LA CRISI DELLA FORMA PARTITO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA CRISI DELLA FORMA PARTITO da IL MANIFESTO

«Neoliberismo», il ritorno al futuro dei nuovi conservatori

Scaffale. Un’analisi storico-critica del fenomeno nel volume di Giulio Moini per Mondadori. La libertà del mercato, la libertà assoluta di scegliere e di competere contro l’idea di qualsivoglia «pianificazione» o limitazione etico-politica deliberata, rifonda tutta l’esperienza umana e il suo rapporto con la conoscenza e la trasformazione del mondo.

Francesco Antonelli  26.03.2021

Tra i termini chiave che hanno segnato il dibattito pubblico e delle scienze sociali nell’epoca della globalizzazione un posto centrale è senz’altro occupato dal «neoliberismo». Cosa si intende precisamente con questa categoria e quali fenomeni concreti e tendenze teoriche possono essere ricomprese sotto di essa? È ancora utile parlare di neoliberismo o, populismo e sovranismo, in fondo, non costituiscono ideologie e pratiche politiche alternative?

SONO QUESTE LE DOMANDE fondamentali con le quali cerca di misurarsi l’agile libro di Giulio Moini, Neoliberismo (Mondadori, pp. 200, euro 14,00). Attraverso un’analisi storico-critica Moini mette in luce come le radici teoriche del neoliberismo stiano innanzitutto nella reazione al keynesismo e allo statalismo che si dipana, tra gli anni ’30 e gli anni ’70, non solo sul piano accademico, con le opere di Mises, Hayek o Friedman, ma anche attraverso una molteplicità di think tanks, fondazioni e programmi divulgativi che hanno costituito un movimento di lenta ma decisa ricomposizione del campo conservatore, proprio negli anni di maggior successo del «capitalismo democratico».

Quattro, invece, le tappe che ne hanno segnato il progressivo successo nel campo politico: la dittatura di Pinochet, i governi di Thatcher e Reagan, l’ascesa del «New Labour». Il baricentro del neoliberismo – e del progetto della globalizzazione come del connesso capitalismo finanziario – è dunque il mondo anglosassone.

DUE SONO I PUNTI che, tra gli altri, appaiono più interessanti nello sforzo definitorio di Moini: il neoliberismo certamente mette al centro il mercato e l’individuo come gli elementi di base della sua visione non solo dell’economia ma anche della società e della politica. E dunque, si pone come forza di trasformazione multiforme – cioè non riducibile ad un’unica formula o pratica politica – dei mezzi come dei fini dello Stato. Chiamato non a ritirarsi ma, sulla base di una retorica scientista e tecnocratica, a guidare la trasformazione neoliberista. Ma il cuore di questa proposta è un altro: il neoliberismo è una teoria sulla conoscenza e sull’ordine sociale che fa del mercato il paradigma di una società fondata sugli scambi mercificati, unici in grado di produrre, per complesse aggregazioni, decisioni collettive ed istituzioni sociali efficienti e far fruttare al meglio la miriade di informazioni individuali, altrimenti disperse e inutilizzabili.

La libertà del mercato, la libertà assoluta di scegliere e di competere contro l’idea di qualsivoglia «pianificazione» o limitazione etico-politica deliberata, rifonda tutta l’esperienza umana e il suo rapporto con la conoscenza e la trasformazione del mondo. Strettamente connesso a ciò è il ruolo del neoliberismo come principio di integrazione, funzionamento e sviluppo del capitalismo contemporaneo, verso gradi crescenti di finanziarizzazione e mercificazione del globo.

IL NEOLIBERISMO è dunque una categoria interpretativa fondamentale per cogliere e ricostruire i complessi nodi tra economia, politica e società nella contemporaneità. Tuttavia, il neoliberismo non è solo questo: nella sua declinazione politica forte, quella di destra parzialmente distinta da quella riformista, della «terza via» di Blair e Clinton, esso è la riaffermazione di valori profondamente conservatori, tutti incentrati su una restaurazione del principio di autorità, contrapposto al libertarismo post-68. Il neoliberismo ha dunque bisogno del culto del profitto come dell’autorità e, all’estremo, dell’autoritarismo, per affermarsi e legittimarsi.

Ecco perché, secondo Moini, il populismo contemporaneo e il sovranismo non sono teorie e pratiche alternative al neoliberismo o rivolte contro le ingiustizie della globalizzazione ma loro evoluzioni: l’autoritarismo e il gretto conservatorismo del sovranismo sono una radicalizzazione, necessaria ad una determinata fase di ricomposizione della società capitalista post-crisi del 2007, dell’originario autoritarismo neoliberale.

Ed è sul terreno di questa contraddizione fondamentale tra asserito culto della libertà individuale e sua riduzione a pura condizione di mercato, che si rinnova la partita per la trasformazione in senso progressista della società, anche nel mondo sconvolto dalla pandemia.

