COMUNISMI E FASCISMO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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COMUNISMI E FASCISMO da IL MANIFESTO

La storia ridotta a vuote parole

Divano . La rubrica settimanale a cura di Alberto Olivetti

Alberto Olivetti  22.10.2021

Fascismo, nazismo, comunismo. Tre parole che hanno trovato, con crescente intensità da un mese a questa parte nelle settimane della campagna per le elezioni amministrative, un vasto impiego. Parole dette ripetutamente nelle dichiarazioni di parlamentari della Repubblica, pronunciate da alti esponenti dei partiti e dei movimenti, dai vari candidati a sindaco e a consigliere comunale. E che abbiamo ascoltato sulle labbra dei conduttori televisivi e recepite dagli ospiti fissi in giro per i numerosi talk show.

In che senso comunismo, nazismo e fascismo ridotti a parole? Svuotati dell’ingente portato storico che racchiudono e consegnano a rigorose e affilate capacità di analisi, per essere impiegati alla carlona quali titoli di richiamo, come insegne pubblicitarie nel paese di acchiappacitrulli, come etichette di prodotti confezionati senza istruzioni per l’uso, adoperati da chi non dà alcun affidamento e mostra di avere di quell’uso cognizioni assai confuse.

Dunque parole, etichette, titoli che era possibile giudicare destituiti, nei dibattiti elettorali di questi giorni, quasi completamente di senso. Privati cioè della qualità di ragionamenti intorno a questioni che sono criticamente affrontate da un secolo di studi, di opere d’arte, di intense testimonianze di elevata umanità. E comportano problemi e tematiche da un secolo approfondite con rilevanti strumentazioni dalla indagine storica e con penetranti delucidazioni dalla riflessione filosofica.

Formidabili accadimenti politici. Formidabile, si usa per designare quanto risulta di eccezionale rilevanza, insegnano i vocabolari. E quanto eccede l’ordinario porta con sé timore, la latina formido, termine che in formidabile si conserva intatto. Accadimenti politici formidabili, coinvolgenti e terribili ridotti a vuote parole da affidarsi alle subculture politiche oggi dominanti in Italia. Un dominio che si consolida ed è la risultante di un trentennio di progressivi e crescenti cali e perdite della cultura e delle sue istituzioni, giunte nel nostro paese a limiti estremi ed allarmanti.
Ma teniamoci al degrado della cultura politica. Ne richiamo sommariamente due processi che, a parer mio, possono dirsi esemplari.

Non è certo difficile constatare la pochezza storica (talora la grettezza) e la modestia politica dei giudizi che numerosi esponenti di primo piano delle formazioni partitiche succedutesi dopo il 1991 (dal Partito democratico della sinistra ai Democratici di sinistra all’attuale Partito democratico) hanno espresso sul Partito comunista italiano e sui comunismi del Novecento. Dico i comunismi, non dico il comunismo. Quel singolare che hanno senz’altro adottato nel Pds, nei Ds, e nel Pd che era già appannaggio e contrassegno delle subculture anticomuniste di ogni bandiera.

Ma, ad ulteriore conferma della prevalenza nella cultura politica italiana attuale di depositi subculturali ai quali si attinge ad incremento degli argomenti sollevati non solo nelle discussioni televisive, con speciale riguardo alle questioni del fascismo, del nazismo e del comunismo, non sarà inutile tener conto delle dichiarazioni di quei parlamentari rispettosi del fascismo italiano tra le due guerre e in condizioni di esercitare, attraverso le televisioni, una influenza non trascurabile tra gli ascoltatori.

Si può facilmente in proposito osservare il livello gramo (dal punto di vista d’una dignitosa elaborazione storica), e il grado palesemente al di sotto della bisogna (rispetto ad una ragionata assunzione di istanze positive alle quali richiamarsi), là dove si è attestato il mondo postfascista e neofascista in Italia, a far data dal dicembre 1946, settantacinque anni fa, quando fu fondato il Movimento sociale italiano. Se quanto son venuto notando fin qui in margine alle discussioni sui casi che hanno sollevato in questi giorni le questioni del comunismo, del fascismo e del nazismo ha un qualche fondamento, il futuro della politica italiana non può che destare preoccupazione.

Come si risponde a chi, senza passione, è andato a votare

Comunali. Queste elezioni forse presentano un’occasione per la sinistra italiana. Ma chi ha vinto oggi dovrà interpretare i bisogni anche di chi non vi ha partecipato

Gian Giacomo Migone  22.10.2021

Proviamo a chiederci le ragioni dei pochi che hanno votato, determinando la vittoria dei candidati del Pd, con relativi alleati, nelle principali città italiane. Potrebbe essere un modo per comprendere quelle dei non votanti il cui numero crescente viene giustamente indicato come sintomo di cattiva salute della nostra democrazia. Potrebbe anche scaturirne qualche indicazione affinché i pur comprensibili festeggiamenti a sinistra non risultino effimeri.

