LA COSCIENZA INGENUA DELL’EDUCAZIONE DEPOSITARIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA COSCIENZA INGENUA DELL’EDUCAZIONE DEPOSITARIA da IL MANIFESTO

Paulo Freire, un alfabeto di speranza

Anniversario. Cento anni fa nasceva il grande educatore brasiliano che lottò per «una pedagogia degli oppressi» e fu perseguitato dal regime. Ancora oggi Bolsonaro ne insulta la memoria

Paolo Vittoria  19.09.2021

In occasione del centenario dalla nascita di Paulo Freire (Recife, 1921 – São Paulo, 1997), nonostante le iniziative che si moltiplichino a livello mondiale, o forse proprio in ragione di esse, lo sport preferito della famiglia Bolsonaro sembra essere insultare la memoria dell’educatore brasiliano, sfoggiando definizioni come «energumeno» e, in senso ovviamente dispregiativo, «idolo della sinistra». In realtà, le colorite espressioni utilizzate dall’ex ufficiale militare sono indicative di una semplificazione esasperata che tende a cercare il capro espiatorio con l’intenzione di sviare l’attenzione dai clamorosi disastri combinati dal suo governo. Suo malgrado, Freire si è trovato a essere utilizzato come ragione di tutti i «mali», in particolare nel campo scolastico e universitario.

DA UNA PARTE, ridicolizzare il settore dell’educazione pubblica è utile a lasciare terreno libero all’iniziativa privata più spregiudicata, dall’altra dare dell’energumeno – letteralmente forsennato, invasato, ossessionato, addirittura indemoniato – a un educatore umile e profondamente sensibile come Paulo Freire, attecchisce con efficacia su quella larga scala di settori – non proprio moderati – che traghettano in modo inquietante verso scenari da inquisizione.

Freire, da parte sua, qualche decennio prima aveva utilizzato un’espressione che potrebbe essere calzante per descrivere la mentalità che emerge dalla narrativa dei suoi attuali accusatori: la «coscienza ingenua» che «rivela una certa semplicità, tende ad una faciloneria nell’interpretazione dei problemi, affronta le questioni con ingenuità, non si approfondisce nella causalità del fatto stesso». Oltretutto metteva in allerta su come la coscienza ingenua potesse degenerare in una dimensione massificata o fanatica, che attualmente possiamo ritrovare nel mondo delle fake news, del settarismo, della potenza del falso cavalcato dall’estrema destra mediante discorsi in cui la propria fragilità del rapporto causa-effetto, e la conseguente mancanza di senso, risulta essere persuasiva per chi non abbia volontà o intenzione di comprendere i fenomeni in modo approfondito.

D’altra parte, il richiamo di Paulo Freire a una necessità esistenziale, addirittura all’imperativo della speranza, risuona molto più forte di un accorato appello sentimentale e fa ancora paura: perché la speranza non è un’attitudine romantica, ma la radice concreta di un metodo fondato sulla denuncia di condizioni di oppressione e la conseguente organizzazione politica per superarle.

TALI AZIONI RIFLESSIVE e trasformatrici provocano interpretazioni di senso, letture del mondo, punti di vista fino a quel momento inediti. Paulo Freire non sarebbe stato esiliato dalla dittatura militare se il suo metodo di alfabetizzazione, inserito in un sistema politico-educativo più ampio, non fosse stato davvero generatore di trasformazione nella storia: «La speranza, come necessità ontologica, deve ancorarsi alla pratica».

Non è un caso che nelle iniziative per il centenario (in Italia tra i promotori ci sono la Rete di cooperazione educativa, Fondazione Basso, Popoli in arte, Istituto Paulo Freire, Rete Freire-Boal, Educazione aperta, Società italiana di pedagogia) si fa continuo richiamo al verbo Esperançar, il cui significato rimanda al fare pratica della speranza, a un’azione più che al desiderare in sé. Il suo pensiero spaventa perché trova reale corrispondenza in esperienze di movimenti popolari, rurali e urbani, le comunità di base, le donne contadine, lavoratrici e lavoratori che, nell’essere soggetti di un processo politico di educazione popolare, costruiscono quello che ancora non c’è, ma può essere creato: l’inedito possibile.

