EFFETTI COLLATERALI DEL BUSINESS DELLA GUERRA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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EFFETTI COLLATERALI DEL BUSINESS DELLA GUERRA da IL MANIFESTO

La strumentalità della fortezza Europa

Crisi dei profughi. La Ue si fa spaventare da poche migliaia di persone perché è incapace di pensare il proprio ruolo in un mondo sempre più piccolo e integratoAlessandro Dal Lago  20.11.2021

Il piccolo dittatore Lukashenko, tirapiedi di Putin, e il torvo e potente Erdogan ricattano i propri cittadini in nome della sicurezza, della patria o dei valori religiosi tradizionali. Ma anche le pseudo-democrazie autoritarie apprezzano e usano l’arma del ricatto. È il caso di Polonia e Ungheria, troppo deboli per imporre una prospettiva strategica all’Europa, ma abbastanza forti per condizionare le scelte politiche ed economiche dell’Ue. Oggi, lo strumento del ricatto è costituito da poche migliaia di profughi – afghani, iracheni ecc. – ammassati nella no man’s land tra Bielorussia, Polonia e Lituania.

Lukashenko ha spinto i profughi alla frontiera polacca perché vuole che l’Ue ritiri le sanzioni contro la Bielorussia, proprio come anni fa Erdogan ha chiesto e ottenuto una montagna di quattrini per non lasciare che i profughi siriani sciamassero in Grecia. D’altra parte, Varsavia urla all’invasione per impedire che l’Ue, da sempre paranoica sui migranti, blocchi il Pnrr e punisca l’erosione delle libertà civili in Polonia. Persino Draghi, cautissimo in queste faccende, ha dichiarato che i «migranti sono diventati strumenti di politica estera».

Ma che vuol dire «strumenti»? Semplicemente, che poche migliaia di esseri umani, privi di cibo, vestiti e riparo nel gelo dell’inverno incipiente sono sballottati tra due frontiere, con i mitra bielorussi alle spalle e i tank polacchi al di là del filo spinato. Il presidente polacco Duda ha avuto la faccia tosta di dire che la Polonia è «sotto attacco» da parte dei migranti. Uomini disarmati, donne e bambini sarebbero in grado di attaccare la Polonia? La retorica della patria in pericolo è così sfacciata – appunto, ricattatoria – che dovrebbe ripugnare a chiunque in grado di ragionare con la propria testa.

Ma non è così. Le risposte di Von der Leyen e Angela Merkel – i poteri europei che contano – sono in linea con lo stile bottegaio prevalente dell’Ue. Alla Polonia sono offerti un po’ di quattrini per gestire la questione alla frontiera, cioè per costruire un bel muro, anche se ufficialmente non autorizzato da Bruxelles. Alla Bielorussia si finanzia il rimpatrio dei profughi nei paesi d’origine, anche se a parole si mantengono le sanzioni (ma nei fatti con cautela e magari no…).

Ora, nello scenario di desolazione causato dalla pandemia e dalle conseguenze delle guerre fallite dall’occidente (Afghanistan, Iraq, Siria, Libia ecc.), la sorte di poche migliaia di profughi, che reagiscono con il lancio di qualche pietra ai cannoni ad acqua polacchi, sembrerà a molti poca cosa. E può anche essere che la crisi lentamente, e soprattutto silenziosamente, rientri. Ma si tratta di un esempio orribile, esattamente come gli annegamenti nel canale di Sicilia o la gente lasciata da Salvini a disidratarsi per giorni e giorni sotto il sole estivo a bordo delle navi delle Ong. Un esempio che si ripete ogni volta che, in gruppi piccoli o grandi, profughi e migranti si presentano nel nostro mondo, impaurito dalle piaghe cosmiche, dall’ansia diffusa per il futuro, da una crisi economica sempre alle porte e da rivolte insensate.

Ecco una circolarità di cause ed effetti del tutto evidente, anche se minimizzata dagli esperti di relazioni internazionali. Dove potevano scappare gli afghani scampati alla conquista talebana se non nei paesi che volevano imporre loro la democrazia all’occidentale? E dove potevano o potrebbero tentare di rifugiarsi iracheni, curdi, siriani, dopo essere stati illusi per trent’anni che con la fine delle dittature baathiste libertà e prosperità sarebbero state a portata di mano? Le immagini della catastrofica fuga da Kabul di americani e alleati vari avrebbero dovuto allertare l’immaginazione e le coscienze. L’evacuazione dei collaboratori stretti degli occupanti e di chiunque voleva sottrarsi ai talebani si sarebbe lasciata alle spalle un Paese lacerato, affamato e oppresso dal fanatismo, su cui oggi è calato il silenzio.

Ma parliamo di migliaia o decine di migliaia di esseri umani in fuga, non di milioni. L’Europa avrebbe tutte le risorse per accoglierli, assisterli e integrarli. Se questo non avviene non è solo per la paura della destra xenofoba che soffoca le cancellerie europee. E nemmeno per la reazione di parte della popolazione a un’eventuale presenza di stranieri. È soprattutto per l’incapacità ormai storica di pensare il proprio ruolo in un mondo sempre più piccolo e integrato. E di rispondere alle crisi umanitarie e alla sofferenza se non con piccoli baratti, compromessi e accordi con i dittatori che, loro sì, premono e ricattano alle frontiere marine e terrestri. In questo senso, Merkel, chiusa nella fortezza Ue, non è meno responsabile di Lukascenko o Erdogan. In fondo, parafrasando Metternich, l’Europa non è oggi che un’espressione fiscale e commerciale.

