CONOSCENZA, LIBERTÀ e SPERANZA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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CONOSCENZA, LIBERTÀ e SPERANZA da IL MANIFESTO

Conoscenza, libertà e speranza

Sull’isocrazia. L’uso critico della ragione deve collegarsi con la capacità di operare nel mondo della prassi e, di contro, si deve operare nel mondo della prassi sapendo sviluppare una ragione critica

Fabio Minazzi  20.04.2021

Nel dibattito sull’isocrazia (introdotto da Pier Giorgio Ardeni e Stefano Bonaga, il manifesto del 17 dicembre 2020) Domenico De Masi ha ricordato la mirabile definizione kantiana dell’illuminismo quale «autoliberazione dell’uomo dallo stato di minorità intellettuale volontaria». Questa «autoliberazione» richiede due gambe: il saper far uso critico della ragione e la volontà per realizzarlo.

Le due dimensioni si intrecciano, perché l’uso critico della ragione deve collegarsi con la capacità di operare nel mondo della prassi e, di contro, si deve operare nel mondo della prassi sapendo sviluppare una ragione critica. In questa prospettiva l’uomo è dimidiato in due dimensioni: quella della ragione (critica) e quella della volontà (autonoma). Non basta far uso del proprio cervello, ma bisogna anche auto-educarsi per voler utilizzare la propria ragione.

Secondo Kant per l’illuminismo non occorre altro che la libertà «e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi». In questo senso la forza critica dirompente dell’illuminismo è evidente, perché Kant stesso rileva come, a fronte di questa esigenza di far pubblico uso della ragione, tuttavia ascoltiamo sempre gridare, da tutte le parti, un invito esattamente opposto: «Non ragionate! Il militare dice: Non ragionate ma ubbidite! – L’uomo delle tasse dice: Non ragionate, ma pagate! Il religioso dice: Non ragionate, ma credete!». In tal modo gli uomini, invece di essere guidati all’autonomia, sono mantenuti nella condizione di minorenni, sempre guidati da tutori.

Nella posizione kantiana è presente un nucleo critico incandescente che, pur essendo stato in genere seppellito, da molti interpreti, sotto tonnellate di greve metafisica, ha tuttavia operato, in modo rivoluzionario, entro la modernità. Infatti, per Kant la domanda cos’è la filosofia? implica tre questioni decisive: cosa possiamo conoscere? cosa dobbiamo fare? cosa ci è lecito sperare? Queste domande implicano il precedente dualismo tra razionalità e volontà, ma ora emerge un nuovo piano strategico. Kant si chiede, con delicatezza, cosa possiamo conoscere. La conoscenza non è scontata, implica una sfida, perché rinvia all’ordine prescrittivo ed esplicativo dell’oggettività scientifica e della verità cognitiva, ossia al sapere in quanto tale.

Ma l’uomo non è solo “conoscenza”, perché è anche, e soprattutto, “azione”, “prassi”. La seconda domanda rinvia alla dimensione pratica del dovere, che configura l’ordine prescrittivo e giuridico della correttezza morale e delle regole normative coincidenti con l’ambito del dovere. In quella situazione come devo comportarmi? cosa devo fare? Infine, l’uomo non è esaurito né dalla conoscenza, né dalla morale, perché, nel cuore di ciascuna persona alberga il desiderio che rinvia all’ambito dell’ordine autoriflessivo dell’emancipazione e dell’autenticità, che indichiamo con la speranza che alimenta la nostra esistenza. Una poetessa milanese come Daria Menicanti esprimeva questa consapevolezza ricordando come ogni uomo coincida sempre con le sue aspettative.

Questi tre “ordini” del sapere, del dovere e della speranza configurano l’architettonica dell’illuminismo kantiano che ci permette di meglio intendere la storia umana. Per quale motivo? Perché sottolineano come l’incremento del sapere abbia un inevitabile riflesso nell’incremento della libertà (più cose sappiamo, più si amplia la nostra azione, la nostra libertà e responsabilità). D’altra parte, è vero anche il viceversa: l’approfondimento delle conoscenze presuppone la libertà della ricerca. Pertanto, per Kant conoscenza e libertà costituiscono due facce della stessa medaglia, quella dell’incivilimento, grazie al quale l’uomo esce dalla barbarie per entrare nella storia.

Kant ha ben compreso come la chiave di volta del rapporto tra conoscenza e libertà sia la speranza, ovvero il desiderio utopico di realizzare quanto non esiste ancora, ma è tuttavia pensabile, purché intelligenza e morale collaborino per un determinato fine. La storia successiva ha distrutto questa architettonica kantiana facendo in genere decadere il sapere alla sfera strumentale del lavoro, l’ambito morale del dovere alla sfera intersoggettiva della comunicazione e l’ambito della speranza alla sfera autoriflessiva, ipostatizzata, delle prassi liberatrici (imperniate su ideologie che hanno spesso sacrificato gli uomini a miti dittatoriali, facendo della teoria – per dirla con Gramsci – «un mito popolare energetico e propulsivo»). In tal modo la tricotomia critica kantiana si è trasformata in una dicotomia caricaturale che ha spezzato il delicato, ma fondamentale, equilibrio tra sapere, libertà e speranza le cui conseguenze drammatiche sono evidenti nel populismo e nella storia del Novecento. Il che conferma, sia pur a rovescio, come l’autentico motore della storia sia l’utopia. Per questa ragione, per essere realisti, dobbiamo sempre volere l’impossibile…

 

