PRONUNCIARE LA PAROLACCIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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PRONUNCIARE LA PAROLACCIA da IL MANIFESTO

La sinistra cerca l’anima, ma non osa pronunciare la parolaccia

Scenari. Il capitale ha bisogno di incrementare produzione e consumo, deve divorare sempre più materiali, acque, terre fertili, foreste, spazi. E’ una necessità sua non del genere umano

Piero Bevilacqua  11.05.2021

Sono varie le voci critiche a commento del Piano del governo Draghi. Si dice che è senz’anima, che non ha un disegno, una visione. Forse occorrerebbero più radicalità e coraggio. Si dovrebbe dire con onestà ciò che non può figurare nel lessico di questo governo

Quel che solo in parte e timidamente è presente nel linguaggio della sinistra: una chiara prospettiva anticapitalistica. E’ questa l’anima di cui si è alla ricerca, l’unica idea-passione che possa dare alla politica la vastità di orizzonti all’altezza delle condizioni presenti, delle sfide imponenti che ci minacciano.

Si è parlato sinora di globalizzazione come se si fosse trattato di un evento atmosferico, un processo impersonale senza attori e protagonisti. Ma la storia è fatta dagli uomini, e mai come in questa fase è stata storia dei vincitori. La globalizzazione non è semplicemente l’espansione materiale del mercato mondiale, è la conquista da parte del capitale, vittorioso sulla classe operaia e sui sindacati (e persino sui ceti medi), di geografie e spazi più vasti di valorizzazione e di dominio, grazie anche all’invenzione di prodotti prima ignoti e a nuove modalità di sfruttamento del lavoro. Ed è a questo che bisogna guardare per capire la natura di classe di quanto è avvenuto.

Altrimenti nessuno della mia generazione potrebbe darsi ragione del grande rinculo subito dalla condizione contrattuale di milioni di lavoratori, come ad esempio i rider e i dipendenti delle piattaforme, gli operatori dei call center, i tanti giovani dei lavoretti per pochi soldi, i braccianti agricoli nelle nostre campagne. Ma chi di noi, 30 o 40 anni fa, avendo come memoria dell’infanzia le vittorie dei braccianti agricoli nell’Italia repubblicana, avrebbe potuto prevedere il ritorno in grande stile della schiavitù di massa, una pagina di infamia non solo dei tanti, feroci, imprenditori agricoli, ma anche dei governi che la rendono ancora possibile.

La più clamorosa rimozione che accompagna il termine globalizzazione riguarda quanto è accaduto nel frattempo al pianeta. Si dimentica che la falsa infinità attribuita di fatto per buona parte del ‘900, alla Terra e alle sue risorse, si basava sui limiti geografici del capitalismo maturo. Esso a lungo, per scala di produzioni e consumi, è rimasto circoscritto all’Europa, agli Usa e al Giappone, in parte alla Russia. Il resto del mondo era fatto di retrovie sottosviluppate, territori di saccheggio neocoloniale. Oggi non solo i paesi di antica industrializzazione sono pervenuti a standard di produzione e consumo senza precedenti, anche i territori del “Sud” del mondo, con popolazioni di miliardi di individui, partecipano alla corsa, sferzati dalle regole della competizione globale.

Con questi numeri l’infinità della natura è scomparsa, la finzione è finita, e anche se classi dominanti e ceto politico fanno finta di niente, portano la maschera come se la festa di Carnevale durasse ancora, il pianeta comincia collassare. I più guardano solo a un aspetto della crisi ambientale: il riscaldamento globale, perché illusoriamente, i rimedi appaiono compatibili con la necessità intrinseca del capitale di crescere all’infinito.
Ma così non è, il capitale ha bisogno di incrementare produzione e consumo, deve divorare sempre più materiali, acque, terre fertili, foreste, spazi. E’ una necessità del capitale, non del genere umano.

Lo mostrano limpidamente ai nostri giorni l’agricoltura industriale e l’allevamento intensivo. È un ambito produttivo non solo responsabile del 20-30% dell’effetto serra, ma che consuma oltre il 70% delle risorse idriche mondiali, desertifica ogni anno migliaia di ettari di suolo fertile, porta a una crescente deforestazione (l’Amazzonia è la sua grande vittima), inquina l’aria di vaste aree rurali, produce tanto cibo scadente, espelle dalle campagne i piccoli coltivatori che lasciano i territori senza presidi, favorisce lo schiavismo bracciantile. Di fronte a tanto carico sul pianeta e sulla società il risultato è paradossale: ogni anno 1 miliardo e 300 milioni di tonnellate di cibo finiscono in spazzatura, mentre circa 800 milioni di persone soffrono la fame.

