MANIFESTAZIONE ANTIFASCISTA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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MANIFESTAZIONE ANTIFASCISTA da IL MANIFESTO

L’adesione dell’Anpi e delle altre associazioni antifasciste alla manifestazione di sabato 16 ottobre

***  12.10.2021

Il Forum delle Associazioni antifasciste e della Resistenza esprime piena e appassionata solidarietà alla CGIL per il vile assalto fascista di ieri alla sede nazionale. Quello che è successo è di una gravità inaudita e richiama esplicitamente gli attacchi squadristici al sindacato negli anni Venti.

È giunto il momento di una netta e profonda assunzione di responsabilità da parte di tutte le autorità competenti: vengano immediatamente sciolte le organizzazioni neofasciste a partire da Forza Nuova. Non sono più tollerabili aggressioni e intimidazioni.

Il fascismo ha distrutto l’Italia e non può avere cittadinanza nel Paese. Per questo invitiamo tutte le democratiche e i democratici, le antifasciste e gli antifascisti a partecipare alla grande manifestazione nazionale di sabato 16 ottobre indetta da CGIL, CISL, UIL: MAI PIU’ FASCISMI!

ANPI – Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

AICVAS – Associazione Italiani Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna

ANED – Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti

ANEI – Associazione Nazionale Ex Internati

ANFIM – Associazione Nazionale Famiglie Italiane Martiri

ANPC – Associazione Nazionale Partigiani Cristiani

ANPPIA – Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti

ANRP – Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia

FIAP – Federazione Italiana Associazioni Partigiane

FIVL – Federazione Italiana Volontari della Libertà

 

Lo squadrismo fascista come fantasma della Repubblica

Retaggi. Non avendo fatto i conti con la Storia, sono riemersi nella vicenda politica dello Stato italiano, con le complicità del potere, i rigurgiti di un passato che non passa

Davide Conti  12.10.2021

Cento anni dopo la «marcia su Roma» il rigurgito squadrista contro la sede nazionale del principale sindacato italiano ripropone, nel corpo politico-sociale di un Paese segnato dai violenti spasmi della crisi pandemica e sociale, un tema di fondo della storia dell’Italia contemporanea, ovvero la definizione del carattere della nostra democrazia di fronte alla questione del fascismo come «non risolto» della Repubblica.

Aporie e limiti della transizione dalla dittatura alla democrazia segnarono i fenomeni della continuità dello Stato; dell’impunità dei crimini di guerra; della mancata epurazione degli apparati istituzionali; del persistente ruolo dirigente di classi proprietarie consustanziali al regime di Mussolini ed alla monarchia dei Savoia.

Il vizio d’origine dei mancati conti con il fascismo, intesi non soltanto come sanzione dei vertici responsabili ma anche come discussione pubblica del comportamento degli italiani durante il «ventennio», produsse nel corso della «prima Repubblica» torsioni democratiche e tentativi eversivi di regressioni politico-istituzionali.

Lo squadrismo in Italia non rappresentò un fenomeno circoscritto agli anni Venti ma caratterizzò costantemente l’agire politico e identitario dei partiti e dei gruppi neofascisti per tutto il corso degli anni ’60-’70 tanto da portare allo scioglimento di Ordine Nuovo nel 1973, di Avanguardia Nazionale nel 1976 ed alla campagna di messa fuorilegge del Msi del 1975. In questo tempo si erano consumati il tentativo di formare il governo Tambroni bloccato dal moto popolare del luglio 1960; le violenze fasciste contro studenti e operai in lotta; i tentativi di colpo di Stato (golpe Borghese 1970) le centinaia di attentati contro sedi sindacali e dei partiti democratici; le stragi (da Piazza Fontana al treno Italicus passando per Piazza della Loggia a Brescia); la rivolta di Reggio Calabria del 1970 con la strage di Gioia Tauro. Vicende che segnarono lo sviluppo dell’anomala democrazia italiana caratterizzata dalla conventio ad excludendum contro il Pci.

Tuttavia l’ambiguità non sciolta attorno all’esistenza stessa di un partito fascista in un Parlamento rifondato dalla Resistenza si mantenne sostanzialmente inalterata, tanto più che i voti del Msi più volte vennero chiesti ed usati dal fronte conservatore per governare grandi città del Mezzogiorno; puntellare i governi Zoli e Pella; eleggere Presidenti della Repubblica come Giovanni Gronchi (già membro del governo Mussolini nel 1922) e Giovanni Leone.

