«Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza» da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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«Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza» da IL MANIFESTO

Allarme clima, missione sostenibile per la conoscenza

Università/Ambiente. L’Università deve connettere tra loro l’insegnamento, la ricerca e la sostenibilità. Per formare cittadini con competenze per uno sviluppo sostenibile

Livio de Santoli  12.08.2021

La drammaticità del Sesto rapporto di valutazione dell’Ipcc, l’Intergovernmental Panel On Climate Change dell’Onu, sta tutta nella perentorietà delle sue affermazioni: «È inequivocabile che l’influenza umana ha riscaldato l’atmosfera, l’oceano e la terra, provocando cambiamenti diffusi e rapidi nell’atmosfera, nell’oceano, nella criosfera e nella biosfera», e che «l’aumento delle temperature superficiali dovute al cambiamento climatico non ha precedenti, per rapidità e diffusione, da migliaia di anni. Stiamo assistendo a modificazioni irreversibili per secoli come lo scioglimento dei ghiacciai, l’aumento del livello dei mari, l’acidificazione degli oceani».

L’APPELLO dell’Ipcc ai governi del mondo è quello di attuare azioni concrete per l’azzeramento delle emissioni di CO2 e degli altri gas serra, compreso il metano, entro i prossimi dieci anni. Un appello ai decisori politici, che comporta però obbligatoriamente anche una responsabilità individuale conseguente ad una nuova sensibilità di ognuno rispetto ai temi ambientali. Tutto ciò ha ovviamente delle conseguenze sul piano formativo che deve mettere in atto innovativi e più incisivi metodi di approfondimento. Infatti, alla teoria della tripla elica di Henry Etzkowitz in cui si ipotizza la necessità di azioni reciproche tra Stato-Università-Impresa per poter realizzare innovazione e sviluppo, se ne è aggiunta nel tempo un’altra, la quarta, quella che introduce la componente della società civile.

L’UNIVERSITÀ a sua volta deve considerare questa integrazione funzionale anche al suo interno, cioè trovare connessioni tra insegnamento, ricerca, ma anche nella cosiddetta terza missione, quella del suo rapporto con l’esterno. Considerando i documenti recenti di Ipcc e di Iea sul clima, il contesto basato sulla conoscenza si allarga. Possiamo dire che il risultato dell’apprendimento in un società della conoscenza deve essere quello di formare «cittadini della sostenibilità», con competenze costituite da un’interazione di conoscenze, capacità e abilità, motivazioni. Nel cosiddetto «apprendimento laterale» lo studente si trasforma da recettore passivo della conoscenza a partecipante attivo della propria educazione. Questo metodo favorisce l’insegnamento interdisciplinare e gli studi multiculturali, propri delle tematiche ambientali. In tale ottica anche le competenze sono trasversali, multifunzionali e indipendenti dai contesti.

PER SPIEGARE BENE IL SIGNIFICATO di apprendimento laterale, è possibile riferirsi alle competenze che Unesco ha ritenuto necessarie per uno sviluppo sostenibile: competenze di pensiero sistemico, di tipo collaborativo, di pensiero critico, di auto-consapevolezza, di problem-solving integrato. Competenze frutto in definitiva di un insegnamento sociale, collaborativo e disruptive, per trasformare una società in crisi, acquisito in progress sulla base dell’esperienza e della riflessione. Domanda ed offerta di una formazione completamente rinnovata.

UN PRIMO ASPETTO DA CONSTATARE È QUELLO del divario sempre più crescente tra cultura scientifica ed umanistica, penalizzante per il raggiungimento degli obiettivi perché divisivo. Questa frattura, conseguenza di un modello tecnocratico e privatistico della conoscenza, ha comportato due ordini di conseguenze. Ha introdotto una stretta dipendenza dal mercato, una sorta di produzione di “merce” intellettuale in un contesto ultra-competitivo, ed ha favorito la radicalizzazione della specializzazione, che ha portato a concentrarsi verticalmente su singoli aspetti perdendo di vista il contesto generale. Sul primo punto, bisognerà fare in modo che tutte le istituzioni formative possano riequilibrare il rapporto mercato/società oggi troppo spostato sulle regole del numeratore che sulla fiducia del denominatore. I mercati sono e devono rimanere aggregati alla cultura, devono costituire una derivazione di questa e da questa devono essere coordinati e regolati. Sul secondo punto occorre eliminare le barriere disciplinari. Ecco quindi che l’attenzione alla sostenibilità, e all’energia, potrebbe fornire una prospettiva diversa. Cosa significa istruzione di qualità e quali sono gli strumenti didattici? Quelli attuali sono idonei allo scopo? Forse no, a ben interpretare uno degli obiettivi auspicato dalle Nazioni Unite nella Formazione di qualità, Obiettivo 4: garantire libertà, equità e qualità dell’educazione, garantire un accesso equo all’istruzione, eliminare le disparità, promuovere una cultura pacifica e non violenta, una cittadinanza globale e una valorizzazione delle diversità culturali. Anche il Pnrr (il Piano Nazionale di Resistenza e Resilienza) parla di formazione e ricerca assegnando un finanziamento di 30 miliardi di euro per incrementare il potenziale di crescita del sistema economico favorendo la transizione verso un modello di sviluppo fondato sulla conoscenza.

