GIOCARE CON LA PELLE DEI PROFUGHI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GIOCARE CON LA PELLE DEI PROFUGHI da IL MANIFESTO

Troppi giocano con la pelle dei profughi

Tommaso Di Francesco  11.11.2021

Scaricare a bella posta migliaia di esseri umani su una frontiera incerta e senza prospettive di salvezza, quello che sta facendo l’autocrate bielorusso Lukashenko, è meschino e vergognoso, peggio se motivato spregiudicatamente come ritorsione alle sanzioni Ue dopo il dirottamento dell’aereo Vilnius-Atene con a bordo un oppositore di Minsk.

È un gioco sporco sulla pelle di esseri umani ora alle prese con il muro militare polacco fatto di stato d’assedio nella regione, spari, tank, elicotteri, forze speciali e arresti di massa. Lì di freddo sono morti già sei migranti.

Ma questo non esclude interrogativi di fondo sulla crisi in corso al confine polacco diventato all’improvviso il fronte di una nuova «guerra ibrida» che vede schierato quasi tutto il mondo per una rinnovata guerra fredda in pieno Vecchio continente.

Soprattutto se si considera che, al di là delle strumentalizzazioni di Lukashenko, il dramma dei profughi in fuga da guerre e miseria che ci hanno visti come protagonisti occidentali, non è propaganda: è reale.

E soprattutto se si ha a cuore, non tanto la dimensione geopolitica della crisi, quanto la vita di migliaia di persone ora chiuse alla frontiera bielorussa, spinti a forza da una parte e respinti con violenza dall’altra, con in mezzo una barriera di filo spinato protetto da dodicimila militari inviati da Varsavia con forze antiterrorismo.

Tre domande cogenti urgono:

  1. se c’è in atto un ricatto sui profughi, c’è forse una ricattabilità specifica su questo dell’Unione europea?
  2. Siamo sicuri che gli unici agenti protagonisti della crisi strumentale in corso siano l’autocrate di Minsk e il leader russo Putin considerato suo protettore – ma in realtà è visto da Mosca con grande diffidenza per la sua pericolosa inaffidabilità – e non anche due attori già in scena, la Polonia e, nascosta, la Germania?
  3. E che fine devono fare ora quei 5mila profughi (ma le fonti del governo polacco parlano di più di diecimila)?

Alla prima domanda non è difficile, purtroppo, rispondere: la questione dei profughi è la voragine nera dell’Unione europea che si considera a torto leader dei diritti umani, che i migranti in fuga afghani, siriani, iracheni e africani ora li abbandona spesso al lor destino e che come fortezza economica li respinge indietro.

La chiamano esternalizzazione, verso Paesi come Libia, Turchia, Marocco, che fanno i gendarmi per noi e che per questo ruolo, costruendo un universo concentrazionario di carceri e campi di concentramento, ricattano l’Ue nella gestione dei flussi; eppure il ricatto è tranquillamente accettato in un scambio ineguale di esseri umani e finanziamenti, nel pieno disprezzo dei diritti umani. E della memoria, visto che la gran parte dei Paesi europei ha partecipato alle ingerenze umanitarie e alla esportazione della democrazia in armi che hanno destabilizzato Libia, Siria, Afghanistan – la Germania ha avuto per un massacro di civili provocato da un suo bombardamento aereo addirittura una crisi di governo nel 2009.

Che dire poi dei Paesi dell’Est, tutti entrati nella Nato e al seguito delle guerre Usa, che ora rifiutano ogni redistribuzione del carico di migranti in arrivo in Europa e che chiedono all’Ue di finanziare l’estensione di un muro di fili spinati lungo tutte le loro frontiere – e la maggior parte di loro non confina con la Bielorussia? Ora che nuovi muri sono comparsi su tutta la cosiddetta rotta balcanica e oltre, dall’Ungheria, alla Slovenia, alla Croazia, alla Grecia e alla Bulgaria che invia truppe al confine turco?

Quanto alla domanda sugli attori in scena, come non notare che la Polonia, solo fino a 48 ore prima sotto accusa della Commissione europea per violazione dello Stato di diritto, sia diventata all’improvviso il baluardo geostrategico dell’Europa stessa? Ora la sua richiesta di un muro finanziato dalla Ue appare più «credibile», mentre Varsavia respinge la presenza di testimoni sul luogo compresi i giornalisti e le Ong internazionali e vieta l’ingresso di Frontex.