«Da questa situazione si esce con lo stop ai brevetti»

Sara Albiani, responsabile salute globale di Oxfam Italia. Anche l’India ha sospeso tutte le esportazioni per soddisfare il fabbisogno interno di vaccini, «questa storia sta cominciando ad assumere i contorni di una guerra, ma bisogna capire che la vittoria di uno solo significherebbe la sconfitta di tutti»

Mario Di Vito  26.03.2021

La battaglia per la sospensione dei brevetti sui vaccini agita l’Europa e preoccupa mezzo mondo, soprattutto i paesi economicamente più deboli, costretti ad assistere ai continui litigi su trasparenza e questioni di export senza tuttavia avere la forza di intervenire davvero. Emergency e Oxfam (insieme nella People’s Vaccine Alliance), sottolineando che i paesi a basso reddito saranno in grado di vaccinare solo il 3% della popolazione entro metà anno e il 20% entro la fine del 2021, tornano a sollecitare i governi a rompere i monopoli dell’industria farmaceutica per garantire «una produzione estesa di vaccini sicuri ed efficaci».

Fino a oggi Unione Europea e Regno Unito, per sopperire alla scarsa quantità di vaccini disponibili, hanno attinto alle dosi inizialmente destinate ai paesi più poveri del Serum Insistute, che in India produce fiale di AstraZeneca. Il governo indiano, peraltro, ha deciso di chiudere a sua volta i rubinetti dell’export per far fronte al fabbisogno interno. Lo scontro, ormai, più che sanitario è diventato geopolitico, tra esigenze nazionali e il peso fortissimo delle aziende che non vogliono in alcun modo mettere in discussione i propri profitti.

Sara Albiani, responsabile salute globale di Oxfam Italia, la discussione al Wto sulla sospensione dei brevetti richiesta dai governi di India e Sudafrica sembra a un punto morto.

In realtà possiamo ancora nutrire qualche speranza. All’ultimo consiglio del Wto non si è arrivati a una conclusione e la discussione è stata rimandata, quindi c’è ancora tempo per fare qualcosa. Da calendario, la prossima riunione è prevista per giugno, ma India e Sudafrica hanno spinto per anticiparla e dunque con buone probabilità alla fine l’incontro si terrà il 15 aprile.

Non tutto è perduto, quindi.

No, non tutto è perduto. Al Wto si cerca di arrivare a soluzioni condivise attraverso il consenso di tutti i paesi, quindi le discussioni vanno avanti finché non si trova un punto di equilibrio. Ovviamente questo dà la possibilità a chi non vuole far evolvere la discussione di prendere tempo e lasciare che, per così dire, l’argomento si sgonfi da solo. La campagna che stiamo facendo mira a far continuare in maniera seria questo dibattito, con l’Unione europea che, se proprio non vuole sostenere la sospensione dei monopoli, almeno dovrebbe non ostacolarla.

La situazione, però, sembra farsi sempre più tesa. Persino l’India ha deciso di bloccare l’export del vaccino.

Questa storia sta cominciando ad assumere i contorni di una guerra, ma bisogna capire che la vittoria di uno solo significherebbe la sconfitta di tutti. Non possiamo permetterci di non vaccinare tutto il mondo, è una questione sanitaria. Il problema è che in questo momento i vaccini sono pochi perché i governi non hanno mai voluto mettere al centro l’interesse sanitario, privilegiando quelli delle multinazionali del farmaco.

Nonostante i governi di tutto il mondo abbiano lautamente finanziato le ricerche sul vaccino nell’ultimo anno.

È assurdo ed è un fallimento morale. Si stima che lo sforzo economico globale per arrivare a vaccini efficaci in tempi rapidi sia stato di cento miliardi di dollari, tra fondi pubblici e donazioni delle organizzazioni filantropiche internazionali. Le aziende farmaceutiche dicono che se venissero sospesi i brevetti mancherebbero i soldi per fare ricerca e sviluppo, ma questo non è vero nella maniera più assoluta. Ogni giorno ci sono migliaia di morti nel mondo, la situazione continua a peggiorare anche dal punto di vista economico, e si parla invece solo di salvaguardare i conti delle aziende. Questo atteggiamento non è solo moralmente tremendo, ma anche incredibilmente miope.

Cosa dovrebbero fare i governi?

Devono capire che non è possibile uscire da questa situazione a macchia di leopardo. È difficile, lo so, e penso anche al governo italiano e alle tante parole che sono state spese sul fatto che il vaccino dovrebbe essere un bene pubblico. Ci sono ministri già al governo con Conte e ora confermati da Draghi che già mesi fa avevano affermato il principio di pubblicità del vaccino, ma non è mai stato chiarito come questo principio possa tradursi nella pratica. Soluzioni concrete non sono mai state indicate e anche adesso mancano prese di posizione chiare e fattibili.