L’IDENTITÀ DELLA SINISTRA: URNE O PROGRESSO? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’IDENTITÀ DELLA SINISTRA: URNE O PROGRESSO? da IL MANIFESTO

I fallimenti di una sinistra che affida alle urne la sua identità

Sinistra. Partecipare alle sfide elettorali può essere utile, a patto non sopravalutare il peso, spesso deludente, del responso delle urne. Come insegna la storia degli ultimi 50 anni

Tonino Perna  16.11.2021

Il lungo titolo annuncia: «Un milione di voti di cui si parla dal ’68. Una storia di camere sciolte, di un grande movimento e di piccoli partiti. Scritta, naturalmente, col senno di poi». Facendo un po’ d’ordine tra vecchie carte, documenti e articoli di giornali ritagliati, mi sono imbattuto in un articolo di Ritanna Armeni e Rina Gagliardi pubblicato il 20 aprile del 1979.

Vengono percorse, partendo dal 1968, le tappe cruciali delle elezioni politiche e amministrative, passando per il 1972 (elezioni politiche), 1975 (regionali), 1976 (politiche), 1979 (politiche).

In questi appuntamenti elettorali scenderanno nell’agone politico via via il Manifesto-Pdup, Avanguardia Operaia, Democrazia Proletaria, Lotta Continua, e tanti gruppuscoli marxisti-leninisti che sono presenti in alcune realtà territoriali.

Come viene ricordato dalle due autrici, nel ’68 finisce la delega dei movimenti rispetto al Pci e si comincia, in una parte del movimento anticapitalista, a riflettere sulla necessità di formare un partito e candidarsi alle elezioni.

In questo giro di boa entra anche il manifesto con posizioni diverse al suo interno, in particolare tra Luigi Pintor e Rossana Rossanda (come ha ricordato Norma Rangeri, nell’articolo del 14 ottobre scorso, all’indomani delle elezioni amministrative).

Scriveva Pintor: «Giudico la battaglia elettorale un’occasione positiva e feconda per noi e per tutta la sinistra, una prova da affrontare con serietà e slancio, un terreno come un altro su cui misurarci con lo stesso spirito che ha sempre animato la nostra impresa politica…». A cui ribatteva Rossanda: «So bene che nei compagni che si battono per le liste c’è il bisogno di esistere, contarsi, contare. Ma credo per fermo che questo modo di esistere, contarsi e contare sia ambiguo e pericoloso…». Parole profetiche, inascoltate per quarant’anni!

Con l’eccezione del periodo di Rifondazione Comunista con segretario Bertinotti, a sinistra del Pci–Pds-Pd si sono, di volta in volta, formati dei raggruppamenti che, quando è andata bene, hanno preso il minimo di voti per superare la soglia di sbarramento. Ogni volta un simbolo diverso, un nome diverso, che non sono sopravvissuti al di là del ciclo elettorale, non hanno sedimentato un pensiero politico, una visione capace di attrarre e coinvolgere al di là del proprio giardino.

Quante energie sprecate, quante amare delusioni che hanno prodotto conflitti all’interno di queste embrionali forze politiche, spesso più intente a litigare fra loro che a trovare convergenze e strategie comuni.

Anche il Prc, che pure aveva avuto un grande seguito giovanile forgiatosi durante e dopo i fatti di Genova del 2001, si è nel tempo arenato perché non è riuscito a “rifondare” un pensiero politico che facesse i conti con la disfatta dell’Urss e la trasformazione del maoismo in capitalismo di Stato, a tracciare una credibile alternativa di sinistra che facesse tesoro con ciò che ci ha insegnato il ‘900.

«E tuttavia il dubbio maggiore che ci attraversa- scrivevano la Armeni e Gagliardi nell’introdurre questa cronistoria politica- proprio a proposito di elezioni, investe la validità della concezione politica generale che ha ispirato questi undici anni di peripezie: l’idea di partito e organizzazione, la pratica della politica come sfera specialistica e separata, la difficoltà profonda di uscire, in avanti, dagli schemi della II e III Internazionale».

Esistere, contarsi, contare può essere ambiguo e pericoloso, scriveva Rossana Rossanda, perché la qualità del lavoro sociale, culturale, politico, non lo si può pesare unicamente con il voto, non si può dare alle competizioni elettorali la funzione del Giudice Supremo, di colui che decide della tua esistenza.

Non significa che sia inutile partecipare alle competizioni elettorali, come una parte dei movimenti della sinistra radicale ha sempre sostenuto, ma avere un atteggiamento lucido e distaccato, non sopravalutando i risultati delle urne, non pensando che ci giochiamo tutto nell’ultima tornata elettorale.

E poi, dovremmo saperlo, i cambiamenti sociali e culturali non passano necessariamente attraverso la formazione di una forza politica vincente sul piano elettorale.

Se riflettiamo a come è cambiato positivamente il ruolo della donna nella nostra società o ai diritti delle persone diversamente abili, ci rendiamo conto che è stata una lotta quotidiana, trasversale, che ha pagato molto di più che se si fosse fondato un partito delle donne o dei disabili.

Sarebbe come dire che il valore di un quotidiano come il manifesto, con la sua storia e le sue battaglie, lo si misura solo dal numero delle copie vendute e non, al contrario, dalla sua funzione informativa, politica e culturale.

