11 SETTEMBRE 1973 da COLLETTIVA e 18BRUMAIOblog
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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11 SETTEMBRE 1973 da COLLETTIVA e 18BRUMAIOblog

Il primo maledetto 11 settembre della storia

ILARIA ROMEO11/09/2020 – 08:17

Nel 1973 le forze armate cilene guidate dal generale Augusto Pinochet mettono in atto il golpe contro il governo democraticamente eletto del compañero presidente che morirà all’interno del Palazzo della Moneda

L’11 settembre 1973 moriva Salvador Allende. E con lui, un esperimento politico senza precedenti. Arrivato al potere con il 36% dei suffragi e sostenuto da una coalizione che annoverava al suo interno accanto ai partiti d’orientamento marxista come il suo i cattolici di sinistra e i radicali, una volta insediato il governo di Unidad popular, Allende comincia a implementare la sua piattaforma di conversione socialista della società cilena avviando un vasto programma di nazionalizzazione delle principali industrie private del Paese.

Nel 1973 lo Stato arriverà  a controllare il 90% delle miniere, l’85% delle banche, l’84% delle imprese edili, l’80% delle grandi industrie, il 75% delle aziende agricole e il 52% delle imprese medio-piccole. La riforma agraria in favore delle classi maggiormente disagiate sarà affiancata da una tassazione sulle plusvalenze, annunciando inoltre il governo una sospensione del pagamento del debito estero e la ferma volontà di non onorare i crediti dei potentati economici e dei governi stranieri. La piattaforma di conversione prevedeva tra l’altro l’introduzione del divorzio e l’annullamento delle sovvenzioni statali alle scuole private, incentivi all’alfabetizzazione, l’aumento programmatico dei salari, l’implementazione di diverse tutele sociali come, ad esempio, l’estensione dei diritti di tutela e rappresentanza sindacali anche alle categorie dei lavoratori stagionali e part-time e l’introduzione di un salario minimo garantito per i lavoratori di ogni categoria e fascia d’età, il prezzo fisso del pane, la riduzione del prezzo degli affitti, la distribuzione gratuita di cibo ai cittadini più indigenti, l’aumento delle pensioni minime.

Dopo mesi di tensioni e tentativi di restaurazione caduti nel vuoto, l’11 settembre 1973 le forze armate cilene guidate dal generale Augusto Pinochet metteranno in atto il piano del golpe contro il governo democraticamente eletto del compañero presidente. L’ultimo discorso Allende lo terrà dalla Moneda, il palazzo presidenziale. Sebbene perfettamente cosciente che il colpo di stato sarebbe andato a buon fine, Allende continuerà fino alla fine a dare indicazioni ai suoi sostenitori legittimando con la sua coraggiosa azione la futura resistenza cilena.

“Sicuramente Radio Magallanes sarà zittita e il metallo tranquillo della mia voce non vi giungerà più – dirà al suo popolo – Non importa. Continuerete a sentirla. Starò sempre insieme a voi. Perlomeno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale con la Patria. Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve farsi annientare né crivellare, ma non può nemmeno umiliarsi. Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento”.

Finito il discorso Allende saluta i suoi più fidati amici. Tra questi anche lo scrittore Sepulveda. “Io non ero al Palacio de la Moneda durante i bombardamenti – racconterà – Ci alternavamo nell’affiancare Allende: io e altri compagni quel giorno fummo distaccati a Santiago, di guardia a un pozzo di acqua potabile, obiettivo sensibile dei fascisti. Il primo istinto fu quello di andare subito alla Moneda. Ma fu impossibile, ovunque c’erano soldati che sparavano, morti. Un mortale senso di impotenza mi assalì. Però quel giorno riuscimmo a raggiungere un ospedale, dove ascoltammo l’ultimo discorso del presidente a Radio Magallanes. Una meravigliosa chiamata alla responsabilità, alla sopravvivenza: ci chiedeva di non farci uccidere, la nostra vita era necessaria per organizzare la Resistenza. I compagni alla Moneda, invece, morirono tutti”.

Il Presidente rimane così solo ad attendere la fine. Che si sia suicidato o che sia morto combattendo contro i golpisti, come racconta Gabriel Garcìa Marquez (anche Castro, in un celebre discorso all’Avana una settimana dopo il golpe, ricostruirà l’ipotetico confronto armato finale, con Allende che combatte da eroico guerrigliero fino alla fine), poco importa. Allende sarà per sempre il compañero presidente, quell’uomo leale, simbolo di un popolo che resiste e che unito, nonostante tutto, non potrà mai essere sconfitto.

venerdì 4 settembre 2020

Salvador Allende

Oggi ai più giovani non dice molto il nome di Salvador Allende (ci stiamo occupando se B. ha qualche linea di febbre!), ma dal 1970 e per diversi anni, la sua vicenda come presidente del Cile (1970-1973), e quella del golpe che lo rovesciò, fu al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e del dibattito politico in tutto il mondo. Una lontana parente del presidente, Isabel Allende, scrisse un romanzo di successo, La casa degli spiriti, che illumina un lungo tratto della storia della società cilena.

