PANDEMIA KAPITALE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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PANDEMIA KAPITALE da IL MANIFESTO

Virus, un cannocchiale che ci riporta consapevolmente a Marx

SCAFFALE. «Pandemia capitale», il saggio di Leonardo Clausi e Serafino Murri per manifestolibri

Girolamo De Michele  03.08.2021

Pandemia capitale. Postapocalittici & disintegrati di Leonardo Clausi e Serafino Murri (manifestolibri, pp. 304, euro 25) è una jam session scritta nei mesi del lockdown: giorni in cui letterati mainstream riscoprivano il valore delle mura domestiche e dei legami familiari, mentre l’Italian Theory naufragava nell’inconsistenza dei propri fondamenti, fra chi si creava una genealogia riscoprendo l’idealismo ottocentesco (passando da Speranza a Spaventa) e chi, spremendo il limone della tanatopolitica, si dedicava al ghostwriting di cabarettisti come Enrico Montesano e Bianca Bonavita.

C’ERANO, è vero, eccezioni che cercavano di pensare il «virus sovrano»: fra queste eccezionalità va collocato questo abbozzo di analisi critica dell’economia globale, operato con un metodo che, incrociando Rancière, Benjamin e Mark Fisher, cerca di sottrarre i particolari che emergono a prima vista al minimalismo dello storytelling, per ritrovare la chiave della composizione del quadro d’insieme. Perché se il Capitale è invisibile, sono visibili i suoi effetti e i loro segni di classe. Il virus – della cui realtà gli autori a giusta ragione non dubitano – diventa allora un cannocchiale attraverso cui leggere non gli effetti (comunque classisti) della pandemia, ma i segni del Capitale che si sono manifestati come pandemia perché a essa preesistenti: con una bella immagine, il virus agisce come una coperta gettata sull’uomo invisibile, cioè sul Capitale globale e globalizzante che ha unificato il pianeta.

Il libro paga il pegno della distanza fra la sua conclusione e la pubblicazione: ma il valore del metodo spinge a prolungare il volume oltre i suoi limiti, e a valorizzarne il disegno generale. Che non si limita a ripercorrere i processi di globalizzazione che hanno reso possibile la pandemia, ma colloca questi su uno sfondo ancor più ampio e profondo, dominato dalla constatazione di trovarci, senza averne consapevolezza, nell’Antropocene, del quale viene data una lettura tanto realistica quanto pessimistica che riprende la ricerca marxiana dei limiti del Capitale – che, nell’epoca in cui il Capitale si fa globo, segnano il passaggio dal ciclo merce-denaro-merce a quello merce-denaro-morte.

PERCHÉ, COME SCRIVEVA il Moro di Treviri, la produzione capitalistica sviluppa il processo di produzione sociale «solo minando al tempo stesso le fonti primigenie di ogni ricchezza: la terra e il lavoratore». Spazzata via la molle ideologia italiana, decostruito il carattere virale della comunicazione nell’epoca della post-verità, ovvero della «verità del post» come istituzione dell’interpretazione e forma della verità collettiva in cui la sola cosa che conta è l’intenzione, quel che resta – per leggere la tabula rasa sociale che il virus ha potuto determinare perché i legami sociali erano già stati azzerati dai processi di messa a valore della vita – è un esplicito ritorno a Marx, che può e deve dialogare, attraverso la tradizione (post) operaista, con i Fisher e i Rancière. Una linea di pensiero che secondo gli autori non giunge a una necessaria radicalità, perché ancora inglobata all’interno della totalità monistica del Capitale.

QUI VANNO però sollevate due obiezioni. La prima: gli autori considerano il capitalismo delle piattaforme come parte di un Capitale che non sembra conoscere conflitti interni. A questa lettura si può contrapporre l’assalto dei nuovi barbari delle piattaforme a un capitale produttivo che, impossibilitato a fare a meno di quelle logistiche, chiede soccorso allo Stato, che si ripropone non come nuovo Leviatano (con l’eccezione cinese), ma come regista di un welfare capitalistico.

DA QUI, la seconda obiezione: una diversa lettura del Capitale comporta una diversa lettura dei processi di assoggettamento, ma anche di soggettivazione (come insegna la coppia Thompson-Foucault), e delle conseguenti soggettività. Murri e Clausi considerano l’attuale forza lavoro come zombificata, ricadendo nel paradosso di Chalmers, che obietta a chi fa derivare la coscienza da meri processi materiali del cervello l’indistinguibilità fra l’umano e lo zombie: in assenza di processi di soggettivazione come spiegare gli antagonismi nel «lavoro zombie»? Una discussione che non è fine a se stessa, ma risponde all’interrogativo col quale si chiude il libro: «Che fare?».