Nell’era politica post-1989 la questione tornò all’ordine del giorno con lo «sdoganamento» degli eredi di Almirante da parte di Silvio Berlusconi ed il loro accesso al governo nazionale.

Il fascismo divenne allora non più questione solo politica ma anche culturale nel Paese con l’avvio di una martellante campagna di revisionismo storico culminata con l’istituzione e la strumentalizzazione della legge sulla giornata del ricordo, la vulgata antipartigiana e la proposta di legge di Fratelli d’Italia di equiparazione tra Shoah e foibe del 2020.

Nel dibattito pubblico lascia basiti la continua parificazione, operata dalla destra postfascista per trarsi d’impaccio di fronte alla sua evidente estraneità ai valori fondativi della Repubblica, tra antifascismo e anticomunismo. Non di meno lascia esterrefatti constatare come la sinistra non rivendichi la natura e il ruolo storico che il comunismo italiano ha avuto nella lotta al fascismo negli anni della clandestinità e poi della Guerra di Liberazione (con il maggior numero di condannati ed uccisi dal Tribunale Speciale fascista; con il più grande numero di donne e uomini combattenti nella Resistenza; con il più alto numero di caduti) e nella fondazione della Repubblica.

Una ragione della storia rappresentata da figure come Umberto Terracini che fu, insieme, presidente dell’Assemblea Costituente, firmatario della Carta e già fondatore del Partito Comunista d’Italia proprio cento anni fa.

L’unità antifascista del secondo dopoguerra fu capace di dare risposte al Paese in termini materiali con la ricostruzione; culturali con la scolarizzazione di massa; politico-sociali con la costruzione di un perimetro nuovo della cittadinanza. Ciò non significò «pacificazione» ma, al contrario, legittimazione della democrazia partecipata e conflittuale i cui grandi approdi furono lo statuto dei lavoratori, le conquiste del movimento delle donne, il diritto alla salute e all’istruzione, i diritti civili.

È su questo terreno e sulla capacità di un governo contraddittorio e spurio come quello di oggi che si misureranno le differenze (per ora impietose) tra l’unità nazionale del passato e quella di oggi. È lì che la questione del fascismo e delle condizioni che ne determinano il riemergere nelle crisi dovranno essere affrontate senza incertezze e con spirito tutt’altro che pacificato.
Si dovrà scegliere, come sempre, da quale parte stare.

Il governo alla prova dell’antifascismo

Marci su Roma. Ora la platea che invoca la chiusura delle sedi di Forza Nuova, e di movimenti analoghi, si è allargata di molto. E la proposta-richiesta di scioglimento presentata in Parlamento sicuramente troverà molti sostenitori. Compresi noi.Norma Rangeri  12.10.2021

Eccolo il fascismo eterno da cui ci metteva in guardia Umberto Eco, quando connotava, aggiornandoli, i chiari sintomi del virus che fece del nostro paese l’incubatore e poi il modello europeo di un regime antiparlamentarista, violento, liberticida, antisemita e guerrafondaio. Un virus endemico che non ha mai smesso di avvelenare la democrazia sventolando saluti romani (utile forma di igiene, secondo il candidato sindaco di Roma, Michetti) in mille manifestazioni, organizzando aggressioni a persone impegnate a fianco degli ultimi, migranti, rom o centri sociali.

Un virus che oggi, cento anni dopo i primi assalti alle Camere del lavoro, soffia sul contagio sociale dentro una crisi pandemica che ha stressato le regole della convivenza democratica, con organizzazioni e gruppi che tentano di guidare l’ignoranza e la paura nelle piazze no-vax, facendosi avanguardie della protesta, pescando dentro un ceto medio impoverito e sbandato, con il progetto di legare gli anelli di una catena funesta, individuando e colpendo il bersaglio simbolico più grosso: la sede nazionale della Cgil. E a stento fermati a pochi metri dalla sede di Palazzo Chigi.
Quanto accaduto a Roma chiama in causa anche il Prefetto e la ministra degli Interni. Le forze di polizia sono risultate insufficienti e impreparate, chi doveva controllare le traiettorie dei capi di Forza Nuova, non l’ha fatto.