AL TEMPO STESSO, negli incontri, i dibattiti, le pubblicazioni che scaturiscono dal centenario emerge con forza come re-incontrare Freire non significhi solo attraversare la linea del tempo. «Non voglio essere seguito, voglio essere reinventato», diceva l’educatore brasiliano. Le sue esperienze segnano un percorso concreto di ricerca e di superamento storico di un modello da lui stesso definito come «educazione depositaria» che non solo risulta ancora dominante, ma si è perfino rafforzato con l’avanzamento del capitalismo. Sistema in cui non si è abituati a dialogare, finendo per smarrire la capacità di domandare, sorprendendosi in una crisi profonda generata dall’accettazione passiva di una realtà impoverita dalla mancanza di interesse per altri punti di vista.

SI DESCRIVE LA DIDATTICA mediante «crediti» e «debiti», espressione quanto mai calzante per il sistema finanziario, ma non altrettanto per un contesto educativo; si definiscono scuola o università «agenzie formative»; si utilizzano con disinvoltura vocaboli come «efficienza», «produttività», «risorse umane», «spendibilità». Nel campo della pedagogia critica, ispirata dal pensiero di Freire, si avverte la determinazione crescente a superare le tendenze tecniciste dei modelli formativi per aprire percorsi di una cultura politica e educativa in grado di andare oltre il capitalismo, di smascherarlo nei suoi lati occulti e distruttivi. Si intende che non c’è speranza al di fuori di una lotta politica che crei modi di vivere in netta contrapposizione al sistema dominante: l’agroecologia, approcci cooperativi al lavoro, la lotta al caporalato e alle mafie, politiche di accoglienza e solidarietà in grado di rileggere il fenomeno delle migrazioni, reti di informazione permanente, teatro degli oppressi, ecofemminismo.

Esperienze e pratiche politiche che vanno controvento, ma individuano il loro centro di gravità nella mobilitazione e nell’immaginazione politica perché «quando non c’è più spazio per l’utopia, per il sogno, per la scelta, per la decisione, per l’attesa nella lotta – che avviene solo quando c’è speranza – non c’è più spazio per l’educazione. Solo per l’addestramento».

 Un ciclo di podcast con il manifesto
Al via su Spreaker, Spotify, Apple e le altre piattaforme un ciclo di podcast realizzato per il manifesto che narra il pensiero del grande educatore brasiliano, a 100 anni dalla nascita, attraverso luoghi, voci, testimonianze. Il titolo è «Leggere il mondo con Paulo Freire, alla scoperta della pedagogia degli oppressi». Il ciclo, a cura di Paolo Vittoria (regia di Andrea De Rosa, sound design Luigi Petrazzuolo, voce narrante Paolo Vittoria, con la partecipazione di Marco Boccitto e Pierfrancesco Di Mauro, musiche Alessio Arena, prodotto in collaborazione con Upside e Apogeo Records per il manifesto), consiste in 4 puntate da 10 minuti ciascuna. In forma leggera ma profonda, i podcast vogliono aprire dei percorsi affinché si possa (ri)scoprire e (re)inventare Paulo Freire. La prima puntata è disponibile a partire da oggi.

Foibe, a Siena arriva la storia ufficial-comunale

Davide Conti  19.09.2021

La scuola italiana, una delle ultime «ridotte» costituzionali del paese, riapre dopo il lungo inverno della didattica a distanza, della dispersione scolastica e dell’allargamento delle diseguaglianze sociali, culturali e formative ed immediatamente diventa terreno di incursioni politiche legate alla stretta strumentalità del dibattito pubblico «minore».