RIFERENDOSI ALL’ENERGIA, UNESCO ELENCA gli obiettivi di apprendimento nel settore energetico, suddividendoli in settore cognitivo, cioè quel corpus conoscitivo che fornisce al discente quelle conoscenze e quei valori necessari per determinare comportamenti sostenibili che fa leva sul fattore identitario, quello socio-culturale che emotivamente si riferisce all’impegno sociale e politico e quello comportamentale. Questi obiettivi in definitiva definiscono l’apprendimento laterale sulla base dei concetti di territorialità, di fiducia sociale, di comunità. Le nuove possibilità di occupazione sono tutte transdisciplinari, perché sono tali le discipline della sostenibilità: economia circolare, climatologia, trasporti sostenibili, pianificazione ed uso del suolo, sostenibilità delle reti, bioeconomia, psicologia ambientale, inquinamento aerospaziale, eventi idrogeologici estremi. E molte sono da inventare: nanomedico, agricoltore genetista, ingegnere etico, agente contro i disastri ambientali, responsabile dei big data, ecopsicologo, eco-chef, sustainable mobility manager, manager dell’idrogeno, esperto in economia circolare. Forse ora occorre uno sforzo visionario per anticipare i tempi, perché l’idea della istruzione è più fortemente derivata dalla percezione delle realtà, dall’interpretazione della natura in una interconnessione con l’uomo; queste interpretazioni devono essere incluse nel processo educativo cosicché ciò che viene insegnato diventi la coscienza di una epoca. Sono insegnamenti derivati dalla comprensione degli ecosistemi, considerando il sapere come collante di una responsabilità condivisa. Qual è la coscienza dell’epoca che abbiamo di fronte? Edward O. Wilson ha affermato che una relazione di intimità con la biosfera non è utopia ma una antica sensibilità appartenente alla nostra biologia, che si è persa nel corso degli anni. Una sensibilità che chiama biofilia, un’ipotesi scientifica che rileva empiricamente nell’essere umano un misterioso legame tra uomo e natura con la tendenza innata a concentrare il proprio interesse sulla vita e sui processi vitali. Tale ipotesi sarebbe inoltre confermata nella eco-psicologia, quando viene introdotta la definizione di ansia derivata nell’essere umano nel momento della sua separazione dalla natura.

LA CONVENZIONE EUROPEA DEL PAESAGGIO, ad esempio, ha rappresentato un importante traguardo per questo approccio, definendo la funzione «culturale, ecologica, ambientale, sociale» del paesaggio e sottolineando il contributo del paesaggio «al benessere e alla soddisfazione degli esseri umani» e «al consolidamento dell’identità». Viene così dichiarato che il paesaggio è «il primo bene comune». Assegnare l’identità ad un territorio, espressione della diversità naturale e culturale, vuol dire agire secondo un approccio democratico, perché è ai territori che viene affidata la responsabilità e l’esercizio della tutela. L’aspetto puramente estetico allarga i propri confini, fino a includere anche l’aspetto etico. Si comprende ancora una volta, anche parlando di sostenibilità, l’importanza di educare a concetti di bene comune, identità, morale, propri di una visione finalmente democratica. Un esempio è quello della necessità di educare al ciclo di vita; senza questa educazione, l’applicazione dello strumento risulta vuota. Lo stesso vale per acquisire la coscienza della biosfera. Il tradizionale approccio riduzionista allo studio dei fenomeni deve cedere il passo alla sistematica ricerca di risposte a domande generali sulla natura della realtà e sul significato della esistenza. Soprattutto per salvare un pianeta in piena crisi.

