LA VIOLENZA COME COLLANTE IDENTITARIO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA VIOLENZA COME COLLANTE IDENTITARIO da IL MANIFESTO

Prospettive inedite dentro il Ventennio

Novecento. «Il fascismo italiano», a cura di Giulia Albanese, per Carocci. Un volume che percorre storia e interpretazioni di un fenomeno e interroga le vicende del Paese. L’esercizio storiografico sul tema deve misurarsi oggi con un’epoca nella quale l’affaticamento degli ordinamenti democratici fa da cornice al lavoro dei ricercatori. Premesse e esiti di una stagione nei tredici contributi proposti che indagano violenza, impero, guerra, propaganda, vita quotidiana e l’impatto all’estero del regime

Claudio Vercelli  30.06.2021

Gli interrogativi sul fascismo italiano, ovvero sulla sua natura e sulla sua identità, attraversano il corpo degli studi storici della contemporaneità. Non ci si distanzia da esso poiché il lungo calco di quell’esperienza supera la durata effettiva del regime che ne incarnò la storia, per allungarne l’impronta ben oltre. Rimane il fatto che per chi fa storia, il riuscire a circoscrivere la specificità di un fenomeno, evitando che esso si dilati oltre ogni limite e misura, è un criterio fondamentale. Pena, altrimenti, la decadenza dell’oggetto stesso della ricerca. Fare storia, infatti, implica cogliere – al medesimo tempo – peculiarità nonché unicità di fondo, così come aspetti di ripetibilità, di specifici sistemi di organizzazione politico-sociale.

DA QUESTO PUNTO DI VISTA il fascismo, in quanto regime, ha una sua unicità che gli deriva dal costituire comunque una risposta complessa alle transizioni sociali, culturali ed economiche innescate non solo dalla Prima guerra mondiale ma anche dal passaggio da ciò che restava di società ancora a fondamento rurale ad organizzazioni sociali basate sulla crescente prevalenza di un circuito di produzione industriale. Non si tratta, va da sé, dell’unica chiave di lettura che di esso se ne debba restituire ma costituisce un dato prevalente nel comprendere quali risposte siano state date, nel caso italiano così come – successivamente – in altre esperienze europee, ai conflitti che una tale transizione, caratterizzata soprattutto dall’accesso delle masse alla sfera pubblica, ha generato in concatenazione nelle società nazionali. In un tale novero di riflessioni si inserisce adesso il volume collettaneo, a cura di Giulia Albanese, su Il fascismo italiano. Storia e interpretazioni (Carocci, pp. 418, euro 34).

Il fatto che sia un’opera, composta dai saggi di tredici autori, con un oggetto che è stato ripetutamente dibattuto in Italia, non deve indurre da subito a reazioni acritiche e irriflessive. Le quali, tanto più oggi, tendono invece ad ondeggiare tra il rifiuto da saturazione, così come da rimozione, e l’iperidentificazione da autosuggestione: se per certuni non esiste più fascismo alcuno (il campo dei conservatori, per capirci, che sciolgono le dinamiche storiche nella mera contrapposizione tra totalitarismi e liberalismo) per altri, invece, sussiste una sorta di fascismo eterno (l’ambito di coloro che radicalizzano ogni interpretazione, in chiave volutamente catastrofica, annullando le molteplici sfumature dei sistemi autoritari e antidemocratici).

Identificare un argomento storico implica soprattutto cogliere le discontinuità che ne definiscono la natura e il perimetro di riflessione. Con esse, anche i metodi per la sua indagine. Il fuoco di questo volume, infatti, non è solo l’oggetto del testo in sé e le sue diverse declinazioni, ma il chi si adopera in ciò ed il modo in cui un tale esercizio avviene. La prima questione richiama la dimensione generazionale, la seconda gli orizzonti e i campi di intervento, tra di loro estremamente diversificati rispetto ad altri approcci trascorsi, come tali legati a sensibilità precedenti.

Il volume va quindi letto non solo nel merito del contenuto dei saggi, che pure hanno una loro autonomia culturale, ma anche sulla base dell’urgenza che una generazione di studiosi, ancora giovani, ha maturato rispetto al proprio rapporto con l’eredità non solo del fascismo ma degli stessi studi storici sul fascismo. I saggi contenutivi riprendono quindi laddove altre riflessioni si erano attestate, ma alla luce delle nuove esigenze che sono andate affermandosi in questi ultimi decenni.

