LA NUOVA EUROPEITÀ da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA NUOVA EUROPEITÀ da IL MANIFESTO

La nuova europeità scrive la propria Storia

Tempi presenti. Formare i cittadini continentali del futuro richiede che si raccontino insieme le vicende dei diversi Paesi. Un manuale capace di spiegare la complessità del Vecchio Continente e come la sua cultura sia inserita in un contesto mondiale, senza vincoli, primati o missioni di civiltà. Un percorso sul tema a partire dai testi di Aurelio Musi e Leonardo RaponeAlessandro Guerra  11.03.2021

Nella Raccomandazione del Consiglio d’Europa del 22 maggio 2018, relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente, il profilo individuato per la formazione del cittadino responsabile contiene l’inaggirabile dovere della conoscenza della storia nazionale, europea e mondiale. Una determinazione essenziale per lo sviluppo di quel pensiero critico che, insieme ad altri elementi, consente di superare i pregiudizi e costruire processi nella prospettiva della giustizia e dell’equità sociale.

È questo solo l’ultimo indirizzo di un percorso cominciato anni fa, come ha spiegato Marcello Verga – forse lo storico italiano più attento alla dimensione europea che deve assumere la storiografia per poter riscattare il senso di una disciplina – il cui principale obiettivo è la costruzione di un manuale di storia europea utile a formare le nuove generazioni che si affacciano all’Europa unita (Storie d’Europa, Carocci, 2004). Un manuale capace quindi di spiegare la complessità europea, la cultura che ha unito nel lungo processo della modernità uomini e donne che condividevano spesso malvolentieri uno spazio, e che senza alcuna tensione teleologica spieghi come la storia europea sia inserita in un più ampio contesto mondiale, senza vincoli né primati, negando ogni missione di civiltà connessa alle storie nazionali.

UN SAPERE ANTICO se si pensa a quello che già nel 1928 ripeteva Marc Bloch: nel pieno del gorgo nazionalista, lo storico francese invitava a non alimentare la disputa che aveva rapito e sconvolto il continente da almeno un secolo. Un confronto fermo alle ragioni delle singole storie nazionali era per forza di cose un dialogo fra sordi, dove ognuno nega quasi pavlovianamente ciò che per l’altro è valore.

Agli storici, allora, il compito di intrecciare i saperi per comporre una storia delle società europee. Una storia della vicenda amorosa dell’europeità nuova, per dirla con Luisa Passerini (Storie d’amore e d’Europa, L’ancora del Mediterraneo, 2008). Solamente nel quadro di una nuova storia europea sarebbe ad esempio possibile ripensare la vicenda nazionale italiana, spuntare le armi del vittimismo – sempre correlato a un presunto eccezionalismo – e indagare i «complessi processi di rifrazione fra i vari nazionalismi e fra i diversi, ma tutti simili, processi di invenzione della tradizione nazionale», come recentemente indicato da Franco Benigno e Igor Mineo (L’Italia come storia. Primato, decadenza, eccezione, Viella, pp. 428, euro 32).

IL TRATTATO sull’Unione europea del 1992 aveva già intercettato questa esigenza, chiarendo all’articolo 128 la necessità per le nuove istituzioni di migliorare la conoscenza e la diffusione della cultura e della storia europea. In altre parole, serviva un testo agevole, un manuale appunto, che offrisse una storia d’Europa non commisurata alle singole storie nazionali, capace cioè di forgiare il senso di un destino comune, come declamava con fin troppa enfasi lo sfortunato «Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa». Un manuale, in altre parole, che ripensasse i confini interni ed esteri dell’Europa e fosse in grado di riflettere il volto di una nuova e più decisa cittadinanza politica europea – come fa Andrea Zannini (Storia minima d’Europa. Dal Neolitico a oggi, il Mulino, 2019).

