LAVORATORI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LAVORATORI da IL MANIFESTO

Primo Maggio, rendere visibili gli invisibili nella convergenza delle lotte

Il primo maggio c’è. A Milano, Bologna, Roma e in altre città in piazza movimenti, sindacati e auto-organizzati. Dal pomeriggio in tutto il paese sfila un’ampia e eterogenea rappresentanza di un quinto stato ancora frammentato. E’ la festa programmatica di chi, al di là delle vertenze settoriali, cerca una rivendicazione comune come il reddito di base e le politiche per superare la precarietàRoberto Ciccarelli  01.05.2021

L’altro primo maggio manifesta in piazza nel pomeriggio di oggi a Milano, Bologna, Roma e in altre città. Lungo la penisola si snoderà un serpentone composto da movimenti, associazioni e sindacati di base e molte realtà dell’auto-organizzazione e del mutuo soccorso. Sono reti nate nel corso dei quindici mesi della pandemia del Covid, la risposta solidale alla catastrofe causata dal crollo della medicina territoriale e del Welfare taglieggiato da anni di austerità neoliberale.

CIASCUNA di queste piazze, nella sua singolarità, ha raccolto l’adesione di un ampio numero di realtà organizzate. Ciascuno a suo modo rappresenta un modello possibile di convergenza delle lotte nonostante il «congelamento» elle mobilitazioni imposto dal contenimento del virus. «Convergenza»: questo concetto è riemerso con una certa forza durante le mobilitazioni del 26 e 27 marzo scorsi quando lo sciopero dei rider per ottenere il contratto nazionale delle logistica, e il riconoscimento dello status di lavoratori subordinati, si è intrecciato con le manifestazioni della scuola, con lo sciopero dei trasporti pubblici locali, quello dei lavoratori della logistica e dello spettacolo. Dopo l’occupazione a Roma del Globe Theatre e la manifestazione dei «bauli in piazza» a piazza del popolo questi ultimi hanno ottenuto un tavolo interministeriale per la riforma del settore e un reddito di continuità per la categoria. Nelle piazze dell’altro primo maggio oggi si conta di riproporre un’analoga composizione sociale.

A BOLOGNA, dalle 16 in piazza del Nettuno, all’appello dei rider alla convergenza delle lotte rilanciato da Labas e Tpo hanno risposto, realtà di movimento, le brigate di mutuo soccorso, le staffette partigiani del laboratorio di salute popolare, Arci, una delegazione Fiom, Adl Cobas, lavoratori dello spettacolo e operatori del sociale, gli universitari di Saperi Naviganti e Ababo dell’accademia . «Riprendiamo l’idea della convergenza delle lotte che si auto-organizzano contro la gestione fallimentare della pandemia, contro l’impoverimento che stiamo vivendo e contro i tentativi di fomentare la guerra tra i poveri da varie realtà e pezzi del governo con la Lega» dice Stefano Re (Rub e Adl Cobas). Alle 10 in piazza Gavinelli ci sarà una manifestazione indetta tra gli altri da Sgb, Usi-Cit, Cobas e Unione Inquilini. Alle 10 in Piazza dell’Unità a Bologna l’Unione sindacale di Base (Usb) festeggia il primo maggio. In città ci sono state polemiche contro una manifestazione, in odore di estrema destra. Si svolgerà in periferia.

