E IL MERIDIONE? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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E IL MERIDIONE? da IL MANIFESTO

La vecchia Cassa batte Piano (Pnrr) del governo

Mezzogiorno. Le politiche di ispirazione liberista che ci accompagnano da 50 anni hanno fatto crescere il già ampio divario economico tra le regioni più ricche e quelle più povere. Il modello regionale italiano si è rivelato un fallimento e lo si vorrebbe, addirittura, implementare con il dissennato e non ancora accantonato progetto di autonomia differenziata

Pino Ippolito Armino  05.05.2021

L’enfasi con cui il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) è stato presentato con riferimento all’obiettivo di riequilibrio territoriale fra le due Italie, il Centro-Nord e il Mezzogiorno, appare piuttosto ingiustificata. Lo ha già scritto su queste stesse pagine Alfonso Gianni (il manifesto, 27 aprile) evidenziando l’occasione mancata di rilanciare il Paese intero mettendo il Mezzogiorno non tra le priorità cosiddette trasversali ma al centro stesso del Pnrr.

Anche a voler dare credito alle cifre contenute nel Piano ed assumendo lo scenario migliore (o alto come è stato definito) – che comporta una crescita del prodotto interno lordo nazionale del 3,6% aggiuntiva rispetto al dato tendenziale (2,5% secondo le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale) – il prodotto pro-capite del Mezzogiorno, a conti fatti, nel 2026 si attesterebbe al 59,3% di quello del Centro-Nord. Ancora lontano da quel 60,3% raggiunto nel 1973 al culmine dell’intervento straordinario avviato con la legge 10 aprile 1950 n. 646 che istituiva la Cassa per il Mezzogiorno.

Troppo poco per rilanciare quello che per gli stessi estensori del Piano è ad oggi “il territorio arretrato più esteso e popoloso dell’area euro”. Ma anche su questo non troppo ambizioso obiettivo di convergenza pesano gravi incognite.
L’obiettivo del 40% delle “risorse territorializzabili” da destinare al Mezzogiorno può apparire un’autentica rivoluzione ma è anche una vecchia promessa mai mantenuta. Ci si dimentica, infatti, che già la legge 1 marzo 1986 n. 64 ha fatto obbligo alle Amministrazioni dello Stato di riservare al Mezzogiorno una quota non inferiore al 40% delle somme complessive per investimento. La novità sarebbe ora rappresentata dal fatto che a promettere sia l’uomo del whatever it takes.

Come noto, tuttavia, l’orizzonte del Pnrr è il 2026 e nessuno scommetterebbe sulla permanenza di Draghi alla presidenza del Consiglio neppure da qui a un anno, quando si dovrà votare per eleggere il nuovo capo dello Stato e i progetti del Piano saranno verosimilmente in una fase appena embrionale.

C’è poi una questione anche più rilevante che sembra essere stata trascurata.
Le politiche di ispirazione liberista che ci accompagnano da 50 anni hanno fatto crescere il già ampio divario economico tra le regioni più ricche e quelle più povere. Il modello regionale italiano si è rivelato un fallimento e lo si vorrebbe, addirittura, implementare con il dissennato e non ancora accantonato progetto di autonomia differenziata. In questo contesto la previsione di “task force locali che possano aiutare le amministrazioni territoriali a migliorare la loro capacità̀ di investimento e a semplificare le procedure” è del tutto irrilevante.

Pensare di affidare, ad esempio, alle burocrazie e alle caste politiche regionali i compiti sottesi dalla sesta missione (la sanità), per ridurre le insopportabili diseguaglianze territoriali esplose con la pandemia, è davvero ingenuo. Il rischio è che al termine del Piano quelle disparità risultino persino accresciute. Se l’obiettivo che si persegue è davvero l’uniformità delle prestazioni sanitarie in tutto il territorio nazionale bisogna sottrarre alle regioni quella competenza e riaffidarla allo Stato perché il Servizio Sanitario torni ad essere di fatto e non solo di nome Nazionale.

Giova ricordare che ogni passato esempio di convergenza e di sviluppo economico è riconducibile a una programmazione affidata saldamente alle mani dello Stato. Il piano Marshall, ad esempio, consentì alla fine degli anni ’50 all’Italia di agganciare le economie più avanzate al mondo (per inciso le agevolazioni finanziarie per la ricostruzione andarono per l’84,3% a imprese del Centro Nord) e anche la Cassa per il Mezzogiorno segnò una svolta. Si mise fine alla concezione che guardava alla Questione Meridionale come problema da avviare a soluzione sulla base del corretto funzionamento delle amministrazioni ordinarie e per la prima volta si istituì un ente apposito con il compito di coordinare sistematicamente l’insieme degli interventi destinati al Sud.

Nel ventennio 1953-73 si ebbe la modernizzazione delle regioni meridionali ma anche, e soprattutto, il potenziamento dell’economia del Nord. Così alla fine degli anni ’70 il reddito medio degli italiani era analogo a quello degli inglesi e solo del 10% inferiore a quello dei tedeschi o dei francesi.

Solo, dunque, un nuovo intervento sistematico e straordinario dello Stato finalizzato espressamente al Mezzogiorno e alle sue storiche debolezze potrebbe invertire il processo in atto di disgregazione dell’Italia, come è ancora nei voti, nonostante certe spericolate acrobazie politiche, della parte più miope della classe dirigente del Nord Italia.