La transizione di Draghi e le difficoltà di un centrosinistra in surplace

Scenari. La responsabilità di sbloccare lo stallo dipende dalle forze dell’ex governo Conte. L’area più colpita dalle trasformazioni di questi anni. E con il rebus della legge elettorale.Aldo Carra  20.04.2021

Troppe incertezze gravano oggi sulla politica e sulla società italiane. La pandemia e come ne usciremo, un sistema elettorale non definito e sempre accroccato a ridosso delle elezioni, un sistema istituzionale e di articolazione dei poteri fragile di fronte ad ogni prova, un assetto dei partiti sempre sospeso tra vecchio che non muore e nuovo che non nasce. La degenerazione populista è insieme effetto e causa di questo status. Per quanto tempo si trascinerà questa situazione? E che piega potranno prendere gli eventi? Il governo Draghi potrà svolgere una funzione di transizione per un passaggio al postpopulismo e l’apertura di una nuova fase di stabilizzazione dell’assetto politico istituzionale su nuove relazioni tra i partiti e tra essi e la società? Si è parlato, in questo senso, di possibili processi di scomposizione e ricomposizione. Certo sarebbero necessari.. Ma sono di una difficoltà enorme. Perché i processi necessari sono concatenati e chi si muove per primo rischia di più.

La situazione somiglia sempre di più a quelle gare ciclistiche in cui tutti si fermano in equilibrio instabile aspettando che l’altro lo perda e parta per accodarsi e faticare di meno. Ma quanto può durare?
Intanto le due squadre più grandi non sono nella stessa posizione. Quelle di centro destra hanno un triplo vantaggio: sono maggioritarie, hanno proceduto ad un primo riequilibrio di forze tra più radicali e più moderati, hanno una relazione più diretta con le forze sociali ed i territori di insediamento.

Quando Salvini e la Meloni parlano toccano problemi che i loro elettori sentono, che loro sanno alimentare e sfruttare. Insomma, spiace dirlo, ma nei fatti l’articolazione di questi due soggetti è più rispondente ai loro corpi elettorali. Quello del mondo imprenditoriale si è disarticolato tra settori che sopravvivono alla crisi ed addirittura ci sguazzano e settori perdenti, soprattutto nei servizi, fortemente colpiti. Ma le loro rappresentanze riescono a cavalcare le diverse spinte e ad intestarsi risultati a favore dei loro rappresentati. Hanno introdotto a pieno titolo nella vita politica la tecnica contrattuale: denuncia, avversario, azione, lotta, risultati, loro valorizzazione.
Nella restante area che definiamo di centro sinistra per differenza, il tentativo di creare omogeneità è stato stroncato con la caduta del Governo Conte. Qui, quindi, regna una confusione da transizione incompiuta.
La responsabilità primaria di sbloccare questa situazione spetta, quindi, a queste forze. E bisogna procedere sapendo che il problema è complesso per l’intreccio di tutti i fattori citati all’inizio, concatenazione legge elettorale e partiti in primo luogo, ma anche per un altro fattore: questa area è più colpita dalle profonde trasformazioni di questi anni.

I corpi sociali si sono riarticolati, i padroni si sono dileguati e resi invisibili nascondendosi dietro gli algoritmi, i lavoratori si sono sparpagliati tra illusioni di poter tenere il mondo nel palmo di una mano e delusione di constatare che nell’altra mano ci sono pochi soldi per vivere e, nella testa e nei cuori , speranze di futuro che evaporano. Insomma è il nostro mondo al centro di questa crisi. E non è solo la pandemia dalla quale usciremo, ma un modello di sviluppo impantanato tra grandi temi epocali – clima, giustizia, diritti – e frantumazione in piccoli gruppi di interesse resi confliggenti, tra scelte di sopravvivenza per l’emergenza e visione del futuro che unisca l’oggi col domani.

Manca molto, purtroppo. Manca il conflitto sociale. Troppi a denunciare ed elencare i problemi, molti a prenderne coscienza, pochi ancora a sviluppare analisi compiute ed organiche, a formulare progetti di lungo respiro che inglobano il presente orientandolo verso un futuro. Quindi organizzazione e forza deboli. Siamo ancora figli della divisione del mondo in blocchi contrapposti che non riesce a costruire un mondo multilaterale e multiculturale. Figli di tempi finiti anche se c’è sempre chi pensa di superare la paura del futuro riproponendo il passato. Ed in questo travaglio restiamo in surplace? A vedere chi parte per primo? Se si ritira la Raggi o entra Zingaretti?

La rivoluzione pentastellata ha compiuto il suo primo ciclo: ha scosso il sistema, ha generato forze nuove, ha posto temi ad affermato soluzioni preziose come abbiamo constatato in questa crisi. Adesso deve sciogliere il nodo sempre rinviato: il suo futuro sta nell’area del progressismo sociale e della svolta ecologica definitiva portando a sintesi queste due componenti? O queste materie complesse le lasciamo al Papa che non deve pensare alle prossime elezioni? E il Pd? Non ha anch’esso compiuto il suo ciclo sperimentale divorando neoliberismo, americanismo, individualismo competitivo e trasformando la grande questione dei valori comunisti e cristiani in operazione di potere per il potere?

Per mettere i piedi a terra: nessuno aspetti l’altro e ciascuno faccia quello che gli spetta. Per la sinistra che resta e nella quale continuo a credere (lo confesso oggi più per fede che per convinzione) che trovi un ruolo in questo processo. Tra agorà che nascono, reti che vivono e residui di soggetti politici c’è spazio per tutti. Ma rendiamolo comune se non vogliano accontentarci di stare a guardare, criticare e tifare.