A MILANO l’appuntamento è a Largo Cairoli dalle 14,30. Una quindicina gli organizzatori: tra gli altri, Non una di meno, i lavoratori dello spettacolo, Cantiere, Lume, la Camera del non lavoro e la brigata Lena Modotti, i sindacati Usb,S.I. Adl ,Sial e Slai Cobas, Usi e Cub, i partiti comunisti (Rifondazione, partito comunista dei lavoratori e partito comunista). I rider parteciperanno con una delegazione. Nei giorni scorsi Deliverance Milano ha denunciato il dimezzamento delle paghe dei ciclo-fattorini di Glovo. «Con la scusa dell’implementazione del sistema di calcolo delle paghe» si mette «di nuovo mano alle tasche dei lavoratori, andando a ridurre del 50 per cento i guadagni dei rider per una singola consegna». Ieri l’azienda ha risposto che l’operazione è semplicemente per «rendere più congruo il calcolo dei percorsi tra chi si muove in bici e chi in scooter o macchina» dato che «finora venivano utilizzati i dati di Google Maps settati sulle auto». «I conti non tornano -risponde Angelo Avelli di Deliverance Milano – Stiamo raccogliendo gli screenshot rispetto al fatto che le paghe si sono abbassate. La risposta sarà mobilitazione, non aspetteremo che loro facciano bene i calcoli». Su Just Eat cheha riconosciuto il contratto della logistica ai rider a Il Manifesto sono arrivate segnalazioni su molte difficoltà nella transizione da Just Eat Takeaway a Takeaway express. Chi lavora già per l’azienda sta riscontrando la difficoltà di fare rispettare il diritto di precedenza. «Entro il 30 maggio possono comunicare all’azienda la loro disponibilità e che stanno aspettando l’offerta del contratto di lavoro. Da questo punto di vista l’accordo è vincolante. Il 5 maggio ci sarà un tavolo dove verificheremo questi problemi» risponde Avelli.

A ROMA il primo maggio è stato chiamato «la festa di Nessuno». «Nessuno» perché è il nome degli invisibili che tengono in piedi questo paese e non sono nemmeno nominati. Inizierà a Piazza delle Gardenie alle 16. La manifestazione è promossa da collettivo Gastronomia operaia che organizza i lavoratori della ristorazione di Centocelle in nero, in grigio o in bianco, esclusi come tanti altri dai «ristori» e dai «bonus»». Tra gli altri ci saranno Usb Roma, Slang-Sindacato Lavoratori di Nuova Generazione, Coordinamento dei Lavoratori Autoconvocati, Lavoratori delle Cooperative, Logistica Lavoratori Amazon e E-Commerce assieme alle reti politiche di Cambiare Rotta e della Casa del Popolo Roma Sud Est. una “biciclettata” precaria, che vede anche la partecipazione del movimento Fridays For Future e che partirà alle ore 10 da piazza nei Sanniti. «È la festa di chi al di là delle vertenze settoriali cerca una rivendicazione comune come il reddito di base e chiede misure adeguate contro la precarietà» dice Tiziano Trobia (Clap)

 

Lavoro, un nuovo Patto per il Pd

1 maggio. Gli auguri al manifesto del segretario del Pd, con un articolo sull’importanza del lavoro e un nuovo impegno – anche autocritico – per tutto il suo partitoEnrico Letta  01.05.2021

Oggi, 1° maggio, c’è poco da festeggiare. Piuttosto, l’unico modo davvero onesto per onorare questa giornata è parlare il linguaggio della verità e ragionare su come ricostruire sul lavoro l’Italia del dopo Covid.

Il lavoro delle donne, prima di tutto, per il quale siamo penultimi in Europa, davanti solo alla Grecia. E quello dei giovani, per cui, notizia di ieri, siamo ancora penultimi in Europa – peggio di noi solo la Spagna – con un tasso di disoccupazione giovanile pari ormai al 33%, un terzo esatto del totale.

Anzitutto a loro – donne e giovani – sentiamo il dovere di restituire un orizzonte di fiducia. Possiamo farlo subito, a partire dal Piano nazionale di Ripresa e Resilienza presentato dall’Italia alla Commissione Europea, che contiene una clausola trasversale di premialità che può letteralmente rivoluzionare il volto dell’occupazione nel nostro Paese.

Vogliamo concentrarci sui bisogni delle persone e dimostrare di aver capito cosa avviene fuori dalla bolla della politica. Un impegno che dovrebbe assumere chiunque abbia incarichi nella sfera pubblica, ma a maggior ragione chi guida il più grande partito della sinistra in un tempo tormentato come questo. Io lo assumo, fino in fondo.

Nella bolla arriva solo l’eco del disagio: è lontano.

