CRESCITA E NUCLEARE: METADONE DI STATO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CRESCITA E NUCLEARE: METADONE DI STATO da IL MANIFESTO

Transizione ecologica dal basso, di Cingolani facciamone a meno

Pnrr e non solo. La «cartina al tornasole» del suo approccio è l’auto privata. Si punta alla elettrificazione sapendo che mancheranno le materie prime e che così si aprirà un conflitto senza quartiere

Guido Viale  07.09.2021

Quando sentiamo dire dai nostri ministri, per di più da uno addetto alla transizione ecologica, che questa finirà in «un bagno di sangue», la prima cosa da chiedersi – che lui a quanto pare non si chiede – è che cosa succederà invece se non la si porta a termine nel tempo più breve possibile.

Soprattutto ora che rilancia il «nucleare ragionevole» contro i «radical chic» che sarebbero folli, dimentico di ben due referendum popolari inequivocabili che hanno messo all’indice la follia dell’energia nucleare.

Abbiamo cominciato ad averne qualche assaggio già ora: oltre al virus – indubbio portato di un ambiente sconvolto dall’intervento umano – incendi di intere regioni e foreste, uragani, alluvioni e siccità sempre più frequenti; desertificazione e sterilità dei suoli; crisi idriche; scomparsa sempre più rapida di ghiacciai e calotte polari con conseguente aumento del livello dei mari che non si può più fermare; riduzione insostenibile della biodiversità e con essa anche dei rendimenti agricoli (pensiamo all’eccidio delle api).

E poi, visto che il ministro ha gli occhi puntati solo sull’industria, rottura delle catene di approvvigionamento (per esempio, di microchip che bloccano l’industria dell’auto, degli elettrodomestici e dell’elettronica in tutto il mondo), crisi dei mercati di sbocco, aumento delle materie prime, competizione selvaggia per quelle rare, indispensabili alla transizione all’elettrico.

Ora moltiplichiamo per tre, cinque, dieci quello che abbiamo solo cominciato a vedere e abbiamo un quadro di quello che aspetta la next generation – i nostri figli e nipoti – se lasciamo in mano a gente come Cingolani la transizione – anzi, conversione – ecologica di cui dovremmo farci carico tutti. Quel ministro ha anche proposto di esentare dalla transizione all’elettrico le auto di lusso – quelle prodotte nelle motorvalley a lui così care – perché, se perdono potenza, i ricchi non le comprano più.

Più ancora che legato ai «poteri forti», come Eni ed Enel, a cui ha delegato il compito di incassare e usare come vogliono i denari del recovery fund, Cingolani esprime l’idea che la transizione ecologica non deve toccare nessuno dei privilegi – neppure i più banali come, le automobili da corsa; figurarsi gli yacht – di cui godono i ricchi. Il «bagno di sangue» spetta solo ai poveri.

Oltre a uno sforzo di immaginazione collettiva per rappresentarci lo stato del mondo di qui a qualche anno, o a pochi decenni, dobbiamo dunque fare uno sforzo analogo anche per rappresentarci obiettivi, forme e percorsi di una vera conversione ecologica.

Non ci aiutano in questo le istanze dell’Ue o quelle dell’Unfccc delineate a Parigi, che a Glasgow non sembrano destinate a molti passi avanti. Non solo perché l’obiettivo di +1,5°C è ormai dietro le spalle e i +2°C sono sempre più problematici, ma perché l’immagine del futuro che sottende quei documenti è insensata: dietro l’ossimoro dello sviluppo sostenibile si prospettano stili di vita esenti da sostanziali cambiamenti.

La «cartina al tornasole» di questi approcci è l’automobile.

Si punta alla sua elettrificazione pur sapendo che mancheranno le materie prime per portarla avanti; che su di esse si scatenerà una competizione senza quartiere; che comunque, se usate per l’auto sottrarranno risorse urgenti a impianti ben più importanti; e soprattutto che l’uso e il possesso di un’auto privata (una ciascuno o una per famiglia) continuerebbe a riguardare una ristretta gamma di paesi (ancorché allargata alle classi medie di Cina e India) mentre il resto degli esseri umani dovrebbe continuare ad andare a piedi, perché su questa Terra non c’è posto né per cinque miliardi di auto; né, in fin dei conti, per molti di loro…

Ma soprattutto si legifera come se a farsi carico della transizione debbano essere solo i governi e ministri come Cingolani (ogni Paese ha il suo) e non una mobilitazione che parta dai lavoratori – soprattutto delle aziende in crisi – e dai territori, mettendo nelle mani di chi ci vive e lavora, e per questo li conosce benissimo, mezzi e strumenti per imporre ai governi la strada da percorrere.

Per ora bisogna cominciare a dire alcune cose di cui si parla poco.

Che la conversione non può essere fatta di progetti concepiti e promossi azienda per azienda e gestiti solo dalle rispettive maestranze, ma deve coinvolgere per lo meno un’intera filiera, dalle forniture agli sbocchi, riportandone nei territori la maggior parte possibile.

Che il processo non può essere il frutto di elucubrazioni personali, né tanto meno ministeriali, ma va messo a punto in forme collettive: per esempio convocando delle conferenze di produzione che coinvolgano, insieme ai lavoratori delle aziende interessate, tutto il loro territorio, le sue associazioni, le sue risorse sia umane che «naturali», soprattutto quelle non valorizzate.

Che tutto va concepito in una prospettiva ineludibile di sobrietà, di equità e di riconciliazione con la vita vegetale e animale rimasta.

E che un processo del genere non può che svilupparsi «a macchia di leopardo»; andando avanti, con conflitti sempre più ampi, là dove le forze attive che lo promuovono sono più organizzate, per fare poi da battistrada a tutte le altre: sia a livello regionale che nazionale, continentale e planetario.