Accade così che nella Siena appena attraversata dall’aggressione mediatica al rettore dell’Università per Stranieri Tomaso Montanari, tacciato di «negazionismo» per aver correttamente denunciato la strumentalizzazione della vicenda delle foibe da parte della destra e delle sue formazioni più o meno estreme, la giunta guidata da Lega e Fratelli d’Italia che governa la città si appresti ad operare un’azione di uso pubblico torsivo della storia riversato su giovani studenti e studentesse appena tornati sui banchi in presenza.

La Commissione consiliare «Cultura e Scuola» del Comune, infatti, ha comunicato una sua riunione per il 21 settembre prossimo con due punti specifici all’ordine del giorno, il secondo dei quali recita testuale: «Iniziative da parte del Comune di Siena per una corretta informazione nelle scuole e nelle università del contesto storico del massacro delle foibe e degli altri massacri etnici. Condanna del negazionismo storico».

La formula della convocazione contiene in sé un falso storico associando le violenze sul confine italo-jugoslavo del settembre 1943 e del maggio 1945 alla nozione di «pulizia etnica»: ovvero una violenza che sarebbe stata esercitata contro gli italiani (fascisti e non) «solo perché italiani» completamente decontestualizzata dalla dimensione della guerra totale scatenata dai regimi dittatoriali di Roma e Berlino.

Una formula lontana dalla realtà e che nessuno storico serio afferma esserci stata, non fosse altro che per la presenza di migliaia di italiani nelle fila dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia (che per evidenti ragioni di logica ed appartenenza nazionale non avrebbero potuto odiare gli italiani «solo perché italiani»); per la presenza di migliaia di jugoslavi (deportati in Italia nei campi d’internamento fascisti) nella Resistenza italiana che combatterono per la Liberazione del nostro Paese a dispetto di un loro presunto odio etnico; per gli stessi caratteri ideologici che nei Balcani come nel resto dei campi di battaglia contrapposero non nazioni ma campi valoriali trasversali all’appartenenza etnica e nazionale: dittatura/democrazia, fascismo/antifascismo.

Ciononostante attorno alla definizione di «pulizia etnica» si alimenta, nella sfera e nella memoria pubblica, da un lato il paradigma vittimario legato alla lettura afascista delle vicende del nostro confine orientale (una rivisitazione che elude la questione dei crimini di guerra italiani nei Balcani durante la Seconda guerra mondiale e l’impunità garantita dai governi repubblicani ai criminali responsabili di stragi, deportazioni di civili e massacri) e dall’altro un tentativo di «rivincita memoriale» della destra postfascista protesa alla delegittimazione delle radici antifasciste della Repubblica attraverso la demonizzazione di una delle culture politiche fondative della democrazia costituzionale: il comunismo italiano.

Così a Siena l’assessore di Fratelli d’Italia Paolo Benini (di professione medico) si appresta ad indicare le direttive che le scuole dovranno seguire per una «corretta informazione» sulle foibe secondo uno schema di ingerenza politica nell’autonomia culturale e nella libera ricerca molto caro alla destra italica. Lo stesso Benini che il 20 settembre 2020 è stato condannato per diffamazione aggravata a seguito di insulti omofobi contro un professore che aveva partecipato al Toscana Pride. Lo stesso Benini che venne difeso in tribunale dall’attuale sindaco di Siena, Luigi De Mossi, già duramente contestato da associazioni come Non Una di Meno, Udi, Arcigay per la sua difesa legale di un uomo poi condannato (il 10 luglio 2020) per violenza sessuale contro due ragazze minorenni.

Gli stessi Benini e De Mossi nella cui maggioranza figura Michele Forzoni, un consigliere comunale di Fratelli d’Italia che il 25 aprile 2019 ha celebrato la Liberazione dal nazifascismo omaggiando sui suoi profili social i reparti criminali della X Mas di Junio Borghese e della repubblica di Salò.
Alla scuola, ai suoi docenti e soprattutto a studenti e studentesse il compito di resistere a questa ennesima, e certamente non ultima, incursione abusiva nella storia e nella cultura democratica.