E ciò a dispetto dell’impegno di chi, come il manifesto, da mezzo secolo lo racconta con passione e sempre dalla parte dei più deboli.

La verità è che nella bolla puoi avere gli strumenti di decodifica della società più avanzati, ma la tua lettura sarà sempre, almeno in parte, condizionata dalla distanza. Questa distanza ho avuto la fortuna di poterla attenuare.

Degli anni accanto ai giovani, ragazzi di davvero tutte le provenienze sociali e le aspirazioni, porto in dote un’eredità di speranza, ma anche il peso di una profonda frustrazione.

Accanto ad esperienze di successo, anche molte storie di sacrificio e delusione, incertezza di vita e privazione. A ripensarci, tra le tante colpe delle nostre generazioni, questa è la più grave: aver spezzato il nesso tra sacrificio, ricompensa e soddisfazione, contribuendo a ingenerare in quelle successive la sfiducia nella capacità del sistema di offrire la dignità del lavoro, percorsi decorosi di realizzazione, forme di protezione sociale dagli imprevisti e dalla cadute.

Non lo abbiamo fatto nei decenni che abbiamo alle spalle e ne portiamo la responsabilità, personale e come collettività. Ora possiamo, almeno parzialmente, recuperare.

La pandemia, con il congelamento di ogni attività economica, ha acuito questa sfiducia, aggravando le difficoltà di chi già era vulnerabile e, al tempo stesso, allargando l’area del disagio a chi si sentiva al riparo. Per questo il compito della ricostruzione che ci aspetta sarà così gravoso. E per questo la missione delle forze progressiste di tutto il mondo è oggi, prima di ogni altra cosa, essere capaci di dare risposte a chi è più in difficoltà.

Senza aver paura del conflitto sociale, ma entrandovi davvero, per comprendere le necessità e costruire le soluzioni più efficaci.

È un’esigenza avvertita, con intensità diverse, ovunque nel modo occidentale.

Il Presidente americano Joe Biden in una notte ha sovvertito trent’anni di impostazione politico-culturale democratica: «L’economia a cascata non ha mai funzionato». Non ha funzionato il taglio delle tasse ai super-ricchi, non ha funzionato la fiducia cieca nel mercato senza regole e senza protezione.

Non ha funzionato, qui da noi, l’idea che investire tutto sulla locomotiva, su chi già sta bene, su chi è performante ed efficiente, possa giovare al resto della società e del Paese. Se non si investe davvero sui vagoni e sui binari, se non si ha cura di chi sta indietro, se non si fa una manutenzione intelligente delle politiche pubbliche per chi lavora e chi fa impresa, il treno non solo viaggia a rilento, ma rischia di deragliare.

Dunque, siamo dentro un passaggio d’epoca, dentro un cambio di paradigma.

In Italia il Pnrr è la più straordinaria occasione di riscrivere il modello di sviluppo del nostro Paese all’insegna della sostenibilità, della inclusione e quindi della competitività.

La connessione tra questi tre fattori è – oggi più che in ogni altra fase delle nostre vite – inscindibile. Dei miliardi e miliardi di euro che arriveranno dall’Europa e che, come sistema, dovremo essere in grado di spendere fino in fondo, forse, più ancora dei saldi e delle singole allocazioni, a contare saranno il metodo e la visione.

Proprio per questo, come Pd abbiamo fortemente premuto per l’inserimento di una clausola di premialità per l’occupazione di giovani e donne.

Che vuol dire?

Vuol dire che gli investimenti del Piano saranno subordinati al rispetto di una quota per il lavoro di donne e giovani. Vuol dire che per 6 anni questo obbligo potrà letteralmente cambiare i connotati dell’occupazione, soprattutto al Sud. Vuol dire che il lavoro sarà la condizione, oltreché l’obiettivo del rilancio dell’Italia.

Un rilancio che obbliga tutte le forze politiche a uno sforzo collettivo senza forse precedenti nell’ultimo secolo. Per questo al governo, in parallelo all’attuazione del Pnrr, chiediamo di farsi motore di un grande «Patto per la Ricostruzione e il Lavoro».