Solo pochi giorni fa Angela Merkel ha invitato Bruxelles ad essere più flessibili verso Varsavia in virtù delle sue «sofferenze storiche», aprendo così la strada – ha scritto Sergio Romano sul Corriere della Sera – ad una rivisitazione diseguale dei doveri di rispetto dei Trattati europei.

Allora come non vedere che c’è anche la Germania come attore non proprio invisibile, con Merkel che lascia la scena dichiarandosi pentita della scelta di aprire ai profughi siriani? Subito interpretata in questi giorni dal ministro ad interim degli interni Horst Seehofer: se l’inquadratura delle tv, dalla frontiera polacco-bielorussa si allargasse sulla confine polacco-tedesco, vedremmo nel Brandeburgo centinaia di migranti chiusi in un corridoio di terrore, dove un esercito di poliziotti e qui e là di milizie neonaziste, è a caccia dei profughi che sono riusciti a passare.

A proposito, ma la coalizione di governo in fieri della Germania post-elettorale su questo non ha nulla da dire? Ora che ogni autorità tedesca si dichiara favorevole al finanziamento Ue per la muraglia di filo spinato che un gruppo di Paesi, con la Polonia capofila, hanno richiesto?

Non è solo questione di sovranismi che condizionano le scelte dei governi: l’Unione fin qui realizzata appare come un sovranismo gigante, in incerto equilibrio tra due nazioni, Germania e Francia, tutt’altro che sovranazionali, che disattende i suoi stessi Trattati sulla libera circolazione. A meno che, naturalmente, non si tratti di merci.

Intanto sulla crisi arrivano l’allerta della Nato, responsabile di quasi tutte le guerre dalle quali macerie i profughi sono in fuga, e perfino la voce grossa degli Stati uniti che di muri contro i migranti e delle prigioni perfino per bambini profughi davvero se ne intendono.

Ma allora che fine devono fare le migliaia di profughi imbottigliati al confine polacco-bielorusso? C’è un appello delle quattro scrittrici Nobel per la letteratura, l’austriaca Elfrie Jelineke, la russa Svetlana Aleksievic, la tedesca Herta Muller e la polacca Holga Tokarczuk, che appellandosi al responsabile degli affari esteri Ue Charles Michel dicono chiaro: «Per noi l’Ue è soprattutto una comunità morale basata sulle regole della solidarietà interpersonale… Comprendiamo che non è facile far fronte all’assalto della disperazione ai confini dell’Europa. Tuttavia, ciò che stiamo permettendo alla frontiera polacca non si adatta ai nostro valori fondamentali», e chiedono quindi il rispetto della Convenzione di Ginevra sui rifugiati: vuol dire accoglimento, rispetto delle persone, salvaguardia del diritto d’asilo.

Sarebbe la vera ingerenza umanitaria. Altrimenti nella zona grigia di questa crisi si consumerà un lento ma inesorabile declino di quella che ancora chiamiamo Unione

Minsk, l’Ue pronta a nuove sanzioni ma si prepara a finanziare altri muri

Murati. Anche dagli Usa interventi contro le compagnie aeree che trasportano i migranti in Bielorussia

Carlo Lania  11.11.2021

La crisi dei migranti in corso alla frontiera tra Polonia e Bielorussia ha avuto l’effetto di aprire l’ennesima crepa nell’Unione europea. Scartata fino ieri con determinazione dalla Commissione Ue, l’ipotesi di finanziare nuove barriere ai confini esterni dell’Unione utilizzando il bilancio europeo sta prendendo sempre più consistenza, con il rischio adesso di creare uno scontro tra Consiglio e Commissione.

Ad aprire all’utilizzo di fondi europei – come richiesto qualche settimana fa da 12 Stati membri – è stato proprio il presidente del Consiglio Ue, il belga Charles Michel, per il quale è «legalmente possibile finanziare infrastrutture alle frontiere». Michel ha anche sollecitato gli Stati a discutere presto la questione perché, ha spiegato, «i confini polacchi e baltici sono confini europei». Linea che però, ancora una volta, non viene condivisa dalla presidente Ursula von der Leyen, per la quale non è possibile attingere al bilancio comunitario per costruire «recinzioni e filo spinato».

