LA SINISTRA NON ATTRAE NUOVI ELETTORI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA SINISTRA NON ATTRAE NUOVI ELETTORI da IL MANIFESTO

Una certezza, la sinistra non attrae nuovi elettori

Dopo il voto. L’entusiasmo con cui si è commentata l’affermazione del centro-sinistra, nasconde la dissoluzione del «popolo» dei 5Stelle che ha alimentato l’astensione

Pier Giorgio Ardeni  09.10.2021

Il comprensibile entusiasmo con cui il centro-sinistra (Cs) sta guardando ai risultati delle comunali del 3-4 ottobre sta portando a ritenere che quel «ciclo elettorale» iniziato ormai più di un lustro fa si sia concluso. Se quel «ciclo», che aveva visto l’affermazione del «populismo egalitario» dei 5 Stelle accanto a quello «sovranista» della Lega, starà forse estinguendosi, non per questo sono i consensi del Cs ad aumentare, forse perché le ragioni che ne avevano sancito il successo sono ancora tutte lì.

I 5 Stelle – che già dal 2013 avevano iniziato ad attrarre fino a un quarto dell’elettorato – avevano avuto il merito di coagulare attorno a sé il malcontento di quella fascia di elettori delusa dal Cs, e dal Pd in primis, e dalla svolta neo-liberista cui questo aveva accondisceso: i ceti medio-bassi delle aree urbane e peri-urbane dei giovani adulti precari e sotto-pagati del centro-nord, i ceti medio bassi di città e periferie del meridione. La geografia politica di questa tornata elettorale è, com’è naturale, variabile e articolata. L’aritmetica dei voti espressi e non espressi, tuttavia, offre più di un’indicazione (come ha colto Andrea Fabozzi sul manifesto del 5 ottobre).

Ha un bel da affermare Enrico Letta «che rivincita su chi criticava il Pd!», ma il fatto è che non uno degli elettori che il suo partito aveva perso cinque anni fa pare essere «tornato all’ovile». Perché è la politica del Pd e del Cs tutto che non è cambiata ed è la percezione sulle sue direttrici di fondo che non è mutata. Gli esclusi sono rimasti tali e i commentatori possono pure intonare i soliti «peana» sull’astensionismo. Una partecipazione al voto più bassa di sempre – soprattutto nelle grandi città, dove si afferma il Cs – non è solo «disaffezione». Dissoltasi l’illusione pentastellata – com’era prevedibile, sia per come un classe dirigente inadeguata era stata selezionata che per l’inconsistente e confusa pratica politica messa in atto – l’elettore che, frustrato, emarginato e non rappresentato dalla sinistra, aveva guardato all’universo illuminato dalla stella di Beppe Grillo, si è definitivamente allontanato.

Guardiamo ai numeri delle grandi città. A Bologna, portata ad esempio di un «nuovo» Cs esteso, dalla sinistra ai 5 stelle al Pd ai moderati inclusi i verdi, la coalizione porta a casa 92mila voti. Nel 2016, pur divisa, ne aveva raccolti quasi 110mila. I votanti, che erano stati più di 179mila, scendono di 22mila unità. E mentre i 5 Stelle si dissolvono, perdendo 23mila voti (i cinque sesti), il Pd mantiene i suoi, forse prendendone a sinistra e al centro, senza però guadagnarne uno in più dagli ex elettori «grillini» che, evidentemente, preferiscono astenersi.

A Roma, in un quadro più complicato, non pare esservi un trend differente. Nel 2016, i votanti al primo turno erano stati 1.348mila, oggi sono quasi 200mila in meno. I consensi dimezzati di Virginia Raggi (220mila voti in meno) non compensano i 150mila voti in più dei candidati Gualtieri e Calenda rispetto a quelli di Pd e sinistra 5 anni prima, spartendosi questi il voto di sinistra e di centro (il centro-destra è in calo). È il Pd che non attira gli elettori 5 Stelle.

A Torino, i votanti sono calati di 67mila unità. Cinque anni fa, al primo turno, il candidato Pd aveva ricevuto 160mila voti, contro i 118mila della Appendino (M5S), perdendo poi al secondo turno. Oggi, il candidato di Cs ne raccoglie 140mila, quello del Cd 124mila, mentre la candidata pentastellata si ferma a 28.700. È chiaro come, anche in questo caso, l’elettore 5 Stelle abbia preferito astenersi o votare a destra che scegliere diversamente.