Con i partiti, con i sindacati e le associazioni di categoria, con i territori, con la società civile: tutti investiti di una responsabilità storica, tutti chiamati a un impegno condiviso. Per il bene e il futuro del nostro Paese.

Enrico Letta è il segretario del Pd

Contro il capitale

1° maggio. I problemi aperti dalla crisi del capitalismo, la stessa disoccupazione e la crescita enorme della popolazione inattiva si possono superare solo liberando la società da questo lavoro, che è il riflesso speculare, ma imposto con l’oppressione, del meccanismo di produzione e riproduzione del capitalismoValentino Parlato  01.05.1972

Il primo maggio dell’anno scorso pubblicammo un editoriale dal titolo «Contro il lavoro», «contro il lavoro – scrivevamo – per ciò che esso è e sempre sarà in una società capitalistica, in una società divisa in classi». Quell’articolo suscitò incomprensioni e molte reazioni negative: fummo accusati di luddismo, scarso rispetto delle forze produttive, marcusianesimo, pre o post marxismo a seconda delle letture dei nostri critici.

Quell’articolo aveva, forse, il torto di apparire un tantino ideologico. Ma, a un anno di distanza e con l’occhio più attento alla profondità dell’attuale crisi del capitalismo italiano, non verifichiamo forse che è proprio su questo lavoro che si incentra lo scontro di classe? Che questo lavoro è stato messo in questione dalle lotte operaie e che ora padroni e governo vogliono restaurarne la compiutezza, mentre gli operai vogliono rivoluzionarne la determinazione storica, cioè capitalistica?

È contro questo lavoro che si indirizzano le lotte alla organizzazione capitalistica del lavoro e quindi ai cottimi e ai ritmi, agli orari e ai turni, per l’ambiente e la salute, contro la determinazione padronale delle carriere e delle mansioni.

Ma oggi si verifica anche che i problemi aperti dalla crisi del capitalismo, la stessa disoccupazione e la crescita enorme della popolazione inattiva si possono superare solo liberando la società da questo lavoro. Questo lavoro è il riflesso speculare, ma imposto con l’oppressione, del meccanismo di produzione e riproduzione del capitalismo. Del meccanismo del profitto in fabbrica, dell’organizzazione del consenso e del mercato fuori fabbrica.

È attraverso questo lavoro che il meccanismo capitalistico genera le classi, la divisione tra gli uomini, un sistema piramidale di ineguaglianze. Un sistema generalizzato di diseguaglianza, che si riflette nella diversificazione della qualità dei beni che il capitalismo dà la consumare, nella diversificazione dei modi di vita che il capitalismo impone, nella gerarchizzazione, apparentemente razionale, di questa società.

* Lunedì 2 maggio sono quattro anni dalla morte di Valentino Parlato. Gli rendiamo omaggio con questo straordinario editoriale che scrisse il Primo maggio del 1972. Conserva intatta la sua valenza, anche in pandemia. Nel testo fa riferimento alle polemiche suscitate dal primo editoriale del quotidiano “il manifesto” sul 1° maggi del 1971: era titolato “Contro il lavoro” non aveva la firma, era collettivo, ma venne scritto da Lucio Magri

L’inganno maggioritario nuoce al Pd

Legge elettorale. Se l’obiettivo della nuova segreteria è quello di rilanciare la forma partito, dotandosi di una veste più dignitosa, allora è bene che si sappia che l’auspicata svolta maggioritaria non è per il Pd la soluzione del futuro, ma una delle cause ataviche del suo attuale disorientamento.

Claudio De Fiores  01.05.2021

Una singolare e ostinata forma di nevrosi è tornata a serpeggiare, in queste settimane, nelle istituzioni, nei media, nei partiti: la nevrosi del maggioritario. In una sorta di loop ossessivo, consumati protagonisti di altre stagioni politiche, tornano oggi a narrarci le virtù del maggioritario e di quanto fosse bello il bipolarismo alla fine del secolo scorso. Da parte nostra, vorremmo invece sommessamente ricordare che non siamo più nell’Italia degli anni Novanta e che il maggioritario ha gravemente fallito sia nella versione uninominalista, sia nelle sue varianti “premiali”. Varianti liquidate dalla Corte costituzionale come eccessive e foriere di «una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica».