Il leader del Partito socialista Salvador Allende Gossens ottenne il maggior numero di voti alle elezioni presidenziali del Cile tenutesi il 3-4 settembre 1970, rispetto al candidato di destra Jorge Alessandri Rodríguez, che era stato presidente dal 1958 al 1964 (dopo il golpe scriverà la costituzione che istituzionalizzerà il regime militare), e Radomiro Tomic, del Partito Democratico Cristiano, più volte senatore e Ambasciatore del Cile negli Stati Uniti dal 1965 al 1968.

Dopo che i voti erano stati scrutinati, Allende, che si era presentato alle elezioni per la coalizione di unità popolare di sinistra, contava sul 36,62% dei voti. Alessandri prese il 35,27%, seguito da Tomic con il 28,11%. Senza che nessun candidato avesse più del 50% dei voti, l’elezione fu decisa dal Congresso nazionale cileno, che avrebbe scelto tra i due candidati con più voti, Allende e Alessandri.

Il voto del Congresso (82,38%) fu assicurato ad Allende solo dopo che Unità Popolare, che comprendeva il Partito Socialista e il Partito Comunista, fece importanti concessioni alla Democrazia Cristiana. Allende accettò di firmare uno Statuto di garanzie costituzionali, promettendo che non avrebbe adottato alcuna misura che potesse minare la costituzione cilena.

Allende promosse una vasta nazionalizzazione di importanti settori economici, non ultima la nazionalizzazione delle miniere di rame controllate da multinazionali americane. La destra cilena, sostenuta dagli Stati Uniti attraverso la CIA, iniziò i preparativi per rovesciare la sua amministrazione. La CIA finanziava, secondo un collaudato cliché, la propaganda anti-Allende anche prima delle elezioni, come poi emerse in una commissione del Senato americano.

Pochi giorni prima del giuramento di Allende come presidente, il comandante in capo dell’esercito, il generale René Schneider, che si era opposto a un colpo di stato militare per estromettere il nuovo governo, fu assassinato da elementi di destra delle forze armate sostenuti dalla CIA (che ne aveva previsto quantomeno il rapimento). La destra politica e la CIA iniziarono i preparativi per il colpo di stato del 1973 che avrebbe rovesciato il governo, eliminato Allende, imponendo la brutale dittatura del generale Augusto Pinochet.

A quel tempo la politica estera statunitense, sotto Nixon, era diretta dal segretario di Stato William Pierce Rogers, ma solo formalmente, poiché Pierce era stato totalmente soppiantato da Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale. Quest’ultimo, fine intellettuale, storico della diplomazia, abile stratega, fu il burattinaio del colpo di Stato dell’11 settembre 1973 e di molte altre operazioni. 

Per la vittoria di Allende nelle elezioni fu essenziale il sostegno del Partito comunista cileno, filosovietico ma in buona sostanza riformista. Non solo i comunisti sostenevano Allende e la sua “via cilena al socialismo”, ma promuovevano anche illusioni circa il ruolo e la natura dell’esercito, definendolo come il “popolo in uniforme”, in realtà dominato dalla destra e da fascisti come Pinochet (la vicenda del gen. Carlos Prats, fedele alla costituzione e ad Allende, fu in tal senso un caso isolato).

Aver voluto “costruire il socialismo” in un piccolo e povero paese, dominato da una classe di proprietari ferocemente reazionaria, in un’America Latina dominata dall’imperialismo americano, in un contesto storico di guerra fredda e contrapposizione assoluta, fu pura velleità.

Le dinamiche storiche delle società umane si sviluppano secondo leggi non dissimili a quelle che governano i processi naturali.  Con una differenza fondamentale, non essendo tali società delle mere colonie di topi: il nostro intervento sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva sopra le altre specie, di conoscere le sue leggi e di adoprarle nel modo più opportuno. Questo però richiede una completa rivoluzione del nostro intero ordine sociale contemporaneo.

Oggi noi prendiamo atto, nonostante ci si ostini a volerlo riformare, dell’impossibilità della continuazione del capitalismo, però dobbiamo tener conto che solo il possibile, in una data situazione storica concreta, può diventare realtà. Altrimenti si va incontro a sicuri disastri. Il solo prendere atto di un proprio limite è il modo per superarlo, è un primo passo verso il pensiero dialettico.