CONTRO LA DISTRAZIONE DI MASSA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CONTRO LA DISTRAZIONE DI MASSA da IL MANIFESTO

Contro la distrazione di massa

Il ritorno di Greta. Mentre il pianeta va a fuoco il parlamento italiano vota il ponte sullo Stretto

Guido Viale  10.07.2021

Greta Thunberg è tornata a dare il meglio di sé al vertice sul mondo austriaco promosso da Arnold Schwarzenegger, che si è svolto il 1° luglio, con, tra gli altri, Angela Merkel, Antonio Guterres. Rivolgendosi ancora una volta a tutti i potenti del mondo, ma per farsi ascoltare da tutti coloro che potenti non sono, Greta ha rimarcato che nei sei anni che ci separano dal vertice di Parigi, politici, finanzieri e grandi industriali (la crème di Davos) ci hanno riempiti di parole, ma non hanno fatto niente per avvicinarci agli obiettivi di decarbonizzazione fissati. Anzi, hanno fatto, stanno facendo e si apprestano a fare l’opposto: la loro lotta per il clima serve a mascherare la continuazione di una politica fondata sui fossili, che altro non è che la ricerca di nuove occasioni di business.

L’accusa coglie in pieno anche il Pnrr italiano, il suo padre, il Recovery Fund della Commissione europea, e la sua madre, il programma NextgenerationEU, che altro non sono che armi di distrazione di massa, finalizzate a fissare l’attenzione intorno a misure inconsistenti, se non controproducenti, mentre il pianeta va a fuoco. A fuoco: nello stesso giorno in cui si registravano a Vancouver 50 °C, il Parlamento italiano ha votato, alla Camera, il ponte sullo stretto di Messina (da finanziare non con il Pnrr, bensì con un “fondone” che Draghi ha aggiunto, a debito, ai fondi del Pnrr, anch’essi di fatto tutti a debito, per “non lasciare indietro nessuno”: in questo caso la lobby del cemento). D’altronde, il Senato italiano, anni fa, aveva votato che il cambiamento climatico non esiste.

Tra le parole contraddette dai fatti di cui parla Greta spicca l’istituzione in Italia di un Ministero della Transizione ecologica. Ma quella transizione implica un cambiamento radicale: l’abbandono del mito fasullo e letale della “crescita” (termine con cui oggi si indica l’accumulazione del capitale) e non può non coinvolgere profondamente comportamenti, stili di vita e assetti sociali di tutta la popolazione; oltre, ovviamente, alla determinazione di che cosa, con che cosa, per chi e come si produce. Il primo compito di un Ministero della Transizione ecologica dovrebbe essere, quindi, una grande campagna di informazione: sul perché di una svolta così radicale, sui rischi che corrono il pianeta, il paese e la vita di ciascuno; e la conseguente apertura di un grande confronto (non era certo tale la kermesse del secondo Governo Conte a villa Pamphili), coinvolgendo tutte le istanze della “società civile” – associazioni, comitati, sindacati, scuole e Università, centri di ricerca, mondo della cultura – sulle alternative che abbiamo di fronte sia a livello planetario che locale. Se si vogliono ottenere dei risultati non si può che procedere che così.

E se il governo non lo fa, di promuovere quel confronto dobbiamo farci carico noi. Chi? Tutti, dove e come si può. Mettendo al centro non la crescita ma la cura delle persone, del vivente e della Terra. Ma invece di una campagna di informazione e di un grande confronto ci siamo ritrovati le continue esternazioni del ministro Cingolani, peraltro in frequente contraddizione tra loro, ma che, sostanzialmente, mirano a rassicurare che non c’è da cambiare gran che: il gas sostituirà – un po’ per volta – il petrolio come “combustibile di transizione” (verso che?), costruendo nuovi impianti e pipeline la cui vita utile va ben al di là del 2050, anno in cui il gas dovrebbe scomparire; l’idrogeno verde deve aspettare (non è ancora maturo); con le rinnovabili non c’è fretta, tanto arriverà la fusione nucleare, o anche la fissione in “piccoli impianti” distribuiti sul territorio; la dieta proteica è essenziale, quindi largo agli allevamenti industriali; l’agricoltura sostenibile si fa con l’agrofotovoltaico (pannelli in alto e ortaggi sotto), ecc.

Ma se il ministro della Transizione sembra sensibile soprattutto alla lobby del gas (Eni ed Enel), il Pnrr, nel suo insieme, destina il giusto tributo anche a quella del cemento e delle Grandi opere: il piano pullula di autostrade, aeroporti e Alta velocità, chiamati infrastrutture, tutti finanziati a spese del trasporto locale (compreso il Tav Torino-Lione, ricompreso nel Pnrr, senza nominarlo, nelle vesti del fallito Ten-T).

E qui, anche senza entrare nei dettagli (che peraltro il Pnrr evita), la prima e fondamentale domanda da fare, se si aprisse, come si dovrà aprire, ma dal basso, un dibattito sulla transizione ecologica è: ma serve un treno ad alta velocità, o un ponte di quattro chilometri, per collegare regioni devastate dagli incendi, dove, di questo passo, si dovrà reggere a temperature di 50°C come a Vancouver (che è molto più a nord della Sicilia), per portare dei turisti su spiagge ormai sommerse dall’innalzamento del livello del mare? O serve portare altro gas in Italia cercando di seppellirne le emissioni sottoterra, in una regione già sconvolta da un terremoto di dubbia origine, lasciando in eredità alle future generazioni, ma forse anche a questa, una bomba di Co2 sotto pressione, pronta ad aprirsi un varco verso la superficie per restituire all’atmosfera tutta la Co2 fittiziamente sottrattale? O queste cose non dobbiamo chiedercele?

