IL MONDO CHE VERRÀ da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL MONDO CHE VERRÀ da IL MANIFESTO

Fermare la catastrofe è possibile: prepariamoci!

Percorsi . Le assemblee trasversali che seguono l’hashtag #ilmondocheverrà sono iniziate durante il lockdown, con l’intento di aprire uno spazio di confronto per le lotte sociali ai tempi del Covid. Il 27 settembre a Roma convocata la prima assemblea in presenza#ilmondocheverrà  01.08.2020

La pandemia non è finita, ma il mondo ha ripreso a correre, come se nulla fosse. Non stupisce che nei paesi governati dal neoliberalismo autoritario, negazionisti nei confronti del virus, i contagi crescano senza sosta, così i morti. Negli Stati Uniti, in Brasile, in India, la pandemia è diventato uno strumento di guerra alla società, inevitabile “selezione naturale” per far fuori i poveri, con la povertà che corre lungo la linea del colore o colpisce in modo differenziale indigeni e migranti interni.

In Italia e in Europa l’emergenza sembrava in parte rientrata, ma i dati delle ultime settimane, dalla Spagna alla Francia e ai paesi dell’Est, ci segnalano in modo inequivocabile che non è così. E vedremo che cosa ci riserverà l’autunno, quando raffreddori, starnuti e finestre chiuse moltiplicheranno le occasioni di contagio…

Intanto, il mondo degli affari fermo non può stare. La dorsale europea della manifattura, quello spazio industriale e logistico che parte dal Belgio e arriva fino alla Lombardia, e dove più drammatica è stata l’esplosione del contagio, non intende in particolare più fermarsi e non si fermerà in autunno. Esibendo la contraddizione, in nessun modo attutita dopo il lockdown, tra vita e lavoro. Eppure, la discontinuità è stata forte, le catene globali del valore si sono frammentate, la catastrofe occupazionale è già in corso, interi settori produttivi – alcuni servizi a basso valore aggiunto tra questi – appaiono destinati alla sparizione. 

In questo quadro si inserisce a livello europeo, certo imposto dalla violenza dell’impatto della pandemia ma anche dalla pressione di movimenti diffusi su scala continentale, il cambio di rotta del Recovery Fund: una prima forma di condivisione comunitaria del bilancio e del debito, una poderosa iniezione di liquidità nell’economia non solo finanziaria. Su questo terreno, di contesa durissima e di alternativa radicale, deve situarsi e combattere lo spazio di convergenza che abbiamo cominciato a costruire con i cinque atti del #mondocheverrà.

La discussione e la scrittura del programma, a distanza, sono stati motivi di nuova speranza politica. La consapevolezza di una frattura epocale ha indubbiamente rilanciato il desiderio di combinare le lotte, federare prototipi di nuovo mutualismo, superare i particolarismi e le afasie. Una scommessa vinta, indubbiamente. Ora si tratta però di metterci alla prova con la lunga transizione inaugurata con la “fase 2”: un ritmo sincopato di aperture e chiusure, il punto di non ritorno dello smart working, le ristrutturazioni aziendali imminenti, un approfondimento della crisi del salario diretto e indiretto, il welfare come terreno di conflitto.

È una transizione che si innesta su un processo ormai di medio periodo, avviato con la crisi finanziaria del 2008 e con la sua gestione, in particolare nei Paesi del Sud dell’Europa, violentemente impoveriti e dall’austerity e percorsi dalla politica della paura. Il mondo già in cammino non è il nostro, è la catastrofe come forma della governance contemporanea. Aprirlo al mondo che verrà significa, qui e ora, aprire faglie, generare smottamenti, dividere l’uno del potere in due – ovvero inventare e consolidare contropoteri. 

Il mondo che verrà si è però in parte già mostrato, potenzialità emergente nei mesi del lockdown e della ripresa: la centralità – già resa indiscutibile dal movimento globale femminista – della riproduzione sociale e del lavoro di cura; le mobilitazioni della Scuola, nella convergenza tra insegnanti e genitori; le “spese solidali” e il ripensamento, dal basso, del welfare; il rafforzamento e l’estensione della pretesa di reddito; le lotte di rider e migranti, quelle degli intermittenti dello Spettacolo e delle partite Iva; la trasformazione della pubblica amministrazione e i conflitti contro la precarietà. Tra questi frammenti di mondo nuovo e la marea anti-razzista degli USA il rapporto non è lineare, ma è potente.

