ELIMINARE LE CAUSE DELLA SOCIETÀ MALATA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ELIMINARE LE CAUSE DELLA SOCIETÀ MALATA da IL MANIFESTO

Le radici sociali del disastro sanitario

Verità nascoste. La rubrica settimanale a cura di Sarantis Thanopulos

Sarantis Thanopulos  18.09.2021

Jay S. Kaufman, professore nell’Università McGill ed ex presidente della Società per la Ricerca Epidemiologica, ha scritto il 10 settembre un articolo sul New York Times: «La scienza da sola non può curare una società malata». Già il titolo è un’«evidenza» fondata sull’osservazione imparziale (di cui solo il desiderio è capace) e sul pensiero critico (l’interpretazione rigorosa dei dati osservati), non sul pensiero cieco che più si perde nei calcoli, più non capisce niente.

Kaufman rievoca la figura di Rudolf Virchow ventiseienne patologo inviato a investigare un’epidemia di tifo nell’Alta Slesia nel 1848. Dopo un’osservazione di tre settimane stilò un rapporto in cui assegnava la colpa alla povertà e all’esclusione sociale. Se fossero cambiate queste condizioni l’epidemia non si sarebbe ripetuta. Riassunse la sua visione in questa frase: «La malattia di massa significa che la società è scombussolata».

Parole lungimiranti che Kaufman fa sue: «Per restaurare la fiducia nella scienza, deve esserci fiducia nelle istituzioni sociali. Il problema reale è che le società malate hanno istituzioni malate. È per questo che otto giorni dopo la sua investigazione Virkow è andato a Berlino sulle barricate per lottare per la rivoluzione».

Ora, come allora, la questione resta la stessa: senza una sua profonda, rivoluzionaria, trasformazione la nostra società resterà prigioniera di epidemie/pandemie ricorrenti, di dissesti ambientali sempre più catastrofici e irreparabili, di restrizioni della libertà dettate dalla necessità, di precarietà economica, affettiva e relazionale, di inaridimento culturale e umano. Si vivrà in uno stato d’assedio fisico e psichico (foriero di depressione e paranoia) permanente.

Come è del tutto evidente, il conflitto non prende la strada che dovrebbe essergli propria – scontro tra democratici trasformatori e oligarchici nichilisti- ma si disperde altrove. La polemica sul «negazionismo», ha finito per polarizzare due assetti difensivi (il ritiro e il diniego).

La contrapposizione, ora, tra pro-vax e anti-vax è altrettanto polarizzante e fuorviante. Da una parte si pensa che vaccinandosi «tutto tornerà come prima». Poco importa se quel «prima» era già malato e l’«ora» è un sintomo dell’aggravarsi della malattia. Dall’altra parte ci si ribella alla restrizione della propria autodeterminazione e si sostiene che il vaccino è dannoso e/o inutile, senza alcuna prova valida a favore di questa convinzione. Si confonde il farmaco con la malattia. Viene meno l’esigenza di contenere il sintomo (che a volte può diventare di per sé fatale) per poter respirare.

Presi dall’invasività psichica del sintomo disconosciamo la malattia.

Le restrizioni della libertà sono inevitabili se non rimuoviamo lo stato di perenne emergenza (preesistente all’attuale pandemia). Il bisogno di un nemico concreto della libertà ci impedisce di vedere che la restrizione è il frutto finale di processi sociali impersonali.

La malattia della nostra società è innanzitutto psichica. Soffriamo da molto prima del Covid di instabilità emotiva, di impulsività (che ci porta alla coazione a scaricare le emozioni con comportamenti rispettivi di natura soprattutto aggressiva), di desolazione affettiva, di depressione della femminilità, di priapismo psichico, di persecutorietà nei confronti degli altri che percepiamo ostili. Non siamo in grado di elaborare le perdite e viviamo in fuga dal lutto.

In queste condizioni non siamo capaci di mettere a fuoco i nostri reali interessi né, tantomeno, prenderne cura. La malattia non la cureremo con la psicoanalisi della società, ma eliminando le cause sociali che l’hanno determinata: la globalizzazione dello sfruttamento come regola degli scambi, l’immiserimento della stragrande maggioranza della popolazione mondiale, la trasformazione della tecnologia da strumento logistico a norma della nostra esistenza.