L’esecutivo Draghi è neoliberista, non è il governo della società

Pnrr. Se usciamo dalla retorica autoconsolatoria del «potenziale» di crescita limitato dai troppi «lacci e lacciuoli», potremmo forse scoprire che scarsa crescita, alta disoccupazione e bassi redditi sono oggi in Italia purtroppo coerenti con l’assetto economico che le politiche economiche finora perseguite ci hanno consegnato. E che il Paese non potrà avere un sentiero diverso fintanto che non cambia il motore

Paolo Maranzano, Mario Noera, Roberto Romano  10.07.2021

Quale è l’orizzonte del Paese? Sebbene ci sia un certo consenso sulla minore crescita dell’Italia rispetto alla media dei Paesi europei, un’analisi approfondita dei dati e delle statistiche macroeconomiche in questo caso ci possono aiutare nell’inquadrare il tema.

La natura tecno-economica di questa minore crescita, infatti, registra un conflitto di idee e analisi in cui è difficile districarsi. L’inerzia delle idee, l’egemonia delle teorie economiche e sociali liberiste, unite a interessi particolari e a una certa pigrizia intellettuale, impediscono una analisi autocritica dei vincoli che ostacolano la crescita, così come un livello dignitoso di qualità del lavoro, di efficienza del capitale e di rispetto della natura.

In aggiunta alle difficoltà appena ricordate, la pigrizia o la comodità di taluni intellettuali veicolano l’immagine di un Paese che sarebbe cresciuto meno di quanto potesse solo perché non si è fidato mai abbastanza delle dure, ma corroboranti virtù del mercato.

Lo stesso Presidente del Consiglio Draghi, durante l’Adunanza solenne di chiusura dell’anno accademico dell’Accademia Nazionale dei Lincei (1° luglio 2021), ha ricordato e sottolineato come e quanto il Paese sia cresciuto meno del suo potenziale.

La narrativa dominante ne attribuisce la responsabilità quasi esclusiva ai «lacci e lacciuoli» che scoraggiano e ostacolano l’iniziativa privata. Ci sarebbe, quindi, un potenziale di crescita che il Paese potrebbe agganciare con le così dette riforme strutturali.

La definizione di «potenziale» rimane per i più un mistero, ma è il caso di ricordare che «potenziale» nell’accezione neoclassica (liberista) è un vincolo tecnico e non un orizzonte comune da condividere. È una frontiera fissata dalla tecnologia, raggiungibile solo se i comportamenti sociali si assoggettano alle regole del mercato; non è un progetto di società da plasmare e organizzare attorno ai bisogni umani.

Sostanzialmente il mondo neoclassico immagina una curva di piena occupazione dei fattori di produzione oltre la quale sarebbe tecnicamente impossibile andare senza generare inflazione e squilibri. Una curva che solo l’oggettività del progresso tecnico può spostare in avanti e a cui ci si può avvicinare solo lasciando che i salari si allineino alla produttività del lavoro e lo Stato si limiti a fluidificare le condizioni in cui può liberamente esercitarsi l’imprenditorialità.

Se si uscisse anche solo di poco dal guscio ideologico neo-classico e si ricominciassero a frequentare anche altre scuole del pensiero economico, si scoprirebbe però che Pil potenziale non dipende solo da tecnologia e flessibilità del lavoro, ma anche e soprattutto da fattori come la distribuzione del reddito e la capacità dello Stato di orientare il mercato nel lungo periodo.

La politica economica del Governo Draghi è invece ancora la rappresentazione perfetta di una visione neo-liberista del vincolo «potenziale».

Sostanzialmente il Pnrr e le riforme strutturali a cui esso affida, quasi in esclusiva, il futuro del paese (pubblica amministrazione, appalti, digitalizzazione, giustizia, etc.) delineano l’orizzonte della modernità, cioè la necessità di liberare le «potenzialità» inespresse di crescita del Paese, sanandone le deviazioni dal sentiero «ottimale», senza quasi neppure chiedersi se «quel» modo di crescere sia compatibile con equità sociale e sostenibilità ambientale.

Nel Pnrr di Draghi non vi è alcuna ambizione di riorientare il modello di sviluppo, ma solo il tentativo di farlo funzionare meglio così com’è.

Non ci tragga in inganno la sospensione del Patto di Stabilità e la generosità degli interventi pubblici effettuati. La pandemia ha riallargato la forbice negativa tra Pil potenziale e reale, giustificando temporaneamente l’indebitamento ed il sostegno pubblico della domanda.

Ma l’intervento dello Stato è chiamato solo a tamponare gli effetti di uno shock inatteso ed esogeno e, nelle intenzioni del governo, l’operazione è destinata rapidamente a rientrare non appena si esaurisce l’emergenza.

Infatti il Def, licenziato dallo stesso governo Draghi nello scorso aprile, già annuncia un aggiustamento di bilancio di dimensioni ciclopiche anche nella sua componente non ciclica (il deficit strutturale è previsto ridursi di ben 5,5 punti di Pil nell’arco di un solo triennio).

Quanti oggi hanno la volontà di ricordarsi che il Pil potenziale italiano era ed è inferiore alla media europea, nonostante trent’anni di liberalizzazioni, riforme e austerità? La domanda non è di quelle che hanno in sé la risposta, ma cerca almeno di manifestare un certo disagio rispetto a certa letteratura.

Se usciamo dalla retorica autoconsolatoria del «potenziale» di crescita limitato dai troppi «lacci e lacciuoli», potremmo forse scoprire che scarsa crescita, alta disoccupazione e bassi redditi sono oggi in Italia purtroppo coerenti con l’assetto economico che le politiche economiche finora perseguite ci hanno consegnato. E che il Paese non potrà avere un sentiero diverso fintanto che non cambia il motore.