A Napoli, con 60mila votanti in meno del 2016, Gaetano Manfredi, sostenuto da una eterogenea coalizione, è stato eletto al primo turno. Il Pd ottiene 39mila voti (ne aveva 44mila) e i 5 Stelle 31mila (ne avevano 36.500). A Milano, con quasi 60mila votanti in meno, Sala è passato anch’egli al primo turno, il Pd ottiene 152mila voti (appena 6mila in più), mentre Sinistra per Milano perde 8mila voti dei 19mila che aveva. Il candidato 5 Stelle si ferma a 13mila (ne aveva 54mila).

In sostanza, dove i 5 Stelle avevano capitalizzato un considerevole consenso, come a Roma o a Torino, si sono dissolti e i loro elettori si sono dispersi, per lo più astenendosi. A Napoli, dove pure hanno mantenuto una loro base modesta, e a Bologna, dove sono praticamente svaniti, risultano ininfluenti al successo del candidato del Cs. E il Pd non avanza nel numero dei consensi se non a Milano, più a spese della sinistra che dei 5 Stelle.

L’entusiasmo per il risultato di oggi appare dunque eccessivo: gli elettori che avevano scelto i 5 Stelle sono ancora ben lontani da riconoscersi nel «nuovo corso». Perché le ragioni della loro lontananza sono ancora tutte lì e il sostegno del Cs a Draghi e alle sue scelte sulla distribuzione, sul lavoro e sull’inclusione non fa nulla per accorciarle. Quei ceti medio bassi urbani e periferici degli esclusi e dei «non protetti» che avevano dato il loro consenso al populismo egalitario 5 Stelle sono ancora fuori dal radar del «nuovo» centro-sinistra. Che dovrà ripensarsi a fondo prima che, magari, arrivi un «Trump de noantri» a richiamarli.

Vincere perdendo voti, perdere crescendo un po’

Analisi del voto. A causa dell’alta astensione le percentuali provocano un’illusione ottica. Con i numeri assoluti si può valutare meglio la performance dei partiti alle amministrative. Nelle dieci città più grandi tra quelle chiamate alle urne il Pd, considerato il vincitore, ha perso oltre 122mila voti rispetto a cinque anni fa. I 5 Stelle sono precipitati, Fratelli d’Italia è esplosa. Ma anche la Lega data per grande perdente ha guadagnato consensiAndrea Fabozzi  06.10.2021

L’illusione ottica del trionfo del centrosinistra (come, in attesa di inventare un nuovo nome, continuiamo a chiamare il Pd più i suoi satelliti con o senza i 5 stelle) sparisce quando appaiono i voti assoluti. Perché se è vero che nelle elezioni con i sistemi maggioritari a uno o a due turni quello che importa è arrivare prima degli avversari, è anche vero che prima di gridare al cambio di fase, o al «crollo dei sovranisti» è sempre meglio fare i conti con i voti veri e non con le percentuali. Perché quando l’astensione cresce com’è successo questa volta, si può anche vincere indietreggiando. Il che può certo consolare, ma non dovrebbe rassicurare per il futuro.
Per capire un po’ meglio come sono andate le elezioni comunali di domenica e lunedì, adesso che sono disponibili i voti assoluti, abbiamo preso come campione i primi dieci comuni per dimensione tra quelli che andavano al voto. Nell’ordine Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste, Ravenna, Rimini, Salerno e Latina, nell’insieme 5,8 milioni di elettori su 12,1 – cioè il 48% di tutti quelli chiamati alle urne. Abbiamo confrontato i voti raccolti oggi da cinque partiti – Pd, Fratelli d’Italia, Lega, M5S e Forza Italia – in questi comuni rispetto alle elezioni di cinque anni fa. In qualche caso non è stato possibile fare un confronto pieno: i 5 Stelle cinque anni fa erano presenti solo a Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna e Trieste; il Pd non c’era (e non c’è ancora, visto che comanda De Luca) a Salerno e la Lega non c’era a Napoli, Salerno e Latina.

