FANTASMI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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FANTASMI da IL MANIFESTO

Coriandoli di storia privi di senso

Sinistra. La storia del Pci e del movimento operaio oggi è ridotta alla stregua di un brand, buono per le celebrazioni “dell’Unità” che non c’è mai stata e per il richiamo quasi folkloristico di minuscole formazioni partitiche

Paolo Favilli  17.09.2020

Leggo sui giornali che Nicola Zingaretti ha tenuto il discorso conclusivo alla «Festa Nazionale dell’Unità» di Modena. Leggo anche che uno degli attuali minuscoli «partiti comunisti» si presenta alle prossime elezioni regionali con il simbolo che è stato del Pci. Due segni diversi di un medesimo rapporto con una storia grande che ora viene triturata in una manciata di coriandoli e lanciata in direzioni opposte.

La storia del movimento operaio e socialista in Italia è stata scandita, per quasi un secolo, da due giornali, l’«Avanti!» e «l’Unità». Due quotidiani che, nonostante fossero «organici» ai loro partiti-editori, hanno avuto una larga influenza tanto nella sfera culturale che in quella politica del Paese. Il modo in cui «Avanti!» e «l’Unità» seppero coniugare, nella sostanza, «organicità» e capacità di interlocuzione con ampie aree d’opinione esterne, era proprio reso più agevole dalla consapevolezza di ciò che si era, di ciò che si rappresentava.

Quanto più forte era tale consapevolezza, tanto più si potevano esplorare spazi di confronto con le diversità. Perciò la ragion d’essere di quei giornali è scomparsa quando i partiti-editori hanno rovesciato quei punti di riferimento analitici sul rapporto economia-società che, sia pure con molte mediazioni, continuavano ad orientare il loro punto di vista politico e culturale.
Per l’«Avanti!» tutto era già chiaro dopo la fine della direzione di Gaetano Arfé (1976). Per «l’Unità» la cesura è stata ancora più netta. Quando venne deciso che il PCI non avesse più ragione di esistere, cessò anche la ragione di esistere del giornale e della sua storia.

La cesura con quella storia fu immediata, radicale sul piano politico. Perché non ci fossero dubbi sulla convinzione con cui gli ex comunisti venivano rapidamente dislocandosi nell’area della quale erano stati l’antitesi storica, la radicalità venne applicata con particolare zelo soprattutto al piano teorico.
Sul piano politico negli anni Novanta, le varie «cose» furono le forze più zelanti nel rendere esecutivi i principi neoliberali del trattato di Maastricht. Sul piano teorico le «cose» accolsero in pieno l’esortazione a fare «pulizia», l’esortazione a pensare «un socialismo senza Marx» (M. Salvati, 1990).

E piazza pulita fu: alienati/privatizzati i luoghi principali dell’elaborazione teorica, le autorevolissime riviste che così tanta influenza avevano avuto nella cultura italiana e non, venne persino interrotta la pubblicazione del MEOC (Marx-Engels Opere Complete). Operazione di enorme impatto simbolico e danno oggettivo per tutta la cultura di lingua italiana. Operazione gestita, in maggioranza, dalla ultima generazione dei dirigenti di un partito ad alta densità culturale. Una densità culturale costitutiva della struttura medesima del PCI. Priva di questa «corporeità», «l’Unità» si trovò per un periodo a galleggiare sul mare dell’indeterminatezza. Poi anche l’involucro di un nome che non aveva più alcun rapporto con la sostanza che una lunga storia aveva dato alla cosa, ha finito per dissolversi. Giusta nemesi che l’esecutore testamentario sia stato Matteo Renzi.

Il fatto che esista una «Festa nazionale de «l’Unità» in assenza del giornale non può assolutamente interpretarsi come richiamo ad una tradizione. Anche quella non c’è più per i dirigenti politici che si si alternano ai palcoscenici della «Festa». Si tratta solo della plastica rappresentazione di un contesto politico culturale nel quale una storia lunga e gloriosa si riduce ad un brand che volteggia in un vuoto di significati.

L’uso del simbolo del PCI, invece, vuole avere il segno di una continuità, quasi diretta, con quella storia. Il fatto, però, che sia assunto da un’organizzazione politica piccolissima, che proprio per tali dimensioni non può usufruire né di un retroterra culturale «organico» adeguato alle necessità dell’enorme lavoro di innovazione oggi necessario, né di una forza di antitesi rilevante per accelerarne ed ampliarne la dinamica, finisce, al di là delle intenzioni, per far prevalere la logica del simbolo/brand.

Una logica del tutto incompatibile con quella storia di cui si intende essere gli eredi. Sotto lo stesso brand le differenze, magari enormi, finiscono per confondersi. Lo specchio della miseria della politica in cui siamo immersi.