CATASTROFE AMBIENTALE: MIGRAZIONI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CATASTROFE AMBIENTALE: MIGRAZIONI da IL MANIFESTO

Milioni in fuga per la catastrofe ambientale

Il fatto della settimana. Secondo la Banca Mondiale, le migrazioni ambientali entro il 2050 faranno spostare 143 milioni di persone (altre stime dicono 200 milioni)

Mirta Da Pra Pocchiesa  25.02.2021

Secondo la Banca Mondiale le migrazioni ambientali faranno muovere entro il 2050 circa 143 milioni di persone nel mondo (l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni stima 200 milioni) con ripercussioni di notevole entità sia a livello sociale che economico.

Ma cosa conosciamo di loro, delle tante motivazioni, spesso intrecciate, che li hanno indotti a partire? Poche sono ancora le ricerche su questi ambiti. Insufficienti le definizioni, anche a livello giuridico. Per approfondire il tema, nelle sue diverse sfumature (clima e conflitti, migrazioni interne, ruolo della donna, ricadute degli accordi commerciali, migrazioni e religioni, iniquità planetaria e possibili soluzioni) Casacomune ha organizzato, in collaborazione con Marco Aime, docente di antropologia culturale, un seminario di formazione online che si terrà dal 26 al 28 febbraio prossimi (ne parliamo nell’altra pagina). Lo abbiamo intervistato.

I migranti ambientali sono un fenomeno relativamente nuovo, almeno come denominazione. Chi sono e come si inseriscono nel fenomeno migratorio? Oggi di che cambiamenti rilevanti dobbiamo tener conto rispetto alle migrazioni di ieri?

Le migrazioni ci sono sempre state. Oggi però tutto ha subìto una accelerazione, per tanti motivi, spesso intrecciati da tra di loro. Il primo cambiamento, rispetto al passato, è la rapidità con cui avvengono gli spostamenti: aerei, mezzi meccanici (auto, camion, navi, traghetti…). Il secondo aspetto è rappresentato dalla mediatizzazione del fenomeno: dall’essere un fatto di attrazione: penso alle televisioni di alcuni paesi delle ex colonie francesi, in Africa, che trasmettono programmi europei con giochi a quiz nei quali si vince tantissimo denaro… fattori quindi definiti attrattivi che lavorano sull’immaginario. Ma l’aspetto mediatico ha anche altre conseguenze: distorce, enfatizza e, cavalcato da alcune forze politiche, si concentra sulla spettacolarizzazione, ad esempio degli arrivi – definiti «sbarchi» – indagando poco sulle cause che determinano le partenze. Dico distorce e penso al mediterraneo, presentato come il luogo da cui arrivano la maggior parte delle persone migranti in Europa mentre da lì arriva solo il 13 per cento. Sono migranti per scelta, migranti definiti «economici», migranti in fuga dalle guerre, migranti ambientali che possono essere diretti e indiretti .

Diretti, indiretti, approfondiamo.