Con i voti assoluti si vede bene perché con un’affluenza bassa – nelle nostre città è andato a votare un elettore su due – si vince con le percentuali anche quando si perde nei numeri. Il Pd, generalmente riconosciuto come il vincitore, nelle nove più grandi città italiane (Salerno come detto l’abbiamo dovuta escludere) tra il 2016 e il 2021 ha perso oltre 123mila voti, cioè quasi il 20% di quei 628mila e passa che aveva nello stesso campione cinque anni fa. Al contrario Fratelli d’Italia (dieci città su dieci) è cresciuta di 147mila voti, cioè di quasi l’82%. Ma è cresciuta anche la Lega, la grande perdente, che ha guadagnato quasi 22mila voti, cioè il 14,8%. Un dato che gli analisti in generale ed Enrico Letta in particolare non dovrebbero trascurare in vista delle prossime elezioni politiche. E magari anche dei ballottaggi di Roma, Torino e Trieste dove, come si sa, anche chi si è astenuto al primo turno può decidere di votare. Nel centrodestra la grande emorragia di voti, com’era previsto, è quella che ha colpito Forza Italia che in cinque anni nelle dieci città campione ha perso oltre 106mila voti di lista, cioè più del 45% della sua base 2016. Ma il burrone più profondo l’hanno scavato i 5 Stelle, passati (nelle prime sei città) da 698mila voti a 187mila, che significa meno 73%.

Avvicinando lo sguardo ai dati delle prime tre città, si scopre che il Pd ha perso tanti voti a Roma (38mila, cioè il 18% in presenza di un’astensione che è cresciuta dell’8,2%), molti anche a Napoli (3.800, cioè meno 8,8% in presenza di un’astensione che è cresciuta del 6,9%) ma ha guadagnato voti a Milano dove ha intercettato la corrente ascensionale di Sala (più 6.200 voti cioè più 4,2% malgrado un astensionismo dal 6,9%). I 5 Stelle hanno perso tantissimo, oltre il 70% dei voti di cinque anni fa, sia a Roma che a Milano e hanno perso assai meno, il 12,5%, a Napoli dove hanno corso in coalizione con il Pd. Fd’I è esplosa, raddoppiando e triplicando i voti sia a Milano che a Napoli, mentre a Roma è cresciuta assai meno, appena 31mila voti in più. Quasi gli stessi voti, 29mila, che ha guadagnato anche la Lega nella Capitale e in questo caso la crescita di Salvini, che partiva da una base assai più contenuta di quella dell’alleata-rivale, è addirittura del 90%. Non male per uno sconfitto.

Un’altra serie di considerazioni può riguardare invece l’astensionismo. Un’analisi dell’Istituto Cattaneo conferma la prima impressione di ieri: l’affluenza è crollata soprattutto nei grandi centri. E, nota il Cattaneo, più nelle città del nord che in quelle del sud. Si può aggiungere, senza però che si possa generalizzare troppo, tendenzialmente più nelle periferie che nei centri storici. Qualche esempio.

A Roma il municipio con la più bassa partecipazione al voto, il 42,82% rispetto alla media cittadina del 48,76%, è stato il sesto, estrema periferia est, uno dei due soli municipi (l’altro è Ostia) dove Raggi è andata meglio di Gualtieri. Nella Capitale il municipio con la più alta affluenza, il 56,52% è stato il secondo, quello dei Parioli, l’unico dove il candidato sindaco più votato è stato Calenda. A Napoli i due municipi con l’affluenza più alta cittadina sono stati quelli centrali e borghesi del Vomero e di Chiaia Posillipo, mentre i due con l’affluenza più bassa i periferici Miano e Barra San Giovanni. Quest’ultimo un quartiere storicamente rosso, dove il Pd ha raggiunto la sua percentuale più alta e il M5S la sua seconda più alta in città. Anche a Torino le circoscrizioni con l’astensione più alta sono state quelle della periferia nord, la sesta (Barriera Milano) e la quinta (Vallette). Invece a Milano il massimo dell’astensione si è registrato nel centro storico, primo municipio, che è anche quello dove Sala ha fatto segnare il suo miglio risultato e Bernardo il suo secondo peggiore.