MEGLIO MENO peggio PEGGIO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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MEGLIO MENO peggio PEGGIO da IL MANIFESTO

Meglio Meno peggio Peggio

In una parola. La rubrica a cura di Alberto Leiss

Alberto Leiss  05.10.2021

Affronterò il non semplice tema che mi è stato suggerito dal preferito dei miei lettori. È giusto votare anche quando nessuna delle proposte politiche che ci vengono offerte ci sembra convincente, condivisibile? L’argomento impugnato, più o meno, è questo: certo, caro elettore, non apprezzi alcuno dei candidati e dei partiti o movimenti in lizza. Ma non conviene sostenere comunque chi rappresenta il “meno peggio” rispetto alla possibile vittoria di chi va considerato il “peggio” vero e proprio?

La controdeduzione però non possiamo ignorarla facendo spallucce, eccola: se continui a premiare con il tuo voto chi non riesce proprio a sollevarsi da quella insoddisfacente, irritante condizione di insufficienza che solo se paragonata ad un male più grave può essere accettata, ebbene non si otterrà mai alcun miglioramento, né l’eventuale venuta in campo di un soggetto nuovo, forse capace di sorprenderci positivamente. In fondo, poi, siamo in democrazia: governi pure per un periodo il verace peggiore. Chi perde imparerà qualcosa dalla sconfitta è cercherà di correggersi una buona volta!

Secondo questo ragionamento votare il “meno peggio” significa in realtà favorire il peggioramento generale della politica, rinunciare a significare, con la propria astensione, una critica radicale verso i mali dell’intero sistema della rappresentanza democratica. (E forse, anche, una particolare insoddisfazione per chi, relativamente più vicino alle nostre idee, sentimenti, desideri, ci delude profondamente per le sue lacune, o scelte per noi del tutto sbagliate).

Non ne parlo in astratto. Per quel che vale mi sono trovato realmente di fronte a questo dilemma nelle ultime ore. Da pochi mesi sono un cittadino residente a Mentana, Comune della grande area metropolitana romana. Ci abito da un po’ ma non ho mai seguito con attenzione la politica locale. Aveva senso esercitare il mio diritto di voto con un tale grado di scarsa conoscenza delle liste, dei programmi, dei candidati e candidate?

Alla fine, però, vedendo che il sindaco uscente di centro-sinistra fronteggia una lista 5stelle, una lista civica, e soprattutto un candidato sostenuto da tutta la destra, da Forza Italia a Fratelli d’Italia, mi sono accodato al primo dei ragionamenti. E ho messo la mia crocetta sul nome di un amministratore sconosciuto. Un tipico voto “contro”. Contro la possibilità che si affermi una coalizione con la destra che considero francamente “peggiore”.

Certo, ho visto qualche nuova opera pubblica, qualche strada asfaltata, e quando ho avuto bisogno di pratiche in Comune ho conosciuto impiegate e impiegati molto gentili. E persino procedure relativamente veloci. Insomma, spero di non aver del tutto “sprecato” il mio voto.

Forse, però, l’interrogativo da approfondire, è un altro. Scrivo subito dopo la chiusura dei seggi, e un dato poco discutibile sembra l’ulteriore calo della partecipazione al voto. Il che vuol dire che il secondo dei ragionamenti da cui sono partito – è un male votare il “meno peggio” – è piuttosto popolare. Tuttavia, a parte qualche osservazione rituale di rammarico, non sembra proprio che la crescita del partito di chi il suo voto se lo tiene stretto, stia producendo qualche significativa riflessione nei partiti e movimenti che vedono rimpicciolirsi di elezione in elezione il serbatoio dei consensi.

Quando la politica non funziona non ci si può illudere che le cose si riaggiustino solo votando o meno. Bisogna avere la voglia di impegnarsi direttamente nella ricerca di nuove idee, di nuove analisi della realtà, di pratiche sociali e politiche efficaci.
Bella scoperta, monsieur de La Palice! Obietterà il lettore preferito….

I tre messaggi del voto

 

Norma Rangeri  05.10.2021

Quando nelle grandi città non va al voto più della metà degli elettori, e il dato nazionale si ferma al 54%, perdono tutti, anche quelli che hanno vinto la sfida di questo primo turno delle elezioni amministrative. Ci sarà modo di analizzare più a fondo la geografia politica del paese consegnata dalle urne, e quali saranno i riflessi sui partiti e sul governo.

Ma tre sono i messaggi molto semplici già chiarissimi.

Il primo, di gran lunga prevalente, ci parla della più bassa affluenza di sempre. E d’altra parte, al netto dello storico, progressivo distacco tra chi governa e chi è governato, in questa competizione amministrativa, ed è il secondo messaggio del voto, i partiti, e specialmente quelli del centrodestra, hanno presentato candidature di terza scelta, testimoniando, oltre i problemi di una coalizione senza leader, la crisi di una classe dirigente che ha gonfiato l’astensionismo, specialmente leghista.

Naturalmente lo sciopero del voto riguarda anche il centrosinistra, con il Pd senza popolo, forte nei centri storici, e i 5Stelle sprofondati, con un risultato drammatico per chi tutt’ora rappresenta la forza di maggioranza relativa. Espulsi dalla contesa più importante della Capitale, con la dignitosa ma sonora sconfitta dell’ex sindaca Raggi.

Tuttavia se i candidati portano la croce, bisogna anche chiedersi perché mai un cittadino, che ha visto tutti i partiti confondersi nel governo di un economista che guida il paese con il pilota automatico, dovrebbe improvvisamente appassionarsi a una competizione elettorale.

Anche per questo, la soddisfazione del segretario Letta per il risultato del Pd «in sintonia con il paese», e del voto in generale «che rafforza Draghi», è comprensibile ma tutt’altro che rassicurante di fronte a una democrazia dimezzata.

Infine, il terzo elemento evidente che le urne ci consegnano è finalmente positivo, dice che chi comunque è andato a votare, ha decretato la sconfitta del centrodestra e premiato le prime prove di unità del centrosinistra, come a Napoli e a Bologna (Milano fa caso a se).

È una indicazione politica per il futuro: le destre si possono battere solo se di fronte hanno l’unità delle forze di centrosinistra.