FORMARE IL CITTADINO europeo: così si sarebbe detto al tempo della grande rivoluzione del 1789 che dischiuse all’universo la libertà, l’uguaglianza e la fraternità prima di declinarli nella retorica delle frontiere. O, più semplicemente, consegnare agli studenti che affollano le aule scolastiche e universitarie uno strumento per un buon uso della storia, che rimane sempre quello di «interessarsi alla vita». Sembra essere questo l’obiettivo che si sono posti sia Aurelio Musi sia Leonardo Rapone (che coordina un gruppo di lavoro formato da F. Bartolini, B. Bonomo, A. Gagliardi) con i loro manuali dedicati uno all’età moderna (Un vivaio di storia. L’Europa nel mondo moderno, Biblion, pp. 408, euro 32) e l’altro alla vicenda novecentesca (L’Europa del Novecento. Una storia, Carocci, pp. 456, euro 39). L’Europa è un’esperienza che va ben oltre la vicenda della sua integrazione, altrettanto meritevole, beninteso, di essere ricostruita (ne offre una solida ricostruzione Giuliana Laschi, L’Unione Europea. Storia, istituzioni, politiche, Carocci, 2005).

CI SONO VARI MODI di fare storia dell’Europa: entrambi i testi scartano a priori la giustapposizione delle singole vicende nazionali e delle loro interazioni. Era il vecchio modo di praticare la storia europea, ne veniva fuori sempre un racconto corale ma necessariamente frammentato e dispersivo, scontando l’attenzione al percorso delle grandi nazioni – prevalentemente dell’Europa occidentale – che in vario modo e in tempi diversi hanno marcato la storia europea dalla prima modernità ad oggi, rivendicando la propria missione civilizzatrice sul resto del mondo. Privilegiano invece un racconto diffuso dei processi che interessano l’intero spazio europeo, rilevando le convergenze e gli scarti, tenendo a mente le interconnessioni con il mondo extraeuropeo e mostrano i limiti della protervia nazionalista che puntualmente ha offuscato e offusca l’orizzonte, rivelandosi da ultimo nell’incapacità di trovare una sola voce per le sue istituzioni. Per dirla con Rapone, raccontare la vicenda europea non significa voler imporre l’immagine di unità alla diversità, né ipostatizzare la traccia di un destino comune; «vuol dire invece che lo sguardo si estende a tutta l’Europa, evitando punti di osservazione che ne offrano visioni soli parziali e monche».

PIÙ CLASSICO il volume di Musi, attento tuttavia a segnalare come il vivaio europeo sia stato terreno di coltura di una vicenda che non taglia fuori il mondo ma progressivamente si apre ad esso, stabilendo delle connessioni vivificanti. Anche quando il discorso si fa particolare, come nel caso del processo rivoluzionario francese che inaugura la modernità politica, la scelta di privilegiare la chiave delle interpretazioni storiografiche – come aveva già evidenziato Giuseppe Galasso qualche anno fa – diventa preziosa per orientarsi nella produzione ideologica dei secoli a venire, tra primato europeo e successiva provincializzazione.

Nel segno della crisi, anche il testo curato da Rapone legge l’ultimo quindicennio della storia europea che aveva trovato già nella svolta degli anni Settanta la fine proprio di quella modernità ideologica. L’Europa che si colorava di nuove forme di protagonismo si rifletteva in un mondo che cambiava e trovava nuove forme per relazionarsi a un «fuori» che premeva con sempre più forza sulle poche solide pareti europee. L’Europa ha cambiato pelle chissà magari restando sempre uguale. Certo, come già negli anni Cinquanta segnalava Carlo Morandi, uno storico che all’Europa doveva la fuoriuscita dagli incubi del fascismo, il volto dell’Europa era mutato. Le leggi economico-sociali, il pragmatismo economicista e la pura tecnicalità avevano completamente soppiantato la ricerca storica, la speculazione filosofica, le arti, ma quello che rimaneva era solo l’illusione del concreto. A maggior ragione un manuale per l’Europa è necessario.