PIETRANGELI: NON SOLO ’68 da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PIETRANGELI: NON SOLO ’68 da IL MANIFESTO

Pietrangeli l’hanno cantato tre generazioni

Paolo Pietrangeli. È stata una delle pochissime persone che conosco capace di giocare con Marx, di mettersi la maschera di Groucho per agitare sullo sfondo il fantasma di Karl

Alessandro Portelli  23.11.2021

Paolo Pietrangeli è stato così intrinseco, così necessario a mezzo secolo della nostra storia, delle nostre vite, della nostra immaginazione e dei nostri desideri, che non riesco a pensare come può essere un mondo in cui Paolo Pietrangeli non c’è più.

L’ultima canzone che ha scritto, che credo non abbia fatto in tempo a incidere, diceva: l’alba con il tramonto si confonde, dipende da che parte stai a guardare. Adesso che ci guarda dall’altra parte, tutti noi possiamo dirgli solo: “Io ti voglio bene, avanti, avanti, con te o senza di te”. Senza di te perché non ci sei, con te perché ci sei.

Ci sarà tempo per ricordare le sue canzoni, militanti, irriverenti, sempre ribelli, mai banali, per ricordare i suoi film e i suoi documentari, per rileggersi i divertenti gialli degli anni più recenti. Ma per adesso, è difficile parlare.

Per questo vorrei salutarlo con le parole che, su sua richiesta, scrissi per presentare il suo ultimo disco, un vinile intitolato Amore amore amore, amore un… . Era scritto al presente, e lo lascio così.

C’era una battuta, un tempo spiritosa, poi diventata un po’ avvizzita per il troppo uso. Diceva: “sono marxista – tendenza Groucho, non Karl”. Ora, Paolo Pietrangeli è una delle pochissime persone che conosco che sono capaci non solo di giocare in tutte e due le tendenze, ma di farle interagire fra loro, di mettersi la maschera di Groucho per agitare sullo sfondo il fantasma di Karl.

E parlo di maschera anche perché il gioco di parole, l’umorismo, l’autoironia, l’irriverenza gli servono, come una forma di pudore, a proteggere la profondità delle sue passioni concrete. Per capirsi: per poter parlare d’amore, come in tante sue canzoni, bisogna cominciare dicendo “amore un cazzo”. Amore, amore, amore – che imbarazzo!

Io mi sono entusiasmato per Rossini, per Contessa, per Uguaglianza. Ma mi sono innamorato delle canzoni di Paolo Pietrangeli grazie alla prima parola dello Stracchino – “Avendo…” Solo uno che ha fatto il travet, l’impiegato di concetto tutta la vita comincia una storia con un gerundio – e passa tutta la vita guardando un cielo che non toccherà mai. Oppure esplorando l’ambiguità, in un’altra canzone, di quelle “verità piegate in tasca” – verità precostituite prêt-à-porter, o verità talmente intime e preziose che si possono solo ripiegare e nascondere perché non vengano violate?

Il suo ultimo disco, un sorprendente regalo in forma di vinile, è un’esplorazione sulle origini di questa poetica. A me viene in mente il Bruce Springsteen che sul palco di Broadway infila una ghirlanda di canzoni per raccontarci come è diventato se stesso. La differenza è che Springsteen si mette a nudo, Paolo si scopre, si nasconde, si lascia intravedere, ci manda su sentieri senza uscita e poi ci riprende per mano e ci riporta qui…

Tutti e due, comunque, cominciano dal padre – il bambino seduto al volante in giro per my hometown, il bambino che impara a parlare e a guardare vedendo passare davanti ai suoi occhi infantili la spina dorsale del cinema italiano in un tempo in cui valeva la pena. Qui impara il gusto per le catene verbali, le rime straniate, le filastrocche, le figure familiari (la portiera, il cameriere…) svisate in surrealismi felliniani. Perché quello era un cinema visionario, e un bambino che se lo vede passare per casa impara anche a non smettere mai di andare “a caccia di sirene”.

Ha cantato: “Io vorrei che questa filastrocca che m’è uscita dalla bocca fosse intesa come vituperio e offesa…” Vituperio e offesa sparati giocando, a chi ha sparato addosso alle speranze, ai sogni, alla felicità, forse a una rivoluzione che non si potesse fare senza giocare. Piangeva ridendo la fine di una visione e di “una situazione”. Ma la storia non è finita, “tornerà a soffiare il vento”, dice, dialogando con il Bob Dylan dei tempi migliori.

