Officina dei saperi | Quel momento è venuto e il luogo è questo. Lettera di Velio Abati
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Quel momento è venuto e il luogo è questo. Lettera di Velio Abati

16 aprile 2016 –

Caro Piero,

sollecitato dal tuo invito ad “amici e simpatizzanti” (non capisco bene la distinzione) di scrivere un intervento, estendo ai compagni di “Officina”, in modo appena più disteso, quanto ti ho accennato qualche tempo fa.

Parlo ora dalla mia specifica postazione di insegnante e scrittore.

Mi sembra palese, ma è tema quanto mai bisognoso di studio, come lo sbriciolamento, la marginalizzazione della cultura critica – ben denunciati dal tuo documento iniziale – siano strettamente connessi con la particolare funzione della stampa e in generale dell’industria della comunicazione.

D’altra parte, proponendosi “Officina dei saperi” sia come luogo di produzione e socializzazione di uno sguardo critico, sia come strumento di battaglia culturale, tale aspetto non può essere lasciato nell’implicito, ma indagato e compreso.

Al di là degli aspetti più strettamente tecnici delle forme e persino sociologici dei mezzi (la crisi del cartaceo, il dilagare dei social network, ecc.), il dato fondamentale mi pare la sussunzione del mezzo entro la sfera del potere.

Dico meglio. La fine del partito di massa e la scomparsa o marginalizzazione dei cosiddetti corpi intermedi hanno per un verso indebolito la possibilità della battaglia delle idee e per l’altro consegnato un ruolo di primo piano nel comando agli strumenti e ai soggetti dell’industria della comunicazione.

La società verticale che si va costituendo da almeno un ventennio ha bisogno di dosi massicce di consenso passivo – per quanto, magari, urlante – quindi di tecnici, tecniche e padroni dell’informazione. Franco Fortini, una manciata di giorni prima di morire, nel novembre 1994, scriveva:

«Chi finge di non vedere il ben coltivato degrado di qualità informativa, di grammatica e persino di tecnica giornalistica nella stampa e sui video, è complice di quelli che lo sanno, gemono e vi si lasciano dirigere. Come lo fu nel 1922 e nel 1925 […]. Anni fa scrissi, enfaticamente, che il luogo del prossimo scontro sarebbero state le redazioni. Quel momento è venuto, il luogo è questo».

“Officina dei saperi” riprende, credo non a sua insaputa, il titolo della celebre rivista bolognese dei secondi anni Cinquanta.

Rievocando quella stagione come altre più tardi, Fortini osservò che gli scritti di quelle “rivistine” poterono avere una risonanza ben più ampia dei loro scarsi lettori, per il fatto che esse potevano far affidamento all’eco effettivamente ricevuto nelle strutture politiche e associative di partiti e organizzazioni social comunisti.

Sappiamo che oggi ci troviamo in una situazione radicalmente mutata. Un particolare rivelatore dello stato di cose è sotto gli occhi di tutti, da te ricordato nella tua Lectio magistralis: i capi delle forze politiche non sanno che farsene degli intellettuali o degli studiosi, bastano loro gli esperti di comunicazione e i sondaggisti.

La trasformazione accennata è naturalmente una faccia del più generale mutamento di condizioni materiali, di mentalità e degli stessi equilibri ecologici generato e poi alimentato, come dato “naturale”, dal consumo sempre più violento e veloce tanto del lavoro umano quanto dello stesso bios operato dal capitalismo finanziario attuale.

Ecco, traguardando dalla mia biografia, quella di un’intera generazione, e dal mio mestiere d’insegnante osservo in che misura da un paio di decenni e con moto accelerato la grande conquista novecentesca della scolarizzazione di massa sia aggredita.

Dirò di più. Ho la sensazione che mentre per un paio di secoli – dall’Encyclopedie, dico, fino al socialismo di varie tendenze; non ultimo L’elogio dell’imparare di Brecht – il libro è stato sentito un’arma contro la sottomissione, oggi sia considerato né più né meno che un costo tra i tanti della Borsa valori.

Credo che questo, che a me pare il chiudersi di un’intera fase storica, sia un prodotto per niente secondario del capitalismo attuale, quanto un elemento dell’atteggiamento e della condizione delle classi subalterne.

Per questo penso che sarebbe utile uno studio di tale tema, poco indagato, se non nei termini della “scienza” economica o nelle forme impressionistiche della testimonianza.

Grazie ancora dello sforzo che fate e buon lavoro.

Un abbraccio

Velio