Probabilmente nessuno si aspettava una manifestazione con migliaia di persone. Ma qualcuno dovrà rispondere del proprio operato. Soprattutto perché le intenzioni dei militanti e dirigenti di Forza Nuova erano abbastanza esplicite: bastava leggere qualche messaggio web, inneggiante a iniziative eclatanti contro alcune sedi istituzionali. A imitazione di quanto accaduto a Capitol Hill, a Washington, dopo la sconfitta di Trump, in quelle prove generali di guerra civile in mondovisione.

Naturalmente senza forti sponde politiche, queste spinte avanguardiste, questi gruppi neofascisti, sarebbero destinati a tornare laddove la storia li ha condannati. Tanto più che la morsa pandemica, grazie alle vaccinazioni, si è allentata e le limitazioni alla libertà di movimento dei cittadini si sono via via ridotte. E questo forse spiega anche la furia con cui i no-vax si sono scagliati contro il personale sanitario del Policlinico romano, colpevole solo di svolgere il proprio lavoro.

Le destre italiane rappresentate in parlamento e votate da milioni di cittadini, sono destre estreme, illiberali, nazionaliste, razziste. Vicine e sodali delle consorelle europee. Come testimonia il fatto che mentre la sede della Cgil veniva assaltata, Meloni era in Spagna a un’iniziativa di Vox, il movimento spagnolo di ispirazione franchista. E la sua raggelante dichiarazione sull’assalto alla Cgil, in onda su tutti gli schermi, “ignoro la matrice della violenza”, certo non allontana da lei l’idea che proprio il suo partito possa essere visto come un referente dei movimenti neofascisti. Del resto l’inchiesta di Fanpage, dimostra che c’è un retroterra nero che chiama in causa il suo partito, e che va combattuto.

Forse questa volta i “marci su Roma” non la passeranno liscia. Ma, appunto, forse. Perché altre volte è stato chiesto lo scioglimento dei movimenti e dei gruppi neofascisti, senza ottenere alcun risultato. In passato, per varie ragioni (quieto vivere, indifferenza e disattenzione sul problema, mancanza di appigli legali forti, incontrovertibili), la richiesta di mettere fuorilegge i fascisti era appannaggio delle organizzazioni della sinistra, dell’Anpi e di questo giornale. Come non ricordare la battaglia condotta da Luigi Pintor, nel 1971, contro il fucilatore di partigiani Giorgio Almirante? Allora avversata con la critica di ridare fiato ai fascisti, e favorire Andreotti.

Ora la platea che invoca la chiusura delle sedi di Forza Nuova, e di movimenti analoghi, si è allargata di molto. E la proposta-richiesta di scioglimento presentata in Parlamento sicuramente troverà molti sostenitori. Compresi noi. Pur consapevoli che la valenza simbolica avrà una scarsa efficacia risolutiva rispetto al problema concreto dell’esistenza di questi gruppi.

Allo stesso tempo è altrettanto evidente che non basta l’indignazione generale se e quando viene superata una soglia così significativa. Nemmeno se la condanna arriva dal presidente Draghi, che raccoglie ampi consensi perfino tra le fila fascio-leghiste a caccia di furbesche scappatoie (dimenticando che tra i manifestanti erano presenti migliaia di elettori della Lega e di Fratelli d’Italia che applaudivano le frasi rabbiose e violente urlate dal palco fascista di piazza del Popolo).

Se Meloni ha la fiamma missina nel simbolo, Salvini è lontano anni luce dal Bossi che partecipò alla manifestazione del 25 Aprile organizzata dal manifesto. Così, quando Luciano Canfora spiega i comportamenti, le parole fascistoidi contro gli immigrati dell’ex ministro degli Interni, mette in luce che c’è altro rispetto alle violenze squadristiche. C’è il conflitto tra fascismi e democrazia che, in questi anni Venti del Duemila, chiama in causa la politica, le lotte contro le diseguaglianze sociali, per il cambiamento radicale del modello economico,

E siccome non vogliamo che tutto finisca nella retorica e nell’emozione di un giorno, lo ripetiamo: le organizzazioni neofasciste le deve sciogliere il governo, con una decisione che preceda le intenzioni del Parlamento. L’unità nazionale del governo Draghi è anche una unità antifascista? Lo dimostri con i fatti.