Indagine nel prisma della liberazione

Percorsi. Il volume “Reddito di base. Liberare il XXI secolo” (Momo) scritto da Andrea Fumagalli, Sandro Gobetti, Cristina Morini e Rachele Serino, membri del Basic Income Network-Italia, sarà presentato domani sera alle 21 presso il centro sociale La Torre in via Bertero 13 a Roma

Roberto Ciccarelli  18.09.2021

L’idea di un reddito di base ha assunto dimensioni mondiali, la letteratura è vasta, si è arricchita di approfondimenti scientifici sempre più puntuali e di sostenitori di tutto il mondo. Il tema è diventato argomento di studio della scienza politica, sociologica, filosofica, economica, psicologica e ha coinvolto molti altri campi di ricerca come mai accaduto prima.

Questo reddito è l’oggetto di speculazioni politiche, e di vere e proprie truffe semantiche. Pensiamo al cosiddetto «reddito di cittadinanza» istituito in Italia nel 2019: un sussidio di sostegno alla povertà assoluta pensato per governare i poveri e non emanciparli dalla povertà. Il punto dunque non è più «se» un reddito di base, ma «come» e soprattutto «quando». È qui che si dovrà generare quella rottura con il «mondo di prima», con quella «normalità che era il problema» dei decenni passati.

È QUESTA LA PRINCIPALE discontinuità politica e culturale argomentata nel libro Reddito di base. Liberare il XXI secolo (Momo, pp. 240, euro 18) scritto da Andrea Fumagalli, Sandro Gobetti, Cristina Morini e Rachele Serino, membri del Basic Income Network-Italia, che sarà presentato alla festa di Momo domani presso il centro sociale La Torre in via Bertero 13 a Roma (ore 20).

Non si tratta più di evocare un’utopia concreta, sostengono gli autori, ma di reinventare politiche già esistenti all’interno di una generale riforma del welfare e una trasformazione dei rapporti sociali di produzione e riproduzione soggetti a ripetute crisi sempre più devastanti e a un ritorno in forza della rivoluzione passiva che alterna il populismo di una redistribuzione farlocca con l’autoritarismo contro i (lavoratori) poveri, i precari e tutti coloro che non rispondono alla norma. Il reddito di base è oggi una questione politica, non una lista di principi.

Il libro è uno strumento di conoscenza delle teorie, dei dibattiti e delle sperimentazioni di forme di reddito di base dagli Stati Uniti all’Africa e all’Asia. È una miniera di informazioni, oltre che una guida necessaria per districarsi dalle trappole disseminate in un dibattito polarizzato tra l’odio di classe dei politici neoliberali di destra e di sinistra, le contrapposizioni infondate che colonizzano il dibattito tra presunti «lavoristi» e «redditisti» e le classiche accuse al reddito di «neoliberismo» perché Milton Friedman ha prospettato un’interpretazione di questa misura come imposta negativa.

Gli autori dimostrano che il reddito è anche una lotta tra le interpretazioni emerse in stagioni economiche, e in paesi diversi. Ce ne sono altrettante e più evolute di origine marxista e liberal-socialista, per esempio. Questa molteplicità di interpretazioni è un campo di battaglia e fa parte della lotta in corso. È un approccio materialisticamente adeguato al nostro tempo, ma inudibile alle orecchie di una sinistra dissolta, colonizzata da meme populisti, sepolta sotto una coltre di identitarismo, ostaggio della contrapposizione tra i diritti compiuta dall’agenda neoliberale.

IL LIBRO DEL BIN-ITALIA riporta queste astrazioni necrotizzanti alla concreta esperienza della vita sociale. Si parte dalla ricerca dell’autodeterminazione dei singoli e delle classi e non dalla volontà di governare gli esclusi e i marginali anche attraverso il lavoro coatto gratuito fino a 16 ore a settimana: i «Puc» della legge sul reddito, oggi chiamati «lavoro di cittadinanza» dalla Lega, da Renzi e da altri evangelisti dell’oppressione della vita altrui. Il «reddito di base» è un prisma dai molti volti, il primo passo e non l’obiettivo finale di una politica della liberazione che dura tutta la vita ed è tutta da costruire.