Ai giovani non serve il mutuo ma un affitto basso

Sostieni bis. L’ammontare annuo dei mutui-casa ha raggiunto la cifra monstre di 350 miliardi. Un colossale trasferimento di denaro dal lavoro alla rendita finanziaria e immobiliare

Gaetano Lamanna  05.05.2021

Nel prossimo disegno di legge “Sostegni bis”, che il governo prevede di varare in questa settimana, è inserita la norma che consente agli under 36 di comprare casa con la garanzia dello Stato. Si tratta di una delle prime misure per la ripartenza, accolta da un generale consenso. Eppure, se ci fermiamo a riflettere, la soluzione prospettata ricalca schemi del passato e non tiene conto delle esigenze delle nuove generazioni. Sappiamo, come ha detto il presidente Mario Draghi, quanto sia difficile per i giovani trovare lavoro, mettere su casa, farsi una famiglia. E’ altrettanto vero, però, che la crisi distruttiva che ci trasciniamo da anni, acuita dalla pandemia, e la nuova realtà del mercato del lavoro hanno modificato il rapporto degli italiani, soprattutto dei giovani, con la casa. Tante certezze sono venute meno.

Vi sono studi che documentano la sensibile crescita delle sofferenze bancarie derivanti dai mutui prima-casa. Il disagio abitativo colpisce ormai anche fasce ampie di ceto medio in difficoltà. Dal dopoguerra in poi e fino agli anni Novanta, gli italiani hanno considerato la casa l’investimento più sicuro per eccellenza, lo status symbol di un raggiunto benessere. La percentuale dei proprietari di casa, che nel 1965 era pari al 46 per cento, è salita a circa l’80 per cento.

Dall’inizio di questo millennio e, segnatamente con la crisi finanziaria del 2007 – 2008, generata dalla bolla immobiliare negli Usa, abbiamo assistito, però, ad una profonda divaricazione tra redditi delle famiglie e costi dell’abitare. Redditi stagnanti, prezzi (immobiliari) crescenti. Questa divaricazione è stata in parte compensata da una relativa facilità di accesso ai mutui-casa e da bassi tassi di interesse.

L’ammontare annuo dei mutui-casa ha raggiunto la cifra monstre di 350 miliardi. Un colossale trasferimento di denaro dal lavoro alla rendita finanziaria e immobiliare (banche, proprietari fondiari, imprese di costruzione). La cosiddetta finanziarizzazione del «mattone» si è tradotta in una massiccia ridistribuzione di risorse dal basso verso l’alto. L’industria edilizia, dagli anni Ottanta al primo decennio del Duemila ha sfornato una media di 200.000 unità abitative all’anno, quasi tutte destinate alla vendita.

Con un consumo di suolo smisurato e un grave danno per l’ambiente. Sta anche qui, in questi processi non governati di espansione urbana, l’origine di tante diseguaglianze sociali e di tanti mali che affliggono le nostre periferie. La maggior parte delle famiglie, che hanno acquistato casa negli ultimi venti anni, e che un tempo sarebbero state classificate come benestanti, vivono ora al limite della soglia di povertà, oberate dal debito contratto con gli istituti di credito.

In conclusione, deve essere chiaro che l’agevolazione ai giovani non può essere un mezzo surrettizio per far ripartire il mercato immobiliare. E’ legittimo sospettare che dietro tanta attenzione al mondo giovanile si nasconda in realtà the bad intent (il cattivo proposito) di “piazzare” alcune decine di migliaia di unità abitative invendute, soprattutto nelle desolate periferie urbane. Il governo strizza l’occhio al potente settore dell’immobiliare, che rivendica la sua fetta di torta del Recovery, e a farne le spese rischiano di essere i giovani. Ognuno di loro, infatti, può indebitarsi, in base a questa norma, fino a un massimo di 250 mila euro.

Il problema dell’Italia è che da trent’anni non si costruiscono più case popolari. Le competenze in materia di edilizia residenziale pubblica (Erp) sono state trasferite alle Regioni, che non investono. Il mercato degli affitti è debole e asfittico. Nelle città è quasi tutto assorbito dagli affitti brevi, gestiti dalle piattaforme digitali. L’obiettivo su cui puntare è un mercato delle locazioni che funzioni, prevedendo per le fasce sociali deboli un piano di investimenti in Erp.

Il mercato del lavoro chiede mobilità e il governo incentiva la casa in proprietà, il massimo dell’immobilità. Se accolliamo in capo alle giovani coppie gravosi mutui da pagare è gioco forza cercare lavoro in funzione della casa e non viceversa. In un’economia globalizzata, in cui le opportunità di lavoro possono cambiare spesso, la casa in affitto (sociale, calmierato) per i giovani corrisponde di più alle diverse e mutevoli esigenze di vita, di mobilità, di lavoro, di reddito.

Bisogna dunque contestare una politica abitativa tutta incentrata sugli interessi della rendita immobiliare e finanziaria. Alla nuova domanda abitativa si dovrebbe rispondere incentivando interventi di ristrutturazione edilizia e di rigenerazione urbana, partendo dal patrimonio esistente e dal riutilizzo di aree urbane dismesse o degradate. Si potrebbero reperire, senza ulteriore espansione urbana, centinaia di migliaia di nuovi alloggi per la locazione a prezzi sostenibili. E realizzare quelle operazioni di «ricucitura» del tessuto urbano di cui parla Renzo Piano. La strada giusta da seguire è un’idea di casa che incorpori più valore d’uso e meno valore di scambio.

http://www.dic.unipi.it/l.santini/edilearchitettura/AA2017-2018/lezio%2010%20dalla%20sullo%20alla%20457.pdf