Allora, volevamo dare l’assalto al cielo. Come diceva nella canzone dello stracchino, da allora a oggi il nostro cielo “s’è alquanto avvizzito”. Ma Paolo Pietrangeli ci aiuta a immaginare ancora di ”toccarlo con un dito”. E chissà che alla fine non ci si riesca.

I suoi «racconti» hanno camminato la città

Addio Paolo, la nostra canzone. Non trattengo il riso, ma contengo il pianto. E scrivo come sospinto da onde che sono un affiorare di volti, molti dei quali intorno ancora dopo tanti anni, ma qui, nel movimento dei miei pensieri, giovani nella bellezza a tutti comune dei vent’anni, il viso suo di Paolo e il mio, come anche Paolo se lo ricorda

Alberto Olivetti  23.11.2021

Al pensiero della nostra adolescenza, ecco i luoghi di una Roma inspiegabilmente silenziosa, un fondale incantato dalle tinte luminosamente tenui, dove i rossi si stemperano nei rosa; i verdi dei pini di Villa Massimo si fanno più delicati e leggeri con un effetto di erba novella, misteriosamente.

E quei gialli carichi degli intonaci di certi palazzi son divenuti pallidi, mentre attraversiamo le consuete strade per raggiungere puntuali, la mattina presto, i regolari volumi bianchi dell’architettura del Giulio Cesare, il nostro liceo, quelle pareti che fan da quinta alle villette cariche di glicine di piazza Caprera e che, affacciandosi su corso Trieste, guardano la torretta di una villa dove, ad encausto, la decorazione mostra un corteo rinascimentale. Un’ora senza rumori e d’una luce chiara. Via delle Isole imboccata da Villa Paganini in lieve pendio che scende, e siamo a via Traù.

M’abbandono a tener dietro al flusso dell’emozione e sono preso dallo stupore per come mi si accosta nella mente l’amico spirato poche ore fa. Rammentava Paolo alcune settimane or sono, al Circolo Arci di Pietralata, certi episodi di quei nostri anni di allora, io che mi apprestavo a dire del suo romanzo appena stampato Tremagi e il rasoio di Occam, e lui, prima di cantare due, tre suoi pezzi e controllare, non senza sforzo, la sua voce e modularla, nel ritmo scandito delle parole, con sapienza. Le parole. Non diceva che le sue canzoni erano racconti? I racconti del mio amico intelligente, colto, delicato che velava la dolcezza tenace del sentimento che ci lega nell’accordo delle idee e delle opinioni condivise o messe in dubbio, come nel gioco delle parole spiritose che danno in un sorriso; o in certi accostamenti buffi – casi, combinazioni, rime, battute, personaggi – che muovono al riso. Paolo sa ridere.

E saper ridere è arte concessa a pochi. Mi rileggo. Incontro sopra quel: e siamo a via Traù e un riso mi sale spontaneo, non contenibile e lo vedo, lo stesso mio riso, tra la barba di Paolo e la sua bocca, che ha dovuto togliere la pipa e un po’ di fumo n’esce. E siamo a via Traù impone il seguito entro una frase musicale divertita e una rima che non ci sarà difficile, ridendo, escogitare.

Non trattengo il riso, ma contengo il pianto. E scrivo come sospinto da onde che sono un affiorare di volti, molti dei quali intorno ancora dopo tanti anni, ma qui, nel movimento dei miei pensieri, giovani nella bellezza a tutti comune dei vent’anni, il viso suo di Paolo e il mio, come anche Paolo se lo ricorda.
Ci ritroviamo mentre ci risuonano ora dentro le voci di quelle assemblee nell’aula magna della nostra Facoltà di Lettere e Filosofia e di quei cortei fino a via Veneto e a piazza del Popolo. E restar fermi nella loro formulazione questioni e tesi e canti. Come quando si cantava le monde va changer de base e le note de L’Internazionale parevano salire fino a posarsi sugli attici degli antichi palazzi di Roma per applaudirci, di lassù anche loro, che siamo ora noi, qui, vedete, che lo cambiamo il mondo, in questa mattina di primavera. Davvero.

Anche le sue canzoni han camminato le città, incedendo per prender parte alle grandi manifestazioni in cui si mirava ad un’Italia più giusta e più felice. Altre raccontano in musiche risentite vicende di sentimenti dispari e passioni. Altre procedono con passo leggero animate da motivi cantabili che senti arrivare, come da certe lontane orchestrine a notte, dal varietà o da qualche circo di fuorivia. E sono ironiche, pungenti, allegre.