrr a perseguire un disegno di coesione sociale e territoriale. Sono state richiamate le ambiguità nelle organizzazioni della sinistra. Spiccano – e sono da apprezzare – le iniziative in Lombardia ed Emilia-Romagna di petizioni popolari per il ritiro dei progetti di autonomia differenziata. Ma vediamo anche da ultimo il neo-sindaco dem di Torino che chiama i sindaci del Nord a una santa alleanza contro le burocrazie romane. Un nuovo iscritto al club Bonaccini?

Per chi vuole un paese più unito, più eguale, più giusto il percorso è lungo e impervio. Va anzitutto chiesta visibilità e trasparenza sui processo decisionali in atto. Va sostenuta ogni iniziativa volta a una alfabetizzazione di massa su temi non facili, come è anche il programma delineato nella mozione conclusiva dell’assemblea. Tutti dobbiamo scendere in campo. Personalmente, lavoro a una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare per una riforma mirata del titolo V. Dopo venti anni, è venuto il tempo di correggere gli errori fatti, rinsaldare la casa comune, ritrovare eguaglianza e pienezza di diritti.

La questione del riformismo introvabile

Paolo Favilli  02.11.2021

In una breve intervista rilasciata il 28 ottobre all’ Huffington Post, il deputato di Italia Viva Davide Faraone usa i termini riformismo/riformista ben 11 volte. Naturalmente definisce come i più coerenti riformisti i militanti dell’Italia Viva di Renzi, ma considera riformisti anche Carfagna, Lupi e tutti i moderati di Forza Italia a cominciare da Micciché, ed in fondo anche Giorgetti e i moderati della Lega. Quelli del Pd, invece, «il riformismo non sanno dove sta di casa». Soprattutto, per Faraone, è fondamentale «lo sforzo riformista per l’Italia» del governo Draghi, che deve essere inteso come riformismo permanente non «solo figlio dell’emergenza».

Sempre in questi giorni (24 ottobre) l’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro, osserva che il riformismo lo abbiamo «sotto gli occhi» ed è rappresentato da quelle forze che per Faraone «non sanno dove sta di casa»: cioè dal Pd «con in pancia» (espressione del 2013 di Scalfari: «il Pd con in pancia Vendola) i cespugli del centrosinistra.

Per Faraone l’essenza del riformismo è il «cambiamento»; per Mauro la «tensione (…) portare a termine l’imperfezione».
Numerosi altri significati si possono trovare nell’uso di una parola la cui forza sta solo nella mancanza di determinazioni in grado di dare razionalmente conto del rapporto tra il nome e la cosa. In questo modo diventa riformista tutto ciò che promuove la modernità, ovviamente una modernità anch’essa priva di determinazioni.

Dal punto di vista dell’analisi storica il riformismo indeterminato si configura come esercizio sul nulla. Solo le determinazioni del riformismo hanno concretezza storica. Solo tali determinazioni sono necessarie per l’analisi politica. Il riformismo indeterminato, la modernità indeterminata sono luoghi favorevoli per qualsiasi scorreria a sfondo politicistico/affaristico, cioè per quelle pratiche abituali in tanta parte del nostro ceto politico.

Il giornalismo colto, quello che Mauro intende rappresentare, non dovrebbe contribuire a rafforzare le logiche dell’indeterminatezza. Non dovrebbe usare il termine come se mantenesse una sorta di significato profondo che in qualche modo lega la concezione del riformismo di Turati a quella di Craxi, di Veltroni e poi, magari, anche di Renzi. La continuità profonda del riformismo, consisterebbe nella sua contrapposizione al rivoluzionarismo, declinato volta a volta come massimalismo, comunismo e poi a tutte le realtà che esercitano, come sottolinea Mauro, una «critica radicale».

I termini tramandati non esprimono la realtà dei processi storici. «I termini invariati – ha sostenuto Theodor Adorno – esprimono l’identità dei problemi tramandati, mentre il processo storico che risolve i problemi in modi diversi dev’essere cercato nel cambiamento dei significati». Per questo quando con lo stesso termine si intende una cultura politica ed una pratica politica contrapposta a quella che il termine indicava precedentemente, il cambiamento di significato è importante indicatore del cambiamento storico. Continuare ad usare la dicotomia riformista/rivoluzionario, questa si novecentesca e poco adatta persino per una parte consistente del Novecento, vuol dire, appunto, non comprendere la caratteristica del mutamento storico intervenuto alla fine del XX secolo.

Il rifiuto di usare il termine riformismo per quello che «abbiamo sotto gli occhi», non deriva dal fatto che si tratti di «una parola troppo pallida», bensì dal fatto che si tratta di un riformismo introvabile. Chi scrive queste note ha argomentato in uno dei suoi studi dedicati alla teoria e pratica del riformismo la tesi seguente: «Nella lunga storia del movimento socialista ed operaio il riformismo è stato l’ordinaria normalità, la normalità strutturale, delle pratiche organizzative e politiche. Le rivoluzioni in atto, non il discorso sulla rivoluzione, ne sono state le contingenze extraordinarie, le cesure dell’ordinario svolgimento strutturale».