I profitti di Pfizer e l’impotenza della politica

Variante Delta e terze dosi. L’azienda ha comunicato le previsioni economiche per il 2021: grazie al vaccino conta di ottenere ricavi per oltre 33 miliardi di dollari, 7 in più rispetto alle previsioni di maggio. Il rialzo è determinato dalla diffusione della variante delta

Andrea Capocci  03.08.2021

Il nome “Pfizer” oggi ci ricorda la principale arma a nostra disposizione contro la pandemia, il vaccino più utilizzato al mondo. Ma Pfizer rischia anche di diventare il nome del principale alleato del virus.

L’azienda ha appena comunicato le previsioni economiche per il 2021: grazie al vaccino conta di ottenere ricavi per oltre 33 miliardi di dollari, 7 in più rispetto alle previsioni di maggio. Il rialzo è determinato dalla diffusione della variante delta e dalla probabile vendita della terza dose ai paesi più ricchi (soprattutto Unione Europea, Usa e Regno Unito). Secondo i manager dell’azienda, la pandemia durerà ancora a lungo.

La loro profezia è destinata ad auto-avverarsi: se la strategia della Pfizer consiste nel riempire di dosi i paesi ad alto reddito, lasciando quelli poveri senza vaccini, è fatale che le ampie sacche di circolazione del virus generino periodicamente nuove varianti. Non era certo un caso se prima della ridenominazione politicamente corretta («alfa», «beta» etc) le varianti in circolazione erano dette «sudafricana», «brasiliana» o «indiana». In questo modo, il bisogno di nuovi richiami e nuovi vaccini sarà garantito negli anni.

È necessario che la politica spezzi questo circolo vizioso. Le strategie possibili sono diverse, e vanno dall’abbattimento delle protezioni brevettuali agli investimenti pubblici per allargare la capacità produttiva e al posticipo dei richiami a favore delle donazioni ai paesi poveri, come raccomanda da mesi l’Oms. La vicenda del recovery plan dimostra che la pandemia richiede e autorizza un intervento pubblico straordinario.

Sulla carta, l’Unione europea è l’istituzione più indicata a prendere l’iniziativa: rappresenta il mercato più grande del mondo per le case farmaceutiche, negli stati membri il sistema sanitario è pubblico e universale e ospita le maggiori industrie esportatrici di vaccini anti-Covid. Eppure, l’Europa si è rivelata finora la controparte più debole per Big Pharma.

L’accordo europeo per l’acquisto congiunto dei vaccini mirava a conquistare un maggiore potere contrattuale nel negoziato con le aziende e a spuntare prezzi più bassi. Invece l’Unione Europea ha dapprima firmato contratti capestro che non le permettono nemmeno di rivendere a paesi terzi le dosi ricevute. E invece di allargare gli acquisti a più produttori, l’Unione ha già deciso di affidarsi solo ai vaccini a Rna per il futuro, conferendo alla Pfizer un monopolio di fatto visto che l’altro produttore Moderna ha una capacità produttiva molto inferiore.

L’effetto sui prezzi, e sugli utili delle aziende, è immediato: dopo aver acquistato circa 600 milioni di dosi nel 2020 al prezzo (ufficioso) di 15,5 euro a dose, l’Ue ne ha prenotate fino a 1,8 miliardi al prezzo addirittura superiore di 19,5 euro l’una per il 2021. Per le dosi Moderna, il prezzo per dose sale da 19 a 21,5 euro a dose. Invece di ottenere prezzi più bassi grazie alle economie di scala, l’Unione europea si sta rivelando una gallina dalle uova d’oro per le aziende. Anche a livello internazionale l’Ue sembra l’alleata più forte per Pfizer & Co.

Nei negoziati all’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’Ue rappresenta l’unico blocco contrario alla moratoria sui brevetti richiesta da oltre cento paesi poveri e appoggiata – almeno a parole – persino dagli Usa. Nel frattempo, il programma umanitario Covax per donare dosi ai paesi in via di sviluppo ha consegnato finora 164 milioni di dosi in tutto ai 138 paesi che ne abbisognano. L’Italia da sola ha finora somministrato più dosi dell’intero continente africano, che ancora attende i cento milioni di dosi promessi dall’Unione Europea al summit romano del G20. La retorica del «vaccino bene comune», agitata spesso anche dal nostro ministro della salute Speranza, è servita.

Sarebbe sbagliato prendersela con la Pfizer: l’azienda fa l’interesse dei suoi azionisti com’è normale che sia, sfruttando fino in fondo le regole del gioco. Ma se le strategie commerciali delle aziende contrastano con la salute pubblica, il compito della politica è cambiare le regole.