Officina dei saperi | Apriamo i porti
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Apriamo i porti

di Gennaro AVALLONE, da “effimera“, 11 giugno 2018

Apriamo i porti. Non accettiamo l’imbarbarimento civile, oltre che politico e sociale. La decisione adottata dal governo italiano obbliga, da oggi, tutte le persone che non si arrendono allo stato di cose presenti e alla sua deriva, a prendere parola e a opporsi.

Ripercorriamo, in sintesi, quanto è accaduto in queste ore. Una nave, la Aquarius, con oltre 600 persone a bordo, salvate dalle acque, è giunta nel canale di Sicilia, ma lo Stato italiano ha comunicato, attraverso il Ministro dell’Interno (e non quello degli Esteri) che non può attraccare. Deve andare a Malta. Ma anche Malta ha detto che non accetta la nave, in quanto non di sua competenza. È così partito lo scontro politico e sulle interpretazioni giuridiche. A dire il vero, uno scontro tutto virtuale, fatto di parole, comunicati, tweet, al quale hanno dato corpo nelle strade, davanti a porti e prefetture, solo le attiviste e gli attivisti di varie reti e realtà che, subito, si sono mobilitati. Oltre, ovviamente, ai corpi di chi era su quella nave: ridotti a mero, strumentale, oggetto, senza importanza, dimenticato.

E subito è partito anche il “cosiddetto” dibattito. I contenuti dell’odio e del risentimento nazionalistico hanno trovato nuovo terreno per proliferare. C’è chi ha ribadito che è ora di imporsi, che l’Italia non può essere il campo profughi d’Europa. C’è chi ha detto che l’Italia deve farsi rispettare. C’è chi ha affermato che, sebbene nell’incertezza e nella preoccupazione per le vite umane, è il caso di verificare dove porta questa strada. C’è anche chi, criticando la decisione dei ministri degli Interni e delle Infrastrutture, ha sostenuto che la soluzione sta nel bloccare le navi alla partenza: nella versione di sinistra, con la proposta di “aiutarli a casa loro”, nella versione di destra, con la proposta del blocco navale davanti alle coste libiche.

Una corsa verso la fermezza, la durezza, lo scontro. Una corsa compiuta, tutta, per intero, nell’ordine del discorso dell’onore nazionale, del fatto che, finalmente, dopo anni, qualcuno fa rispettare l’Italia, non china il capo, non ubbidisce. Sono questi i contenuti espressi dal Ministro dell’Interno e non smentiti dal Ministro delle Infrastrutture.

Tale retorica si è scatenata mentre, nel frattempo, la nave stava là, in mezzo al mare, con oltre 600 persone a bordo, non sapendo verso quale porto dirigersi. Una nave carica di persone, forse ignare di questo incredibile conflitto, che hanno rischiato di pagare un prezzo enorme, evitato solo grazie alla decisione del Governo spagnolo di farla attraccare a Valencia. Seicento uomini, donne, bambini trasformati in oggetti utili alla propaganda e allo scontro di posizione politica, non più persone, vite che non contano, ridotte a scena per l’affermazione dei professionisti dello spettacolo politico.

Si possono fare molteplici considerazioni su quanto è accaduto, considerazioni di tipo politico, giuridico, morale. Io qui ne voglio proporre due, di natura storica e culturale, per poi rinviare a una necessità, anche essa storica e culturale, oltre che politica.

La prima considerazione riguarda il tema dell’“orgoglio nazionale”. In questa vicenda, esso si è espresso nei termini di un nazionalismo infimo, che recita la parte della potenza regionale sulla pelle di migranti richiedenti asilo salvati in mezzo al mare e lasciati, sostanzialmente, al loro destino. Un nazionalismo che – comunque incapace di imporsi ai governi centrali nell’Unione Europea, come l’intervista di domenica 10 giugno al Corriere della sera del Ministro dell’economia, Giovanni Tria, ha di fatto evidenziato – fa la faccia feroce solo con chi non può difendersi, solo con chi non è nella condizione contingente di fare valere un rapporto di forza.

L’“orgoglio nazionale” che si esprime abbandonando le persone in mare e alzando la voce con altri Stati mediterranei sulla pelle viva delle persone non è affatto orgoglio, ma barbarie. L’orgoglio si esprime costruendo giustizia e rispettando l’umanità. Chiudere i porti alle navi con a bordo persone salvate in mare non è un atto di coraggio, ma un atto cinico, che dà un’ulteriore spinta alla società italiana verso l’infamia di massa.

La seconda considerazione è di natura storica. La decisione dei Ministri dell’Interno e delle Infrastrutture poggia non solo sugli obiettivi politici e di propaganda che il Governo in corso ha deciso di fare propri (nonostante le distinzioni marcate dal Presidente della Camera, totalmente assorbite e nascoste dall’azione dell’esecutivo), ma anche sugli attacchi alle navi delle Ong sostenuti da parti della Magistratura e dallo scorso Governo Minniti-Gentiloni, navi operative dopo l’interruzione dell’operazione Mare Nostrum che ha salvato tante persone nel 2014.

Come dire? Il terreno è stato preparato bene dal governo a guida Partito Democratico che, invece di mettere al centro gli obblighi a cui l’Italia deve rispondere, una rappresentazione della realtà veritiera (i numeri dicono che non c’è un’emergenza e che con meno di 500 mila richiedenti asilo sul territorio nazionale l’Italia non è il campo profughi d’Europa) e un’organizzazione non emergenziale delle politiche di accoglienza, ha deciso di cavalcare la propaganda della sicurezza e dell’odio verso le persone migranti.

Ora si passa a pagare il conto. E questo conto sarà alto. Lungo una strada che è solo agli inizi, che colpirà le persone migranti e tutte quelle che lottano, ad esempio nei luoghi di lavoro, per migliorare la propria condizione e quella degli altri.

A meno che non succeda altro, l’imprevedibile. Quell’imprevedibile che solo il conflitto e il rifiuto di obbedire ciecamente agli ordini può produrre. In questo senso, la presa di posizione dei sindaci di Napoli, Messina, Taranto, Palermo, Reggio Calabria contro le decisioni del Ministero delle Infrastrutture e del Ministro dell’Interno è stata importante. Affermare che i porti di quelle città sono a disposizione è stato un atto di disobbedienza civile che evidenzia non solo il conflitto in corso nelle istituzioni e nella società su alcune questioni fondamentali, ma anche le possibilità che questo conflitto può aprire. Ad esempio, evidenziando lo scontro possibile tra livello municipale e livello centrale-statuale.

In questo scontro, tutte e tutti coloro che per vivere hanno bisogno di umanità, giustizia e dignità, e che dunque stanno dalla parte della redistribuzione della ricchezza e non da quella della flat tax, così come dalla parte delle necessità di una riscrittura radicale delle politiche europee delle migrazioni per una reale libera circolazione delle persone, che non lasci come uniche porte di accesso le vie pericolosissime del Mediterraneo e del deserto, non possono stare che con la parola d’ordine: aprire i porti.

Le mobilitazioni immediate e quelle in corso evidenziano che l’imprevedibile è ancora possibile. Aprire i porti, aprire le possibilità del conflitto, aprire un’altra politica delle migrazioni e dell’accoglienza che si traduca in politiche per la casa per tutte e per tutti, in politiche di libera circolazione, unica alternativa ai vincoli gerarchizzanti della differenziazione su base razziale, nazionale e sessuale della forza lavoro che favoriscono solo i processi di accumulazione e i profitti delle imprese. Questa è la strada da percorrere, in alternativa a quella che il governo della Lega ci vuole imporre.