In primo luogo vi sono i fedelissimi, coloro che partecipano direttamente alla vita del partito di centro–sinistra e che ne votano le candidature. Tanti ex comunisti che votano per candidati per lo più ex democristiani, sempre nel nome della Ditta. Sono un numero decrescente, pur sufficiente a contribuire ad altrettante vittorie amministrative. A costoro vanno aggiunti i fedelissimi dei partitini di sinistra, le Ditte minori, che in questa occasione, nel secondo o anche al primo turno, scelgono, talvolta negoziano, quello che ritengono il male minore. Nei casi in cui sono stati concordati candidati comuni, si sono allineati una frazione di votanti M5S.

Vi sono poi i voti di cittadini, indipendenti di sinistra e non, per una moltitudine di ragioni più o meno insoddisfatti della qualità delle forze politiche organizzate, dei candidati – non occorre usare l’*, tutti maschi! – e dei loro programmi, che hanno deciso di ingurgitare la minestra che veniva loro propinata.
In questa occasione – favorita, non dimentichiamolo, dalla legge elettorale che in sede di ballottaggio costringe ad una scelta netta – queste due categorie di elettori di centro–sinistra nel segreto dell’urna hanno deciso di convergere. Sarebbe importante comprendere il perché. Sottopongo a chi legge alcune ragioni convergenti. E’ da studiare l’importante e virtuosa eccezione di Savona laddove la convergenza è stata esplicita e preventiva.

Chiunque abbia modo di confrontarsi con l’umanità circostante, non importa se di città o di paese, avverte immediatamente un rifiuto adirato e/o rassegnato non soltanto dei partiti, ma della politica in quanto tale. Chi ha fatto l’esperienza di porgere un volantino, non importa per quale causa virtuosa, se lo è visto per lo più rifiutare come si trattasse di materiale osceno. Le spiegazioni sono tante – non ultima la modalità con cui i media trattano la politica, illuminandone gli aspetti deteriori – ma il risultato è quello di una crescente fragilità delle istituzioni di cui un numero, che ci auguriamo crescente, di cittadini democratici sentono il dovere di farsi carico.

E’ innegabile che il moltiplicarsi di presenze violente, culminanti nella devastazione della sede nazionale della Cgil alla vigilia del voto, ha acuito questo senso di urgenza e anche di identità democratica, costituzionale, antifascista. Il sindacato, pur con le sue pecche, ha saputo cogliere e rappresentare questo momento che potrebbe costituire una svolta in un modo di sentire collettivo. Le centinaia di migliaia di Piazza San Giovanni, i milioni che anche da lontano hanno ascoltato, in primo luogo, le parole di Landini, si sono sentiti rappresentati. Non capitava da molto tempo. Va anche riconosciuto che la presenza di esponenti politici, da Letta a Conte, ha contribuito allo spirito unitario del momento.

Resta la consapevolezza che quanto conquistato in questi giorni deve resistere alla prova dei fatti. La cronaca politica locale e nazionale può facilmente logorare e sbriciolare quanto conseguito in queste giornate di un autunno non proprio caldo. Soprattutto, come disse Mao, viviamo tempi interessanti, in cui rivolgimenti ma anche contraddizioni colossali sembrano irrimediabilmente fuori dalla nostra portata, anche se permeano la nostra quotidianità.

Questa tappa elettorale, e quanto l’ha preceduta, forse presenta l’occasione per un nuovo inizio per la sinistra italiana. Per cogliere l’occasione, i vincenti di oggi dovranno interpretare i bisogni anche di coloro che non vi hanno partecipato. Non basteranno le schermaglie all’interno di una maggioranza parlamentare ridondante che di fatto delega i propri poteri anche costituzionali ad un esecutivo paternalista, soprattutto ligio ai poteri forti che governano il pianeta. Occorreranno analisi puntuali con obiettivi precisi, coerenti con i bisogni di una maggioranza sociale di fatto esautorata, oltre che con una visione largamente prefigurata nella nostra Costituzione.

Stimoli utili, anche di linguaggio, provengono dalla sinistra del partito democratico degli Stati Uniti, guidata da Bernie Sanders. In una situazione non dissimile da quella italiana – siamo in una fase trasformativa che accomuna larga parte dell’Occidente – nemmeno per un istante essa rinuncia a denunciare le contraddizioni profonde che dividono il paese e a negoziare, nella situazione data, quanto è possibile ottenere di obiettivi esplicitamente dichiarati.