Se chi ci lavora la pensasse così avrebbe fatto chiudere questo giornale da tempo. Se continua ad esistere, dopo cinquant’anni, è perché rappresenta per chi lo legge e per chi ci scrive molto di più di quello che i numeri del mercato editoriale possono raccontare.

Idee contro il progressismo senz’anima

La sinistra e gli operai. Nemmeno quando la sinistra si chiamava socialista e comunista parlava solo alle questioni materiali. I consensi, gli iscritti, la militanza non scaturivano soltanto dalla fredda gerarchia dei bisogni. Pane e rose, utopia e concretezza, impostazione ideologica e pratica riformatrice. Al momento alla sinistra mancano entrambi i pedali.Arturo Scotto  16.11.2021

Ha fatto discutere la pubblicazione di una impegnativa inchiesta di Ipsos sul voto operaio. E – cosa abbastanza nota – la conferma che il 28 per cento degli operai italiani vota la Lega. Il Pd e complessivamente la sinistra – Articolo Uno compreso – non arrivano al 12 per cento. Ne ha parlato anche Peppe Provenzano in una coraggiosa intervista sul manifesto. Eppure non si può rimuovere che la frattura a sinistra con i propri riferimenti tradizionali viene da lontano.

Nel 1994 i progressisti perdono a Mirafiori nonostante la candidatura di un ex comunista come Sergio Chiamparino. Scatta l’allarme rosso, ma i buoi forse già erano scappati. Allora il radicamento nel lavoro operaio della sinistra politica era ancora forte ed esteso, ma la contesa con gli avversari si era ormai aperta definitivamente.

Oggi ci percepiscono come lo schieramento dei ceti medi urbani, di un pezzo di società che legge, studia e viaggia, che tutto sommato sta bene. E forse lo siamo. Le nostre istanze incrociano a fatica la maggioranza del popolo delle periferie, che non sbarca il lunario, che vive un sentimento di provvisorietà e di paura del futuro.

La destra li ha conquistati agguantando la bandiera della protezione contro il multiculturalismo e il vincolo europeo. Ha saldato l’incertezza economica con l’incertezza culturale declamando le virtù di una società chiusa, antidoto alla precarietà prodotta dalle insidie degli ultimi della terra. La potenza del mito del sangue affonda le radici nella notte dei secoli. Non è un’invenzione di Salvini né di Le Pen o di Orban. E sappiamo che non basta evocare soltanto un programma più a sinistra per colmare questo gap.

Corbyn – che comunque raggiunge in numeri assoluti gli stessi consensi di Blair – con un programma dichiaratamente laburista perde nelle roccaforti operaie e vince nell’elettorato europeista della Gran Bretagna. Perché nemmeno quando la sinistra si chiamava socialista e comunista parlava solo alle questioni materiali. I consensi, gli iscritti, la militanza non scaturivano soltanto dalla fredda gerarchia dei bisogni. Pane e rose, utopia e concretezza, impostazione ideologica e pratica riformatrice. Al momento alla sinistra mancano entrambi i pedali. Quello dei contenuti: abbiamo ancora il marchio addosso dell’abolizione dell’Articolo 18 – persino chi ha contrastato questo disegno ha pagato un prezzo salato – che rappresenta una ferita mai più rimarginata.

La perdita di potere d’acquisto dei salari, l’esplosione della precarietà, le delocalizzazioni selvagge hanno alzato un muro con larga parte della società, irrecuperabile nel medio periodo se non con una svolta credibile e allo stesso tempo radicale.

Ma latita pure la leva dell’immaginario: un’idea di società nuova, anche a costo di stare seduti dalla parte scomoda della storia. La sinistra non se la cava solo con una proposta elettorale se non allude anche a una pratica egemonica. Significa che “tornare in fabbrica” è una condizione necessaria ma non sufficiente se non coltivi un’idea potente fuori dalla fabbrica. Che sfidi le paure e mandi in soffitta il refrain berlusconiano – che ha conquistato trasversalmente tutti gli strati sociali – “tutti possono diventare miliardari”. Siccome gli elettori non sono stupidi, gli operai sanno bene che nel programma di Salvini c’è la flat tax, ovvero il sogno esplicito delle destre più antisociali e classiste. Pensiamo davvero che siano degli autolesionisti che votano contro i propri interessi?

Purtroppo nel corso degli ultimi tre decenni lo stato è apparso un ufficio complicazioni di affari semplici, la politica una dependance impotente e complice della finanza, il nazionalismo – forse persino l’etnocentrismo – un rifugio contro il globalismo delle classi agiate, i servizi pubblici un moltiplicatore di inefficienza e di clientele, le tasse una vessazione senza alcuna contropartita.

Su questo la destra ha scavato. Se non si riabilita una grammatica dei poteri pubblici, i ceti popolari si allontanano dalla sinistra. E persino dalla democrazia. Senza la ripoliticizzazione del mondo del lavoro – e la campana suona anche per il sindacato – difficilmente si torna a fare società.
I nostri padri definivano la classe operaia – per usare un termine antico – classe generale, dunque pronta alla direzione dello Stato democratico.

È complicato sentirsi classe generale se lo Stato perde peso, se la politica conta poco e di te non parla nessuno. Quando il terreno è così arido la sinistra non può esistere in quanto tale. Resta solo una malinconica forma di progressismo senza radici e forse senz’anima.
Ma può bastarci?