L’autore è Prorettore alla Sostenibilità, Sapienza Università di Roma

Non siamo mai stati in tempo. Non basta dire no al fossile

Oltre il Rapporto Ipcc. Il tempo è già scaduto dunque, perlomeno il “tempo” con cui si è soliti ragionare in questa società perché altri sono i tempi della naturaGiorgio Ferrari  12.08.2021

Ricordate lo slogan “ siamo ancora in tempo” (un po’ ammonente, un po rassicurante) che imperversava tre anni fa sul disastro ecologico? Era poco più di un whishfull thinking (un pio desiderio) largamente basato sull’assunto, di fonte Ipcc, per cui se la temperatura media terrestre aumentasse più di 1,5- 2 °C saremmo stati prossimi a scenari da “fine di mondo”a causa dei cambiamenti irreversibili che questo aumento di temperatura avrebbe comportato. In realtà di cambiamenti irreversibili ne abbiamo parecchi sotto i nostri occhi e l’ultimo rapporto Onu-Ipcc, ammettendo che l’innalzamento del livello dei mari è ormai da considerarsi irreversibile, svolge una funzione suo malgrado fuorviante. Il perché è presto detto: innanzitutto pretendere di misurare la “febbre” al pianeta, ovvero stabilire che esista (e si possa misurare) una temperatura media per tutta la terra è una cosa già discutibile, figuriamoci un incremento medio di 1,5 -2°C al quale si attribuisce, oltretutto, il valore di soglia limite.

Questo limite infatti è stato largamente superato e da tempo, in molte zone del pianeta, collocate soprattutto nell’emisfero nord che registra fenomeni apparentemente inspiegabili (40 °C in Alaska; temperature elevate e incendi in Siberia; etc) a meno di collocarli nella corretta (sebbene ancora approssimativa) catena degli eventi che sovrintende al funzionamento della biosfera. Un recente rapporto della Nasa e del Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration) dove l’esame dei dati satellitari incrociati con quelli della rete marittima Argo (oltre 3800 boe di rilevamento marine che misurano temperatura, acidità e salinità degli oceani), dimostra, con una forte coincidenza, che tra il 2005 e il 2019 l’accumulo di calore all’interno della biosfera è raddoppiato.

Questo parametro è assai più significativo di quello della temperatura media del globo perché ci dice che il processo per cui l’Ipcc lancia l’allarme, in effetti, è già iniziato da tempo. I coefficienti di assorbimento rilevati infatti, dimostrano che il sistema terrestre non riesce più a riflettere il calore che riceve dall’esterno e gli effetti secondari indotti (diminuzione dell’albedo, acidificazione e riscaldamento dei mari, etc) sono autoesaltanti per cui la situazione, anche nell’ipotesi di una diminuzione significativa delle emissioni, non potrà che peggiorare. Inoltre occorre tener conto che l’inerzia termica della nostra terra è enorme e per smaltire il calore accumulato ci vorranno ( come è avvenuto 130.000 anni fa) migliaia di anni. Il tempo è già scaduto dunque, perlomeno il “tempo” con cui si è soliti ragionare in questa società (spasmodica, veloce e concentrata) perché altri sono i tempi della natura; e non si fa – a mio giudizio – una buona opera di informazione e persuasione concentrandosi esclusivamente sull’abbandono dei combustibili fossili senza mettere in conto un cambiamento consistente nella quantità e qualità delle merci prodotte.

Il modello “tutto elettrico” che si intravede nelle pieghe di questo new green deal mira solo a rilanciare l’accumulazione capitalistica su vasta scala e non tiene affatto conto della contraddizione principale che sta alla base di questi scenari, e cioè che non si ha transizione ecologica se insieme al modo di sfruttamento dell’energia, non si cambia anche il modo di produzione capitalistico.

Mi sembra di vederli i Cingolani di questo mondo, fregarsi le mani nell’udire slogan tipo “fuori dal fossile” perché, in assenza di altre rivendicazioni rivolte ad abbattere produzione e consumi, sarà giocoforza accettare il nucleare. Altrimenti come si riscalderà e come cucinerà la gente, senza il metano? Se la risposta è con l’elettricità, allora l’apporto delle rinnovabili non basta se non si abbattono gli altri consumi, e il ricorso al nucleare come “male minore” diventa scontato.

Se tre eccellenti normaliste confutano l’eccellenza

Università. Non si tratta di una generica polemica anti-baronale contro l’accademica, ma contro la versione postfordista dell’oligarchismo delle passate stagioni

Salvatore Cingari  12.08.2021

Alcuni giorni fa ho letto un’intervista al Direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, Luigi Ambrosio, sul recente intervento delle tre ormai note normaliste (Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante e Valeria Grossi) alla cerimonia di consegna dei diplomi che tanta circolazione ha avuto sui social. Ma Ambrosio ha evitato di affrontare il nodo più profondo del loro discorso, che qui vale la pena ricordare: la retorica dell’eccellenza e il discorso meritocratico hanno funzionato negli ultimi anni da copertura ideologica dei tagli al sistema dell’Università e della ricerca. Un sistema che – le allieve ricordano – è il meno finanziato dell’Occidente e ulteriormente decurtato di un quinto a partire dal Ministero Gelmini.