Diretti significa che si migra perché i territori sono stati inondati, perché costruiscono una diga e i tuoi terreni vengono sommersi. Indiretti per il cosiddetto effetto farfalla: un evento in un determinato posto, anche lontano, ha un effetto domino che arriva anche sul mio territorio. Pensiamo al riscaldamento dei mari: con l’innalzamento delle temperature molti pesci muoiono, o si spostano, e le tante popolazioni che vivevano sulla pesca devono spostarsi, emigrare. La maggior parte delle migrazioni sono migrazioni interne ai paesi di residenza o ai continenti, non dimentichiamolo. Poi ci sono le guerre, molte delle quali innescate da questioni che hanno a che fare con l’ambiente: l’acqua, lo sfruttamento di risorse naturali. Ma andiamo con ordine: la desertificazione è un processo iniziato molto tempo fa, ma con il cambiamento climatico causato dall’uomo ha visto una notevole accelerazione. A tutto ciò si sono affiancati alcuni errori introdotti dalle politiche coloniali. In Sahel, ad esempio, l’introduzione dell’agricoltura intensiva ha portato da un lato a un progressivo impoverimento dei terreni e dall’altro a un aumento della popolazione. Popolazione che ha tagliato più alberi per procurarsi la legna per scaldarsi, e via di questo passo. Oltre all’agricoltura è stato introdotto anche l’allevamento intensivo e da qui altre conseguenze di convivenza che, in un’agricoltura e in un allevamento di sussistenza, trovavano, generalmente, delle soluzioni quasi pacifiche. Con l’avvento dello sfruttamento e quindi di un diverso modello di sviluppo (non si pensa più ad avere di che vivere ma si inizia a voler accumulare, guadagnare sempre di più) gli scontri si sono fatti più forti, violenti, fino a diventare scontri armati con tutto ciò che ne consegue. Le disparità aumentano. Molte persone non hanno più di che vivere. Penso al lago Ciad che si è ridotto di 13 volte in 16 anni. La povertà aumenta e i giovani diventano prede delle organizzazioni terroristiche. Un altro elemento che ha contribuito a sconvolgere gli equilibri naturali di cui si parla poco è il contrasto al nomadismo. Dico contrasto perché nessun governo ha mai amato i nomadi, perché non si controllano facilmente: si spostano, non hanno un posto fisso dove abitare. Il nomadismo era invece un modo compatibile di uso delle risorse, a seconda delle stagioni i nomadi si spostavano e prendevano quello che c’era per vivere. E in ecosistemi fragili questo rappresentava il giusto equilibrio che la sedentarizzazione ha sconvolto.

Ci sono altri errori, altre responsabilità?

Sì, purtroppo anche molte Ong hanno contribuito a portare modelli di sviluppo impostati sulla crescita, sempre e comunque, andando contro la tradizionale economia di sussistenza che si basava sull’avere ciò che ti serve; e se ti rimaneva tempo disponibile lo potevi usare per riposare, per fare ciò che ti piaceva, stare con la tua famiglia. Ci sono poi le forme di sfruttamento dei territori che hanno materiali preziosi che creano molte guerre locali . Pensiamo al Congo dove ci sono giacimenti di coltan, materiale necessario per la costruzione dei nostri telefoni cellulari: 6 milioni di morti in guerre portate avanti da milizie locali. E poi il cobalto, sempre in Congo, molto richiesto per i motori elettrici. E l’uranio, in Mali e in Niger. Senza dimenticare i danni provocati alla qualità della vita delle popolazioni sul delta del Niger, per l’estrazione del petrolio. Africa, sempre Africa. Non dimentichiamo che è in Africa – sono dati a livello internazionale – che avviene il 75 per cento delle migrazioni!
Sempre in termini di responsabilità, quanto possono incidere gli accordi commerciali su tutto questo?
Molto. E qui ci sono responsabilità anche a livello di Unione Europea. Ci sono contratti capestro, per esempio, che detassano l’esportazione di materie grezze tassando, invece, i semilavorati. Questo frena, per non dire impedisce, la nascita di piccole aziende in loco. Penso alle foreste di teck in Benin, che potrebbe creare lavoro e nuove professionalità. A ciò si aggiungono politiche di governi che inducono a partire, come l’Eritrea, dove un giovane che viene chiamato alle armi a 16 anni potrebbe rimanere a servizio del suo paese per la vita intera. Csa dire quindi se questi giovani decidono di partire?

Povertà, guerre, terrorismo. E la droga, che ruolo ha in tutto questo?

La povertà è benzina sul fuoco dei fondamentalismi. In Africa, e in altre zone del mondo, per tanti motivi: guerre, sfruttamento, impoverimento dei suoli, desertificazione, deforestazione. Il rischio di morire è maggiore restando che non partendo. La droga? Ha gli stessi canali dei trafficanti di persone: droga, guerre, sfruttamento di risorse e sfruttamento di esseri umani.

Ci sono anche fattori culturali, di cui teniamo poco conto?