Se questo si verificherà – e «non c’è alternativa» – i governi dovranno adeguarsi. L’Intendance suivra.

Reddito di cittadinanza: la guerriglia pre-elettorale tra abolizionisti e «miglioristi»

Il caso. Metafore allucinanti (Meloni: “E’ metadone di Stato”) sulla pelle di poveri e disoccupati. Interviene anche l’Ocse che propone al governo Draghi di tagliare i sussidi per spingere al lavoro (poco, precario e pagato una miseria). Potrebbe anche essere ascoltato. E il ministro leghista allo Sviluppo Giorgetti rispolvera il “lavoro di cittadinanza”. Tutti gli equivoci e le contraddizioni nell’intrattenimento offerto dalla politica italiana in attesa delle elezioni amministrative di inizio ottobre

Roberto Ciccarelli  07.09.2021

Anche l’Ocse è intervenuto ieri nella contesa pre-elettorale in vista delle amministrative di inizio ottobre sul cosiddetto «reddito di cittadinanza» che divide i partiti in abolizionisti e «miglioristi». Nel rapporto 2021 l’organizzazione parigina ha dato uno spunto ulteriore per il restyling della legge pluriannunciato da Draghi, dal ministro del lavoro Orlando o da Conte che difende l’ultimo totem dei Cinque Stelle. Si tratterebbe di «ridurlo e assottigliarlo per incoraggiare i beneficiari a cercare lavoro nell’economia formale» ma anche di «introdurre un sussidio per i lavoratori a basso reddito». La prima soluzione è un classico nel governo dei poveri chiamato «Workfare»: si tagliano i sussidi per costringere i beneficiari a cercare un lavoro. Questo lavoro non c’è e, se c’è, è precario e finisce subito. A chi farà domanda per un altro sussidio sarà addebitata la responsabilità della sua condizione e sarà attaccato perché «sta sul divano». La seconda indicazione dell’Ocse è un «reddito minimo» che nessuna forza politica istituirà. Se lo facessero anche i lavoratori poveri sarebbero attaccati perché percepirebbero un sussidio. In più dovranno difendersi da un’altra accusa: anche se lavori pagato una miseria non puoi avere soldi dallo Stato. Da questi circoli viziosi è impossibile uscire se non con una critica radicale delle politiche sociali occupazionali.

FA DISCUTERE la metafora del «reddito di cittadinanza» come «metadone di Stato» creata da Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia). La metafora paragona i poveri agli eroinomani e ha creato una giusta indignazione tra chi lavora nella cura delle dipendenze. «È una sciocchezza – ha detto all’AdnKronos Massimo Barra, fondatore di Fondazione Villa Maraini della Croce Rossa Italiana che si occupa di questo problema sociale – Siamo su slogan e dogmi offensivi verso 90 mila persone che sopravvivono grazie al metadone nel nostro paese. È la più importante terapia a disposizione per gli eroinomani, sputarci sopra significa sputare su chi la fa. Nulla di più offensivo».

MESSA ALLE STRETTE ieri Meloni ha cambiato registro. «Lo sviluppo e il lavoro sono i mezzi per liberare la gente dalla povertà, non il mantenimento con la paghetta di Stato per rendere i cittadini dipendenti dalla politica come vogliono fare i 5Stelle e la sinistra». Non è un ragionamento diverso da quello fatto da altri: per uscire dalla povertà servono investimenti e lavoro. Ma va? Il problema nasce quando gli investimenti producono lavoro a basso tasso di innovazione e senza qualità, mentre il lavoro resta comunque poco, precario e non garantisce le tutele sociali fondamentali: un reddito di base, un salario minimo, la disoccupazione o la maternità. È una situazione ricorrente in Italia dove la maggior parte dei posti prodotti nel lavoro dipendente sono precari e di breve durata.

IL RAGIONAMENTO si morde la coda: dalla povertà riesce con il lavoro, ma facendo un lavoro povero si resta poveri. Non considerare questa realtà rende simili sia coloro che oggi difendono il «reddito di cittadinanza» come sussidio utile per un ritorno improbabile sul mercato del lavoro sia coloro che dicono di volerlo abolire (Renzi con il suo referendum farlocco, Salvini che vuole presentare un «emendamento») per dare i soldi alle imprese che creerebbero il lavoro. Lo stesso lavoro che rende poveri.

È TORNATO D’ATTUALITÀ un altro concetto, coniato a «sinistra» e poi evocato da Renzi: il «lavoro di cittadinanza». Lo ha pronunciato ieri il ministro leghista dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti secondo il quale bisogna «trasformare il reddito di cittadinanza in lavoro di cittadinanza». Ora, si tratta di capire se questo significa obbligare i poveri ai lavori forzati puri e semplici senza nemmeno il paravento attuale dei «Progetti utili alla collettività» (Puc) già previsti dalla legge. In questo caso il lavoro è obbligatorio fino a 16 ore a settimana, non prevede una retribuzione ed è giustificato con un sussidio inferiore ai 580 euro a famiglia, non a individuo. Nell’altra ipotesi si tratterebbe di lavoro schiavistico in nome della «cittadinanza».

CON OGNI PROBABILITÀ il restyling promesso dal governo manterrà il lavoro gratuito nella prima ipotesi e cercherà di dare una parvenza di efficienza, meramente statistica, alle «politiche attive del lavoro» che confluiranno nella riforma degli ammortizzatori sociali inserita nella legge di bilancio. A quel punto, dopo la sua approvazione, la guerriglia classista dei partiti conoscerà una tregua, ma ricomincerà presto. La violenza politica del dibattito serve a infliggere uno stigma ai poveri, precari e disoccupati mantenendoli nel silenzio e nella vergogna.