Tamquam non esset, la direzione del Pd pare aver oggi imboccato proprio questa strada. Le ragioni rimangono oscure. Così come oscuro è il nesso, ricorrentemente agitato, con la crisi democratica e il disfacimento dei partiti. Perché, se così fosse (e lo è) la strada da imboccare dovrebbe allora essere un’altra: iniettare nel sistema più democrazia e dotarsi dell’unico sistema elettorale in grado di esprimere la reale composizione politica e sociale del Paese. Questo sistema è il proporzionale.

Di converso, pensare di risolvere la crisi democratica puntando ossessivamente sul maggioritario sarebbe come pretendere di smontare la vite di una trave con una pinza. Dimostreremmo solo inesperienza e incapacità. Ma soprattutto rischieremmo di arrecare danni gravi all’architrave: la Carta repubblicana. Perché se c’è una lezione che abbiamo tratto in questi anni di ubriacatura maggioritaria è che il sistema delle garanzie inscritto nella Costituzione può correttamente e coerentemente funzionare solo in presenza di un sistema proporzionale.

Il maggioritario non è nemmeno la soluzione più idonea per risanare il sistema dei partiti. Ed è anche quella meno efficace per risolvere i problemi del Pd. Una condizione dalla quale il Pd aveva provato ad uscire, negli ultimi anni, schierandosi a favore della stesura di una nuova legge proporzionale.

A tal punto che finanche il suo tormentato sostegno al referendum sulla riduzione dei parlamentari venne giustificato alla luce della sopravvenuta svolta proporzionalista (decisione – non a caso – osteggiata da tutti i “padri nobili” del Pd, discepoli indefessi del maggioritario: da Prodi a Veltroni). Una soluzione, quella referendaria, densa di ambiguità, ma tuttavia compatibile con una legge proporzionale. La stessa soluzione innestata in un contesto maggioritario è destinata, invece, ad assumere un carattere perverso e devastante. Far finta che nulla sia successo, annullare ex auctoritate i ripetuti pronunciamenti del partito per il proporzionale, non curarsi delle conseguenze costituzionali del referendum non è un buon viatico per ridare dignità al partito. Così come non è una buona intuizione ritenere il maggioritario la soluzione più efficace per dare corpo a una coalizione democratica in grado di sfidare la destra.

La blindatura ex ante delle coalizioni non ha mai dato buona prova. E domani sarà anche peggio vista l’estrema volatilità dell’elettorato, la dissoluzione dei vincoli di appartenenza, la crisi dei partiti. Crisi che il sistema maggioritario non potrà che aggravare ulteriormente, castrando il conflitto, comprimendo la complessità sociale, sterilizzando gli interessi. A ciò si aggiunga che, in caso di riesumazione del “Mattarellum”, le singole formazioni politiche – essendo costrette a siglare le loro alleanze prima del voto e a indicare i loro comuni candidati nei collegi – saranno fatalmente indotte, più che a presentare i propri programmi, ad annacquarli. Più che a rivendicare la propria cultura politica, ad edulcorarla per non urtare eccessivamente gli alleati.

In questi drammatici mesi, segnati dalla pandemia e dalla crisi sociale, anche la questione democratica si è fatta più acuta. V’è bisogno di uno scatto di responsabilità. Le forze politiche non possono più permettersi di manovrare con faciloneria i delicati congegni della rappresentanza, continuando a ispirarsi all’ultima istantanea scattata (a Vasto o Narni non importa) o all’esito delle ultime elezioni. Ostinarsi in questa direzione non serve. Nessun risultato può ritenersi acquisito per sempre e nessuna alleanza potrà mai essere ermeticamente blindata attraverso una legge. Le variabili della politica sono infinite. Ciò che le forze parlamentari dovrebbero oggi fare è piuttosto blindare i principi della rappresentanza democratica. Ma per farlo serve il proporzionale.