La prima di esse rimanda all’esercizio storiografico in un’età, quella nella quale stiamo vivendo, in cui al consolidamento degli studi che dal dopoguerra in poi sono andati stratificandosi, si accompagna ora l’esigenza di ridefinire l’oggetto «fascismo» come un nuovo campo di indagine. Nuovo non certo perché inedito ma in quanto riformulato in un’epoca dove l’affaticamento degli ordinamenti costituzionalistici e democratici fa da cornice al lavoro dello storico. A tale esigenza rispondono le due direzioni di marcia che attraversano i saggi nella loro interezza, ossia quella che dal fascismo porta alla società italiana e quella, in direzione opposta, che riflette su quali siano gli innesti della società e delle istituzioni italiane nel farsi e nel definirsi del movimento politico prima e del regime poi.

ANCHE PER QUESTO gli assi della riflessione si orientano su alcuni passaggi chiave. Non è possibile riassumerli anche se è d’obbligo quanto meno il richiamarli in termini di repertorio. Tra di essi, quindi: la violenza come collante identitario; l’italianità tra romanità e colonialismo imperialista; la strutturale e programmatica impreparazione militare; la fisionomia e la geografia dei circuiti di potere, insieme al problema dell’identità della classe dirigente del regime; il rapporto tra capitale privato e intervento pubblico; il ricorso selettivo al serbatoio ideologico della religione cattolica, all’interno di un irrisolto tentativo di costruire una «nazione imperiale»; il ruolo delle scienze e la questione del legame tra consenso, evoluzione culturale e modernizzazione, il tutto filtrato per il tramite di una specifica disciplina, la meteorologia come studio di caso; i confini e i conflitti della cittadinanza in età fascista, tra dominio della legge ed espropriazione dei diritti; i sistemi di protezione sociale e di tutela delle collettività all’interno di un abortito progetto di trasformazione socio-demografica; il nesso tra azione politica e quotidianità nella percezioni degli italiani di quel tempo; la dirimente questione della comunicazione di massa, tra propaganda, socializzazione di modelli collettivi di condotta e sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa; la feroce contrapposizione tra fascismo e antifascismo nella traiettoria di coloro che combatterono il primo costruendo la fisionomia pluralista del secondo; l’esportazione ideologica del fascismo, come nuovo modello di organizzazione sociale, oltre i confini nazionali.

IMPOSSIBILE RESTITUIRE, delle diverse riflessioni, le numerose indicazioni e le tante piste di lavoro, per più aspetti anche originali. Semmai, dinanzi ad un volume strutturato in maniera così articolata, necessita piuttosto trovare delle griglie di sintesi. Le quali, a conti fatti, ruotano intorno alla coppia dialettica che il fascismo cercò di alimentare tra consenso politico (verso il suo esperimento totalizzante) e ordine sociale (in una popolazione che stava vivendo i travagli di una profonda trasformazione, innescatisi ben prima della Grande guerra). Proprio per una tale ragione, sembra allora ancora più importante inserire e rileggere il fenomeno fascista sia in una chiave continentale, trattandosi dello spazio nel quale meglio dimostrò le sue potenzialità (ovvero le sue ambizioni), sia in un arco di tempo che non si esaurisce con il «Ventennio» ma si avvia ben prima dello stesso conflitto mondiale per poi andare oltre il 1945.

In altre parole, non si tratta solo di cogliere i prodromi e i cascami del fenomeno in sé ma di mettere maggiormente a fuoco quali siano state le premesse, così come quegli esiti, che fanno da cornice al regime in quanto tale. Ancora una volta, quindi, sembra non meno convincente un lavoro di indagine che si interroghi, senza concessioni a improprie fughe dalla metodologia della ricerca storica, sulle nozioni di calco e di sedimentazione. Il calco rimanda all’impronta sociale e culturale che permise ad un fenomeno eversivo di trasformarsi in un sistema istituzionale di natura ordinativa; la sedimentazione si sofferma su quanto di un tale processo è transitato, tra le maglie della democrazia, per arrivare a quei giorni a noi più vicini. Nel primo, come nel secondo caso, alla dimensione fattuale che caratterizzò il regime tra il 1922 e il 1943, si accompagnano quindi i percorsi di lungo periodo, che anticipano e che poi sopravvivono all’esperienza fascista medesima, trasfondendosi in quella «modernità» irrisolta che è un indice dell’Italia di oggi.