IL TEMA DELLA SINISTRA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL TEMA DELLA SINISTRA da IL MANIFESTO

La vita davanti al mercato

La somma delle crisi. Il capitalismo contemporaneo ha accentuato una vecchia dicotomia «tra lavoro e bisogni»

Luigi Pandolfi  17.03.2021

In Italia si avverte uno scarto insopportabile tra il discorso pubblico della politica e la realtà delle cose. I segni della pandemia sulla società sono già profondi, ma non c’è alcun cambiamento nell’approccio ai problemi sul tappeto. Il tema è come l’economia di mercato possa superare questa fase di difficoltà, non come uscire dalla pandemia in modo diverso da come ci siamo entrati.

C’è molta retorica anche sulle nuove risorse europee, sulle due transizioni, quella «verde» e quella «digitale». Ma senza un cambiamento dei paradigmi socioeconomici dominanti non si otterranno risultati apprezzabili dal lato delle condizioni materiali di vita delle persone. Una volta si diceva che «l’ambientalismo senza lotta di classe è solo giardinaggio».

Oggi non è più così. L’ambientalismo è entrato nel linguaggio e negli obiettivi del capitale. Può costituire la nuova frontiera della sua rigenerazione, come lo furono in passato alcune innovazioni tecnologiche, la conquista di nuovi mercati ed una maggiore accessibilità alle materie prime. Per dirla con Giorgio Lunghini, «la capacità di mutare forma per conservare la propria sostanza è la caratteristica principale del capitalismo».

Ma cosa si deve intendere per «condizioni materiali di vita delle persone»? In primo luogo quelle che discendono dai livelli di reddito dei singoli o delle famiglie. Situazione abitativa, mangiare e vestirsi, accesso alle cure e all’istruzione, dipendono da quanto si guadagna. Ovviamente, conta molto se si lavora o se si è disoccupati.

Rimanendo su questo piano, la situazione che c’è oggi in Italia è a dir poco drammatica. Secondo le ultime stime dell’Istat, da un anno a questa parte ci sono un milione di poveri assoluti in più nel nostro Paese. Numeri da brivido. Il 10% degli italiani non può permettersi le spese minime per condurre una vita accettabile. Pesa l’ecatombe di posti di lavoro che c’è stata nell’ultimo anno, che ha colpito soprattutto donne e precari. Una situazione fuori controllo che si innesta su un tessuto sociale sfibrato dalle politiche di austerità, di contenimento salariale e di «flessibilizzazione» del mercato del lavoro degli ultimi decenni. Ma pesa anche l’erosione del welfare state.

Negli ultimi vent’anni, il nostro Paese ha adottato misure di contenimento della spesa sociale senza ricalibrare le prestazioni del welfare sui nuovi bisogni. È rimasto fuori il nuovo proletariato, figlio del lavoro frantumato, digitale, post-fordista.  Le «condizioni di vita delle persone» si qualificano però anche ad un altro livello. Ammettiamo che nei prossimi mesi una forte iniezione di investimenti pubblici faccia crescere il numero degli occupati. Più domanda, più consumi, più occupazione e, naturalmente, più profitti. Ma per «stare meglio» basta solo consumare un po’di più? Avere un lavoro saltuario o non averlo affatto fa la differenza per quanto attiene all’accesso alle merci, certo.

Ma dopo più di due secoli dall’avvento della società industriale/salariale, possibile che il problema delle nostre economie rimanga quello di assicurare un salario di sussistenza ai lavoratori, per riprodursi e consumare? Dalla crisi si potrà uscire con l’economia in equilibrio (e più verde) e la società a pezzi, oppure con una nuova economia in cui piena occupazione e dignità/stabilità/libertà del lavoro possano camminare di pari passo. Non è solo una questione di salario. Riguarda la qualità dei rapporti di lavoro e la funzione che il lavoro dovrebbe avere nella ricostruzione post-pandemica. Il capitalismo contemporaneo ha accentuato una vecchia dicotomia, quella, per dirla con Claudio Napoleoni, «tra lavoro e bisogni». Bisogni intesi ben oltre il vestirsi, il bere, il mangiare, il possedere lo smartphone. Primo fra tutti, quello di riprendersi la vita, riconciliandola con la produzione della vita materiale.

Per questo il tema non può essere soltanto «quanti soldi abbiamo», ma anche come gli investimenti possano contribuire al benessere sociale, riducendo e redistribuendo il lavoro, contrastando la pervasività del mercato e della sua logica, che ora tutto informa, tutto plasma, tutto subordina a se stessa. Non è semplice. La lotta di classe alla rovescia ha dato i suoi frutti. Ma il tema non è più eludibile. È il tema della sinistra.