Pensando sempre all’Africa, ma può valere anche per altri continenti, chi parte generalmente è giovane e lo fa per l’intera famiglia che investe su di lui e se gli va bene, se riesce ad arrivare, a trovare un lavoro, a inserirsi, manderà soldi a casa per mantenere tutti. L’Armenia, per cambiare luogo geografico, si può dire che viva sulle rimesse degli armeni emigrati in Russia. Insomma, i migranti, ambientali o altro che siano, sono determinati e guardano al futuro con speranza e molti di loro non si muovono solo per se stessi ma perché sentono di avere responsabilità nei confronti di altri. E’ la storia delle grandi migrazioni, da sempre.

Chi migra per i disastri climatici ha bisogno di un nuovo diritto

Il fatto della settimana. Nel 2019 i disastri naturali hanno provocato 24,9 milioni di nuovi sfollati interni, i conflitti 8,5 milioni (totale 33,4)

Anna Brambilla  25.02.2021

Con un ritardo ventennale rispetto alla ricerca, negli ultimi anni anche la politica ha iniziato a prestare attenzione alle connessioni tra cambiamenti climatici e spostamenti di popolazione, annoverando le mutazioni ambientali di varia natura tra i fattori di spinta delle migrazioni.

Secondo i dati dell’Internal Displacement Monitoring Centre, nel 2019 conflitti e disastri ambienatli hanno provocato 33,4 milioni di nuovi sfollati interni; all’origine di questi spostamenti di popolazione ci sono stati conflitti (8,5 milioni di persone) e disastri naturali estremi (24,9 milioni).

Questi dati, oltre a non tenere conto di movimenti migratori dovuti a mutamenti ambientali a lenta insorgenza, o a quelli determinati dalla costruzione di grandi opere, non riescono a fornire informazioni sul numero di persone costrette a compiere una migrazione internazionale.

La complessità della questione è tale da determinare l’assenza di un accordo anche in ordine alla definizione da utilizzare; scegliere di parlare di «migranti climatici» o di «rifugiati ambientali» può infatti avere delle conseguenze politiche e giuridiche molto diverse.

A livello europeo, si parla tendenzialmente di «migrazioni e sfollamenti indotti da fattori ambientali», distinguendo tra gli sfollamenti e le forme volontarie di migrazione e cercando di individuare possibili risposte in termini di prevenzione e protezione.

La discussione in atto sulle possibili soluzioni vanno dall’adattare gli strumenti di protezione già esistenti all’individuarne uno nuovo, fino alla promozione di canali di migrazione regolare in modo da aumentare la capacità di adattamento delle persone e degli Stati al cambiamento climatico.

Nel 2020, il Comitato dei diritti umani dell’Onu, nella decisione resa in merito alla causa Teitiota contro Nuova Zelanda, ha affermato che le persone in fuga dagli effetti dei cambiamenti climatici e delle catastrofi naturali non dovrebbero essere rimpatriate verso i propri Paesi di origine qualora vi fosse il rischio di subire una violazione dei loro diritti umani una volta fatto ritorno.

A livello nazionale, in alcuni casi, si è arrivati a riconoscere la protezione sussidiaria o la protezione umanitaria a richiedenti protezione internazionale provenienti da Paesi fortemente interessati dal cambiamento climatico o dallo sfruttamento delle risorse naturali, attribuendo rilevanza a tali eventi sopratutto in termini di vulnerabilità soggettiva o oggettiva.

Nel 2018 è stato introdotto nell’ordinamento il permesso di soggiorno per calamità che può essere rilasciato allo straniero quando il suo Paese d’origine versa in una situazione di grave calamità che non consente il rientro e la permanenza in condizioni di sicurezza.

Sebbene tale permesso di soggiorno sia da accogliere positivamente, la complessità delle migrazioni ambientali può più probabilmente essere affrontata solo con l’utilizzo di vari strumenti con la conseguenza che la ricerca di soluzioni giuridiche e politiche non può essere interrotta.

*Avvocata Asgi