NUOVE REALTÀ SOCIALI PER LA CRISI DEMOCRATICA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NUOVE REALTÀ SOCIALI PER LA CRISI DEMOCRATICA da IL MANIFESTO

Democrazia in crisi, tra astensionismo e tecnocrazia

Gaetano Lamanna  09.11.2021

Quando i sindaci di grandi città, a partire da Roma, al ballottaggio, sono eletti da un quarto dei cittadini, è un evidente segnale di sofferenza democratica. Non si tratta di un incidente di percorso. Neppure il Pd, uscito vincitore da questo turno elettorale, ha nulla di cui rallegrarsi.

L’elevato astensionismo colpisce tutti. Rappresenta un vulnus su cui è utile riflettere. Se il popolo ritiene inutile recarsi alle urne significa che non crede più nel momento elettorale come occasione di cambiamento. Esprime delusione e rabbia rimanendo a casa.

C’è poi una minoranza che manifesta il proprio disagio aderendo alle proteste contro tutto ciò che sembra limitare le libertà individuali. Altri motivi, naturalmente, spingono all’astensione. Pensiamo al ruolo alienante dei social, forma illusoria di partecipazione al dibattito pubblico, veicolo di subcultura che si autoalimenta pericolosamente attraverso una disinformazione sistematica e campagne d’odio. Ragioni politiche e culturali, dunque, si intrecciano e allontanano i cittadini dalle urne.

Tra i fattori che hanno contribuito ad alimentare il fenomeno dell’astensionismo di massa, non sottovaluterei “l’effetto Draghi”, il carattere anomalo del suo governo. Un governo di “tutti”, nel quale comandano veramente in “pochi”, che sono poi i ministri “tecnici”. La fiducia della maggioranza dei cittadini nei confronti dell’ex banchiere, chiamato a guidare il paese in un momento critico e delicato, è grande e incondizionata.

Senonché questo orientamento largamente diffuso, verso una personalità certamente autorevole e rassicurante, implica all’atto pratico una sostanziale delega in bianco, l’apatia politica, la diserzione dalle urne. A che serve votare se ci governa un signore competente, stimato in Europa, e se i partiti contano poco o niente?

Il governo di tutti, in questo contesto, rischia di farci scivolare oggettivamente, aldilà della volontà dello stesso Draghi, verso un’oligarchia tecnocratica che decide, senza alcun controllo parlamentare, sulle scelte strategiche riguardanti l’economia e la gestione del Pnrr. I ministri “politici” non hanno voce in capitolo sulla gestione della transizione ecologica e della trasformazione digitale. E si dividono tra “governisti” e quelli “di lotta e di governo”, contribuendo ad offrire un’immagine deteriore della politica che accentua il distacco dei cittadini.

I partiti parlano d’altro, mettendo ancor più in evidenza la perdita di ruolo. Nel combinato disposto tra astensionismo di massa, movimento “libertario” fomentato dalla estrema destra e consenso verso un modello di governo tecnocratico, in cui i partiti sono di fatto marginalizzati, non è difficile intravedere i segni di una democrazia che non gode affatto di buona salute.

In un paese sfibrato dalla pandemia e alle prese con una crisi sociale di notevole complessità, è facile cedere alla tentazione di affidarsi ai “migliori”. Tanto più in una situazione in cui i partiti appaiono più gusci vuoti che strumenti di partecipazione. Fanno al massimo un po’ di propaganda sui mass media, in balìa degli umori cangianti dell’opinione pubblica.

Ogni vittoria elettorale, in queste condizioni, è del tutto effimera e provvisoria. Se queste considerazioni hanno un fondamento, la difesa e il rafforzamento delle basi della nostra democrazia e dei vali fondanti della Repubblica italiana dovrebbero essere in cima ai pensieri delle forze di sinistra.

Purtroppo, queste forze vivono una crisi profonda da cui stentano ad uscire. Sulle piccole formazioni comuniste, che alle ultime elezioni si sono presentate in ordine sparso e hanno raccolto lo “zero virgola”, Norma Rangeri ha scritto parole taglienti (e, credo, definitive). Per tanti che ancora pensano che

il comunismo sia un «movimento reale» è deprimente vederlo ridotto al pari di una reliquia da custodire gelosamente.

Proprio dalla debolezza e irrilevanza della sinistra in grande misura discende la rinascita, in forme nuove, del vecchio elitismo liberale, con tutto ciò che ne consegue in termini di potere e di scelte economiche e redistributive. Sta qui l’urgenza di ricostruire un campo di forze progressiste ed ecologiste che provi a sparigliare le carte, dando vita a un movimento unitario e di massa che parta dai problemi concreti. A meno che non si preferisca una sconfitta certa e duratura.

Il segretario del Pd ha annunciato l’avvio di agorà aperte, ritagliandosi il ruolo di “federatore” di un campo largo. L’obiettivo è un rassemblement elettorale in grado di contrapporsi al fronte del centro destra ed essere competitivo quando si voterà. Il progetto è legittimo e risponde ad un’esigenza reale. Ma tende ad eludere e a sottovalutare sia il tema della democrazia che il rischio di una svolta tecnocratica ed autoritaria.