I «critici radicali» non intendono certo tenersi lontani dalla parola, vogliono invece che sia interpretata tramite quelle determinazioni, empiricamente rilevate, le quali, pur nel cambiamento, si rispecchiano ancora oggi nelle parole che Turati scriveva nel momento in cui il riformismo si definiva: «Gli oppressi, (…) i dominati hanno bisogno di lotta, di riforme che siano conquiste, ne agevolino successive, preparino la rivoluzione economica e sociale, siano rivoluzione esse stesse».

L’unica garanzia di riformismo realmente operante, insomma, era (è) il mantenimento dell’autonomia politica e culturale del socialismo. Il riformismo forte è possibile solo in presenza di un socialismo forte.
Solo a queste condizioni, solo con lo sguardo rivolto verso tutta l’esperienza del socialismo storico, il riformismo cessa di essere introvabile.

Pensioni e welfare, l’abisso demografico

Tre aspetti critici. Nella Ue una persona dipende da 1,8 al lavoro che si ridurranno a 1,5 nel 2030. In Italia sarà di 1,1. La crisi è strutturale e non ci sono tagli che possano porvi rimedio

Ignazio Masulli  02.11.2021

I governi tecnici e di destra susseguitisi in Italia dalla metà degli anni Novanta si sono contraddistinti per coerenti controriforme fortemente peggiorative del sistema pensionistico. La legge Fornero cui il presidente del consiglio Draghi intende restare ancorato (salvo aggiustamenti minori) è il provvedimento pensionistico peggiore rispetto a quelli in vigore in altri paesi europei confrontabili con l’Italia per popolazione e Pil pro capite.

Non c’è qui lo spazio per un dettagliato schema comparativo con i singoli Stati dellUnione, ma c’interessa evidenziare alcuni aspetti di fondo, in parte ricorrenti, in parte più accentuati nel nostro Paese.

Il primo riguarda lo squilibrio demografico per cui la popolazione troppo giovane o troppo anziana per lavorare dipende da una base sempre più ristretta di quanti lavorano. Nell’insieme dell’Ue una persona dipende da 1,8 al lavoro, che si ridurranno a 1,5 entro il 2030.
Un rapporto che la stessa Commissione europea giudica insostenibile.

In Italia il rapporto è addirittura di 1 a 1,1 ed entro un ventennio sarà di 1 a 1. Una situazione in cui non c’è taglio del welfare che serva. Occorre invece provvedere a correggere il gap demografico. Il che è possibile solo favorendo l’ingresso nell’Ue di alcune decine di milioni d’immigrati in pochi anni.

Il secondo è di natura fiscale e riguarda la sperequazione tra lavoratori dipendenti e autonomi. I primi, con la trattenuta alla fonte delle tasse e contributi loro richiesti, coprono interamente le spese sociali di cui usufruiscono, comprese quelle previdenziali. Mentre i lavoratori autonomi e i professionisti sfuggono più facilmente ai controlli e sono i maggiori responsabili di un’evasione fiscale che, complessivamente, raggiunge i 110 miliardi l’anno. Vale a dire l’equivalente di circa la metà del Recovery Fund, il cui ammontare viene esaltato come un’opportunità storica.

Al confronto, basterebbe recuperare buona parte dell’evasione fiscale per potenziare tutti i sistemi di welfare, incluse le pensioni, senza accampare pretesti per sacrifici e restrizioni.

Il terzo aspetto riguarda l’arretramento delle condizioni di lavoro: troppo spesso mal retribuito, a tempo determinato e/o parziale, caratterizzato da numerose e crescenti forme di precarietà. Sicché proprio i giovani (i cui interessi si vogliono fittiziamente contrapporre a quelli dei più anziani e “garantiti”) in queste condizioni di lavoro e con un sistema strettamente contributivo difficilmente potranno godere di una pensione sufficiente per vivere quando saranno anziani.

In realtà, in quarant’anni di politiche neoliberiste i maggiori paesi europei che potevano vantare un solido Stato sociale hanno proceduto al suo smantellamento con la progressiva privatizzazione delle prestazioni. Sicché diventa sempre più prossima la necessità di ricorrere a forme integrative della pensione. Come non è lontano il giorno in cui bisognerà stipulare onerose assicurazioni per la sanità, nonché far fronte a costi ancor più selettivi per l’educazione dei figli.

In breve, il vanto dei modelli di welfare di molti paesi europei nei confronti del sistema privatistico prevalente negli Usa sarà un ricordo del passato.

La responsabilità principale di questo scivolamento in basso è ben individuabile nello straordinario potere raggiunto dal capitale finanziario e nella funzione centrale da esso assunta nella regolazione dei rapporti, non solo economici, ma anche sociali.

Quanto alla politica, ha abdicato da tempo alla sua funzione di controllo e bilanciamento dei poteri in difesa degli interessi generali della collettività, assoggettandosi a quelli dei gruppi dominanti. Il che è verificabile in quasi tutti i paesi euro-atlantici, e altrove.

Uno stato di cose che può essere modificato solo con nuove forme della conflittualità sociale, molto più incisive e capaci di ridurre, almeno in parte, la grande sproporzione determinatasi nei rapporti di forza tra capitale e lavoro, particolarmente negli ultimi decenni.