Depistare l’attenzione sull’”eccellenza”, allora, significa abbagliare l’opinione pubblica con la promessa di una rigenerazione non all’insegna di un generale rifinanziamento pubblico bensì nel nome di una selettività funzionale alle politiche di disinvestimento. E’ stato davvero meraviglioso che proprio tre espressioni viventi di un’eccellenza niente affatto retorica – al di là quindi di ogni nietzscheano sospetto di risentimento -, si siano incaricate di ricordare come la valorizzazione dei talenti non abbia senso se non si inserita in una più generale strategia di intervento a favore di tutto l’organismo dell’Università e della ricerca.

Le tre normaliste hanno difeso un’idea democratica (in senso sostanziale e non formale) del talento, intendendolo cioè come una qualità preziosa anche per la società e non solo per i singoli che ne sono dotati o per minoranze di presunti eletti, soli depositari delle chiavi dell’interesse generale. Nella straordinaria chiusa del loro intervento ricordano anche che l’eccellenza è sempre legata alla dimensione comune dell’ “incompletezza e della fallibilità”. Come a dire che nessun soggetto può attribuirla a sé per rivendicare maggiori diritti, potere e risorse, essendo qualcosa di relativo, condizionato, relazionale, transeunte.

Non è una generica polemica anti-accademica, ma un esplicito attacco all’ “Università neo-liberale”. L’università sempre più aziendalizzata e talvolta ammantata di retorica anti-baronale, è in realtà la rideclinazione postfordista dell’oligarchismo delle passate stagioni, così come il turbo-capitalismo si è imposto contro il welfarismo fordista, sussumendo e sfigurando alcune istanze libertarie dei movimenti in un modello che ha riprodotto a uno stadio più alto le diseguaglianze di classe e di genere.

Ecco perciò che le tre normaliste sottolineano come l’idea di puntare a finanziare soprattutto le eccellenze e a introdurre stimoli di competitività fra i diversi atenei abbia darwinisticamente portato soltanto a nuovi squilibri territoriali e diseguaglianze, come hanno peraltro mostrato alcuni studi di Gianfranco Viesti.

D’altra parte Magnaghi, Spacciante e Grossi hanno sottolineato che in un’università di questo tipo “l’indirizzo della ricerca scientifica segue la logica del profitto, in cui la divisione del lavoro scientifico è orientata a una produzione standardizzata, misurata in termini puramente quantitativi”. Questo j’accuse interroga tutto il sistema di valutazione in cui la neo-università si è ingabbiata: il lavoro scientifico come “prodotto”, la logica del copyright prevalente sulla libera circolazione del pensiero e quella del marketing sul servizio pubblico, i percorsi formativi ridotti a “crediti” per clienti, i dipartimenti meno performativi decurtati di una grossa fetta del fondo ordinario di finanziamento.

Il Direttore Ambrosio replica sostenendo che sebbene sia necessario arginare la deriva quantitativa, un’istituzione pubblica non si può sottrarre ad una rendicontazione (a cui peraltro largamente si sottraggono gli investitori finanziari e i proprietari delle Gkn e delle Whirpool) sul piano della performance e della produttività: senza considerare che è proprio quest’ultimo piano che è incompatibile con la logica del sapere e dell’attività scientifica, oltre che della stessa idea di servizio pubblico democratico.

Quando il modello del mercato traligna la sfera economica privata e modella l’intero agire sociale e anzi la vita umana, siamo fuori dal liberalismo e siamo dentro il neo-liberismo. Il potenziamento dello “sportello psicologico” di cui parla Ambrosio, infatti, era già stato considerato dalle allieve un pur apprezzabile palliativo: rinuncia infatti ad affrontare i nodi “sistemici” che in ogni luogo di lavoro producono ansia, depressione e senso di inadeguatezza.

Il discorso pisano ha aperto il cuore a tutti, perché si è trattato di un’emozionata e argomentata rottura sia della religione tradizionale del potere che del suo nuovo rito manageriale. Luci nel buio istituzionale che si aggiungono a quelle accese da un altro ex normalista, di recente eletto Rettore della sua Università, Tomaso Montanari, che nel programma elettorale aveva con fermezza denunciato un potere universitario ormai “paleo-aziendalistico, fondato sul possesso, sul controllo e sulla punizione (per quanto travestita da mancato premio)”. Ma per invertire la rotta sarebbe necessario che queste gocce luminose diventino una tempesta.