A Torino la fiera dell’industria aerospaziale di guerra, l’Italia farà la sua parte

Il Piemonte al centro della scena. Girano gli affari all’Aerospace & Defence Meeting che si terrà dal 30 novembre al 2 dicembre all’Oval Lingotto. Oggi la protesta dei militanti della Federazione Anarchica Italiana

Mario Di Vito  20.11.2021

Il business della guerra non conosce crisi. Le spese militari aumentano di anno in anno e rappresentano un capitolo di bilancio che corre veloce: tutta un’altra cosa rispetto all’austerità che continua a imperversare sul mercato del lavoro e sulle spese sociali. In questo limbo fatato dove il denaro non manca mai, dal 30 novembre al 2 dicembre, a Torino si terrà l’Aerospace & Defence Meeting, la mostra-mercato dell’industria aerospaziale di guerra. Il teatro della convention internazionale sarà l’Oval Lingotto, il centro per congressi nato all’interno delle strutture industriali della ex Fiat. I numeri fanno riflettere: a partecipare saranno 600 aziende, 1.300 tra acquirenti e venditori, oltre ai rappresentanti di trenta governi mondiali. Il tutto in un ambiente chiuso: accreditarsi è problematico e in ogni caso il salone non sarà aperto al pubblico. A partecipare saranno soltanto gli addetti del settore, i portatori d’interesse e gli invitati.

Oltre al lato spettacolare, tra esibizioni e conferenze, il vero fulcro del meeting risiede negli incontri bilaterali per la cooperazione e la vendita: nel 2019, data dell’ultima kermesse prima dello stop imposto dal Covid, gli accordi furono 7.500. L’Italia farà la sua parte: secondo le stime del Sipri di Stoccolma (l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace) la spesa militare nazionale del 2021 sarà pari a 24.9 miliardi di euro, in crescita dell’8.1% sul 2020 e del 15.7% sul 2019. E mentre si discute di Pnrr, un mese fa i ministeri della Difesa e dello Sviluppo Economico hanno presentato progetti che pescheranno finanziamenti dai Fondi pluriennali per l’investimento e lo sviluppo infrastrutturale: in totale, da qui al 2034, gli investimenti saranno di 144 miliardi di euro, di cui 36.7 miliardi riguarderanno gli armamenti. L’investimento più vicino riguarda una provvista di droni modello «Reaper» per 128 milioni di euro e la Marina Militare ha già fatto richiesta di missili Cruise per i suoi sottomarini e le sue fregate.

Scorrendo le 257 pagine del Documento programmatico pluriennale 2021-2023 della Difesa, viene fuori che gli investimenti sui sistemi d’arma saranno ingenti, con decine di contratti già chiusi e che trovano giustificazione sia in non meglio precisate «ragioni strategiche» sia nella necessità di tener fede agli impegni tricolori in 41 «missioni internazionali» (che nell’ultimo anno sono costate un miliardo e duecento milioni di euro, con 9.449 militari impegnati).

La situazione è assai favorevole per il business aerospaziale, con le aziende italiane che danno lavoro a 47.274 persone per un giro d’affari che nell’ultimo anno si è assestato a quota 16.4 miliardi di euro. Numeri che rendono il nostro paese settimo nel mondo e quarto in Europa per dimensioni del mercato della guerra. La regione leader è il Piemonte, che ospita cinque aziende internazionali (oltre al colosso Leonardo, abbiamo Avio Aero, Collins Aerospace, Thales Alenia Space e Altec), muove 3.9 miliardi di euro l’anno e lavora per espandersi ancora.

A Torino, infatti, è in programma la costruzione della Città dell’aerospazio, un polo tecnologico tutto dedicato all’industria della guerra che verrà realizzato grazie all’intesa tra la Regione, il Comune, il Politecnico, l’Università, la Camera di commercio, l’Unione Industriale, l’Api, il Cim 4.0 e il Distretto aerospaziale piemontese. L’accordo tra le parti è stato siglato a ottobre, se tutto andrà bene le pratiche burocratiche saranno completate entro dicembre e l’apertura della cittadella – che avrà sede nella zona nord-ovest della città, tra Corso Francia e Corso Marche – è fissata per l’anno venturo.

Nel silenzio generale, a organizzare la mobilitazione contro l’Aerospace & Defence Meeting ci stanno pensando soprattutto i militanti della Federazione Anarchica Italiana, che da qualche settimana promuovono in varie città d’Italia iniziative informative sullo stato dell’arte dell’industria bellica italiana e si preparano a un corteo antimilitarista che sfilerà oggi a Torino (si parte alle 14 e 30 da Porta Palazzo, corso Giulio Cesare angolo via Andreis).

«L’Aerospace & Defence Meeting è un vento dove si giocano partite mortali per milioni di persone in ogni dove – spiegano gli organizzatori -, l’industria bellica è un business che non va mai in crisi e l’Italia fa affari con chiunque. Va in soffitta la retorica delle missioni umanitarie ed entra in ballo la difesa degli interessi italiani».

Un cambio di paradigma che non ha un valore esclusivamente semantico, ma che prospera sulla disattenzione di un’opinione pubblica che, per larga parte, non vede più la guerra come un problema. Forse per distrazione o forse perché l’impressione è che si combatta in paesi troppo lontani. Dagli occhi e dal cuore. Gli affari, però, vanno sempre avanti.