Allorché si parla di lotta anticapitalista scatta un riflesso condizionato di allarme. Si immagina un incitamento insurrezionale al fine di instaurare la collettivizzazione dei mezzi di produzione. Come se non fosse più possibile pensare a quella prospettiva quale esito di un progetto riformatore, che si lega alla politica quotidiana e ai conflitti locali.

E invece si tratta di una orizzonte necessario per dare senso e passione alla lotta politica, che non può limitarsi a rivendicare “un po’ di lavoro” o tecnologie più pulite, un po’ più di risorse per la ricerca, per la scuola, ecc. L’edificio è in fiamme e ci preoccupiamo di salvare qualche muro maestro.

La pandemia da Covid 19 ci ha mostrato lo stato delle cose con il volto della morte di massa: la Terra, e i viventi che la abitano, è un pianeta fragile, che dobbiamo amministrare con prudenza, che non possiamo affidare agli appetiti illimitati del capitale. Senza un nuovo modo di produzione e consumo non c’è salvezza. E bisogna pensarlo e dirlo ora, come un progetto capace di dare alla politica spenta dei nostri anni la sola tensione universalistica capace di ridare, alle sue parole, il suono della speranza

 

Appello per la sospensione dei brevetti sui vaccini per il Coronavirus

***  11.05.2021

Noi sottoscrittori, professori universitari e giornalisti, appoggiamo senza riserve l’iniziativa di sospensione dei brevetti sui vaccini per il Coronavirus, proposta anche dal Presidente Biden, consapevoli che soltanto essa consentirebbe di produrre rapidamente vaccini a basso costo e in grande quantità, affinché centinaia di migliaia, forse milioni, di vite umane siano salvate. L’epidemia verrà battuta solo se la diffusione del virus sarà bloccata in tutti i Paesi, mentre l’assenza di una vaccinazione di massa nei Paesi in via di sviluppo favorirebbe il proliferare di nuove varianti anche nei Paesi avanzati che oggi già si sentono al sicuro. La produzione di vaccini a basso costo è l’unica via che abbiamo.

Vogliamo inoltre ricordare che i brevetti non sono affatto il solo modo di incentivare l’innovazione. Anzi, la scienza economica sottolinea come la loro esistenza in termini restrittivi, quali quelli attuali, ha l’effetto indesiderabile di bloccare le innovazioni, mentre lo sbilanciamento dell’economia mondiale in favore di un’eccessiva privatizzazione della conoscenza, orientata esclusivamente al profitto, inibisce innovazioni e investimenti. Non si tratta di abolire la proprietà intellettuale, ma di ridefinirne i confini.

Pertanto, non solo appoggiamo con convinzione ed entusiasmo la sospensione dei brevetti da parte della World Trade Organisation, ma auspichiamo anche che questo sia solo un primo passo in favore di una profonda riforma dell’istituto dei brevetti, che renda obbligatori per ogni Stato investimenti in open science. La “scienza aperta” è il bene comune più importante del genere umano e deve pertanto essere convintamente difesa dai comportamenti opportunistici, degli Stati e delle grandi multinazionali. Questo è tanto più giusto se consideriamo che quote notevoli degli investimenti per la ricerca già oggi sono direttamente o indirettamente finanziati dagli Stati, nel caso del vaccino per il Coronavirus come in una moltitudine di altri casi.

Nicola Acocella, Sapienza Università di Roma

Giuseppe Amari, Fondazione Giacomo Matteotti

Maria Luisa Bianco, Università del Piemonte Orientale

Silvia Borelli, Università di Ferrara

Rosaria Rita Canale, Università di Napoli Partenope

Carlo Clericetti, Giornalista

Antonio Di Majo, Università di Roma Tre

Giovanni Dosi, Scuola Superiore Sant’Anna

Massimo Florio, Università di Milano

Maurizio Franzini, Sapienza Università di Roma

Enrico Grazzini, Giornalista

Dario Guarascio, Sapienza Università di Roma

Andrea Guazzarotti, Università di Ferrara

Riccardo Leoni, Università di Bergamo

Enrico Sergio Levrero, Università Roma Tre

Stefano Lucarelli, Università di Bergamo

Ugo Marani, Università di Napoli Orientale

Massimiliano Mazzanti, Università di Ferrara

Guido Ortona, Università del Piemonte Orientale

Ugo Pagano, Università di Siena

Gabriele Pastrello, Università di Trieste

Anna Pettini, Università di Firenze

Paolo Piacentini, Sapienza Università di Roma

Paolo Pini, Università di Ferrara

Felice Roberto Pizzuti, Sapienza Università di Roma

Riccardo Realfonzo, Università del Sannio

Roberto Romano, economista CGIL Lombardia

Roberto Schiattarella, Università di Camerino

Alessandro Somma, Sapienza Università di Roma

Mario Tiberi, Sapienza Università di Roma

Leonello Tronti, Università di Roma Tre

Andrea Ventura, Università di Firenze

Gennaro Zezza, Università di Cassino