La dipendenza tecnologica alla base della storica depressione del Pil

Imprese. Siamo sicuri che la spesa in ricerca e sviluppo, così come gli investimenti in macchinari, siano più bassi di quelli di altre strutture economiche con cui dobbiamo misurarci? La domanda di lavoro delle imprese è troppo distante dai livelli (alti) di qualificazione dei nostri studenti. La cosiddetta fuga dei cervelli ne è una perfetta esemplificazione

Daniela Palma, Roberto Romano  17.03.2021

Prima Ciocca e poi Manfredi e Nencioni, sul manifesto, forse ancor prima Pennacchi, hanno dedicato tempo ed energie nel tentativo di intercettare la debolezza e/o forza-limiti e/o occasioni dell’attuale assetto economico e industriale dell’Italia. Da un lato è indagata la relazione produttività-innovazione-progresso tecnico (comprensivo dell’accumulazione di capitale), da un altro lato si riflette sulla perdita della centralità dell’investimento “innovativo” legata al laissez-faire e all’abbandono della programmazione. Qui proponiamo un diverso approccio metodologico.

Dove si colloca nella geografia economica internazionale il nostro sistema produttivo? La maggior parte dei settori produttivi italiani, tra cui figurano molti comparti centrali per il nostro modello di specializzazione (alimentari e bevande, tessile, abbigliamento e pelli), tende a posizionarsi in segmenti delle catene globali del valore più periferici e a più basso valore aggiunto (Istat, relazione su Next Generation Eu, Ngeu); altri settori conservano un certo peso specifico (macchinari), ma questi sono costretti (vincolati) da una intensità tecnologica (rapporto R&D/investimenti in macchinari) incoerente con una parte della domanda di macchinari del sistema economico.

Il cosìddetto sciopero degli investimenti, in termini sia di investimenti in macchinari sia nella spesa in ricerca e sviluppo, forse dovrebbe essere interpretato diversamente e purtroppo con maggiore crudezza. Proviamo a farci la seguente domanda: siamo proprio sicuri che la spesa in ricerca e sviluppo, così come gli investimenti in macchinari – per il momento trascuriamo gli altri investimenti che non sono comunque meno importanti – siano più bassi di quelli realizzati da altre strutture economiche con cui dobbiamo misurarci? Tali statistiche riflettono l’assetto complessivo del sistema economico mostrando numeri suscettibili di diversa declinazione.

La tesi che suggeriamo è quella di una forte coerenza tra investimenti e ricerca&sviluppo rispetto alla specializzazione produttiva. In altri termini, la spesa in ricerca e sviluppo, così come gli investimenti in macchinari, cioè la domanda di macchinari manifestata dalle imprese, sono relativamente in linea con la qualità della domanda delle imprese nazionali. Così come mostrato in altre e puntuali ricerche (Lucarelli, Palma, Pianta, Romano, Simonazzi etc.), a parità di specializzazione produttiva, le imprese nazionali non manifestano una spesa in R&D troppo diversa da quella effettuata in altri Paesi.

Non c’è dunque stato un vero e proprio sciopero della spesa in investimenti e in R&D. Per rendere più esplicita la riflessione, gli incentivi pubblici legati a Industria 4.0 per rinnovare il parco macchinari delle imprese, da un lato hanno permesso di sostituire l’esistente senza modificare la specializzazione produttiva – un modo per produrre le stesse cose con minori costi per soddisfare una “domanda di sostituzione” – dall’altra hanno favorito l’importazione di macchinari provenienti da altri Paesi, che servivano per soddisfare la domanda di beni e servizi a maggiore valore aggiunto e contenuto tecnico, esplicitando una pericolosa dipendenza tecnologica. Quanto è profonda questa dipendenza tecnologica? Molto, e forse troppo.

Ogni qualvolta si manifesta una domanda emergente – si pensi al Green Deal – è come se il tessuto economico la inseguisse, in quanto deve approvvigionarsi dall’estero del “sapere” (e forse anche del saper fare) per poterla soddisfare. Ciò spiega il ritardo italiano nella crescita del Pil; quando si lavora al margine dell’innovazione altrui, la crescita può essere solo più contenuta della media europea.

Se guardiamo alle principali variabili del sistema economico nazionale (Variato, Maranzano, Romano, Moneta&Credito) possiamo osservare come nel tempo il tessuto economico nazionale abbia lavorato ai margini della struttura dei costi, di tutti i costi (materie prime, peso fiscale, lavoro, etc.). La domanda di lavoro delle imprese è troppo distante dai livelli (alti) di qualificazione dei nostri studenti. La cosiddetta fuga dei cervelli ne è una perfetta esemplificazione. Abbiamo dei seri problemi e l’intervento pubblico è fondamentale, ma solo alla condizione di cambiare il motore della macchina senza fermarla.