Unità c’è invece nel decidere un nuovo pacchetto di sanzioni contro Minsk. Von der Leyen, che ieri si trovava a Washington, ne ha parlato alla Casa Bianca con il presidente Joe Biden: quella in corso tra Polonia e Bielorussia, ha spiegato, «non è una crisi migratoria», né «un problema bilaterale» tra i due Paesi, ma «il tentativo di un regime autoritario di provare a destabilizzare i suoi vicini democratici». La discussione sulle nuove sanzioni si terrà lunedì, al vertice dei ministri degli Esteri, mentre anche gli Usa starebbero lavorando a un pacchetto di interventi mirati in particolare contro le compagnie aeree che trasportano i migranti in Bielorussia e che dovrebbe diventare operativo da dicembre.

Per quanto riguarda la Ue non è esclusa però un’accelerazione ulteriore. Il prossimo consiglio Ue è fissato per dicembre ma il premier polacco Mateusz Morawiecki spinge per convocarne uno prima, da tenersi anche in videoconferenza, dove decidere le sanzioni contro Minsk e affrontare anche la questione dei finanziamenti alla costruzione di nuovi muri. Ipotesi, quest’ultima, sostenuta anche dal capogruppo dei Ppe al parlamento europeo, Manfred Weber.

La situazione al confine bielorusso intanto non promette niente di buono. Anzi, secondo il capo della diplomazia Ue Josep Borrell «può solo peggiorare» con immagini «sempre più scioccanti» di come sono costretti a vivere i migranti. Le premesse perché le previsioni di Borrell si avverino ci sono tutte. A partire dalla presenza sempre più evidente della Russia nella crisi. Ieri la cancelliera Angela Merkel ha chiamato al telefono Vladimir Putin chiedendogli di utilizzare la sua influenza sul dittatore bielorusso Lukashenko, definendo «disumana e del tutto inaccettabile» la «strumentalizzazione» dei migranti. La risposta del presidente è stata come se la Russia fosse estranea a quanto sta accadendo. Putin ha infatti proposto che a discutere della crisi siano i «rappresentanti degli Stati membri della Ue e Minsk». Come se lo scontro in atto alla frontiera non riguardasse Mosca. Peccato che da giorni i ministri degli Esteri russo e bielorusso, Sergej Lavrov e Vladimir Makei, parlano praticamente con una voce sola e i toni non sono certi quelli di chi cerca una mediazione. Tanto che Lavrov ha definito «inaccettabili» e «illegali» eventuali nuove sanzioni europee contro Minsk, ha avvertito «la Vecchia Europa» di non farsi «trascinare in uno scontro con Russia e Bielorussia» aggiungendo che i due Paesi risponderanno uniti di fonte a «passi ostili della Nato». E per sgomberare il campo da equivoci ieri due bombardieri russi Tu-22m3 hanno sorvolato la spazio aereo bielorusso: «Svolgono i compiti di allerta al combattimento per la difesa aerea nel Sistema di difesa aerea regionale dell’Unione statale Russia-Bielorussia» ha spiegato il ministero della Difesa di Mosca.

Alla frontiera intanto i migranti sono riusciti nella notte a sfondare la recinzione entrando in Polonia. La reazione dei militari, diventati ormai 15 mila a difesa del confine, è stata immediata e violenta: molti migranti sono stati respinti indietro, una cinquantina arrestati e almeno quattro, secondo fonti bielorusse, sarebbero stati feriti. Sempre Borrell ieri ha chiesto che alle associazioni umanitarie venga permesso di raggiungere e aiutare uomini, donne e bambini rimasti bloccato in mezzo al filo spinato, e di organizzare dei corridoi umanitari per poterli trasferire. Inspiegabilmente, però, anziché avanzare la richiesta al governo polacco, come sarebbe logico, Borrell lo ha chiesto a Minsk a dimostrazione dell’ipocrisia europea. La crisi, infine, rischia di allargarsi ulteriormente. La Polonia ha infatti accusato la Turchia di agire «in piena sincronia con Bielorussia e Russia», mentre l’Ucraina ha avvertito Minsk che potrebbero esserci «conseguenze irreparabili» se la Bielorussia, come ventilato da Makei, dovesse riconoscere la Crimea come russa.