Un cartello elettorale, che si proponga di aggregare posizioni che vanno dal liberalismo democratico al socialismo, può costituire un momento unitario di passaggio soltanto se cerca una forte motivazione politica nella ripresa della partecipazione democratica alle decisioni e nella riapertura di una stagione di lotte.

Un nuovo corso può nascere solo dalla società

 

Gianfranco Nappi  09.11.2021

Hanno ragione da vendere Norma Rangeri e i compagni del manifesto nell’avere aperto questo confronto. E sono davvero contento che questo quotidiano che è il riferimento di tanti a sinistra, quasi una ‘casa’ senza esserlo o volerlo essere, si renda disponibile con generosità ad un confronto senza rete.
Ci sono due piani del discorso da seguire a mio modo di vedere.

Il primo è quello di carattere democratico di fronte alle insidie della destra e della sua capacità di trarre alimento dai macroscopici vuoti di rappresentanza lasciati dalla politica democratica e di sinistra: la vicenda dell’assalto alla Cgil dice tanto. E tanto dice anche della capacità di reazione democratica che si è avuta. E su questo non ci possono essere dubbi: la battaglia democratica richiede unità, profonda e larga. E il Pd non può non essere assunto come un riferimento.

Il secondo invece è quello della sinistra che, per scelta stessa del Pd è cosa che lo coinvolge sempre meno, pur avendo ancora al suo interno realtà sociali, di cultura politica, di militanza che certo sono di sinistra ma che ormai sono largamente minoritarie e marginali. Del resto se guardo al recente voto napoletano, così come alle ultime regionali, dal centro di quel poter istituzionale che è la Ragione in Campania ormai si organizza direttamente la rappresentanza elettorale: 10 sulle 13 liste a sostegno di Manfredi e con più due terzi del 60% complessivo raccolto.

E qui il problema è enorme perché un processo di eradicazione di una sinistra politica è prossimo a compiersi. Guardando ai soli dati elettorali anzi dovremmo dire che in Italia non c’è più una sinistra politica.

E si comprende bene dunque quanto sia urgente la sollecitazione di Norma Rangeri.

Non c’è più un pensiero di sinistra nel nostro paese? Non ci sono esperienze di ricerca, sociali, di lotta, culturali, di volontariato, di autoproduzione al di fuori della logica di mercato che esprimano una critica anche radicale a questo capitalismo reale?

Caspita se ci sono. Eppure non ritrovano una politica né riescono a vedersi come politica.

E allora devo dire che il tema di una nuova soggettività politica probabilmente per fare passi avanti deve muovere dal lato opposto da cui fino ad ora è partito: non dal lato dei ceti politici, detto con tutto il rispetto e di cui io stesso ho fatto a lungo parte nella parabola post-Pci.
Se il punto di crisi è nel rapporto con la società, con le idee che vi si stratificano, è solo da lì, dalla società che può muovere un discorso nuovo. E’ da lì solo che può prendere le mosse una nuovo mettersi in forma, con la ricostruzione di una nuova riconoscibilità della politica e della sinistra.

Di fronte a tutta la politica che si fa nelle istituzioni e sempre di più solo dal governo deve crescere un discorso politico che muova invece dalla società, che si ancori lì e, nelle idee e nelle pratiche, ridia fiato ad una critica al tempo delle disuguaglianze.

Poi, dopo, potrà farsi nuovamente istituzione, eletti, amministrazione, governo.

Paradosso? Forse. Ma quello che avverto è l’esigenza di una rottura, di porre su basi nuove ogni discorso, ritraendosi ai principi per dirla con Machiavelli, ai fondamenti di una alterità praticata nei confronti di questo capitalismo reale, insisto. E’ solo facendo così che anche quel tanto di buono che pure c’è nei percorsi di una sinistra politica frantumata e ‘cetizzata’ può riconoscersi e tornare utile davvero.

Quale sociale, volontariato, lotta, centro di ricerca, associazione, rivista, quotidiano, movimento può sentirsi coinvolto da una ricerca e da una pratica dai tratti innovativi?
E come può relazionarsi facendo delle specificità forza e ricchezza, magari usando la Rete e contestando la logica dell’algoritmo segreto che invade e condiziona le nostre vite? E come può costruirsi una Tavola delle idealità che rappresenti cemento di analisi e di lotta – a partire dai grandi temi della giustizia ambientale e della giustizia sociale – per un mondo di esperienze e di pulsioni capaci di vivere anche, esattamente come alle origini del movimento socialista e operaio, mutualismo concreto?

Su questo anche sarebbe interessante aprire un confronto.

E sono sicuro che muovendosi così si recupererebbe immediatamente anche una capacità più alta di condizionamento dei decisori: di quelli formali e di quelli sostanziali. E in tanti tornerebbe la voglia di andare a votare potendo trovare anche ragazze e ragazzi, nuove competenze, tante espressioni di un variegato mondo del lavoro da votare. E tutti gli altri, quelli con più esperienza, con più carico del tempo e dei ruoli, tutti utili e tutti al servizio.

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