Una inedita e molteplice working class, donna e meticcia, precaria e giovane, formata e sotto-pagata nello stesso tempo, fa la sua comparsa nonostante e contro la catastrofe delle corporation multinazionali, i profitti dei giganti Tech e dei Big Data.

Si tratta di capire, ora, se questa emergenza può farsi consistenza organizzativa, alternativa politica, contropotere effettivo. Si tratta di battere, ora come sempre, frammentazione e ripiegamento identitario e/o corporativo. La convergenza delle lotte non è mai scontata, è percorso accidentato che richiede dedizione paziente e innovazione continua.

Sul piano europeo, alla luce del Recovery Fund e della ripresa in forze della spesa pubblica, il welfare diviene un terreno di lotta decisivo e unificante, e possiamo scommettere sul fatto che almeno per qualche tempo la riproposizione di una politica sistematica di austerity sia impossibile. L’Europa neoliberale rimane sbagliata, intendiamoci, ma le risorse ci sono e si tratta di capire, con la durezza del conflitto, dove finiranno e in che modo, con quali tempi, ecc.

Pretendere oggi più che mai il rafforzamento della Sanità, della formazione e della Ricerca pubbliche, l’estensione senza condizioni del reddito di base, la stabilizzazione del lavoro pubblico, sociale, di cura, significa ripensare la democrazia in Europa. Democratizzare l’Europa, viceversa, non può non voler dire ricostruire, from below, il welfare

Un grande movimento sociale può oggi costruire in modo nuovo lo spazio europeo, liberandolo dal neoliberalismo e aprendo una prospettiva federalista costruita sull’approfondimento e la reinvenzione della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà. La migrazione si presenta ancora una volta come tema cruciale, non solo per la qualità dei rapporti sociali e della cittadinanza prevalente all’interno dello spazio europeo ma anche per definire la posizione di questo spazio nel mondo – a partire dai rapporti con la sponda Sud del Mediterraneo. 

Con la tensione fin qui tratteggiata, l’assemblea nazionale in presenza, il 27 settembre a Roma, può essere occasione importante per verificare le ipotesi politiche collettivamente elaborate in questi mesi: le lotte per la riappropriazione democratica della spesa pubblica continentale possono rompere la frammentazione e gli steccati corporativi, possono superare una volta per tutte i confini nazionali. Un primo momento, guardando da subito alle mobilitazioni autunnali e alla costruzione, con tanti e diversi, di un’assemblea europea telematica. È una scommessa, quella che ritiene possibile fermare la catastrofe del capitalismo neoliberale e autoritario: prepariamoci, proviamoci.

 

L’emergenza e il narcisismo dell’esclusione

Verità nascoste. La speculazione e lo sfruttamento dominano il nostro panorama di vita, corrompono la cultura e la ricerca scientifica e distruggono le relazioni di scambio tra di noi.Sarantis Thanopulos  01.08.2020

l problema della pandemia non sembra essere per nulla risolto. Da più parti si attende una seconda ondata, negli Stati Uniti e in Brasile le cose vanno di male in peggio, in vaste aree del mondo non si hanno notizie chiare e affidabili e anche in Europa si torna a parlare di lockdown. La contagiosità della malattia, combinata con il suo tasso di letalità (2-3%), mantiene sospesa, come spada di Damocle, sulle nostre teste, la situazione di emergenza sanitaria.

Tenendoci nel dilemma, irrisolvibile se restiamo dentro la logica che lo produce, di convivere con la morte o di sopravvivere rinunciando anche a un livello minimo di qualità della nostra vita, vivere per non morire. Si spera nel vaccino e nei farmaci che possono migliorare la cura. La speranza è fondata, i ricercatori ci stanno arrivando, per quanto ogni giorno che passa i danni economici, sociali e psicologici aumentano. Dalla crisi del Covid usciremo, con le ossa rotte, ma continuando a restare in un sistema di pensiero chiuso in se stesso, dalle emergenze non usciremo mai.

Tutte le evidenze inconfutabili (come la pericolosità del Covid) racchiudono in sé un limite: splendendo nella loro forza di testimonianza possono nascondere altre evidenze, offuscare la relazione tra il visibile e l’invisibile che determina la conoscenza vera. Da tempo le evidenze emergenziali oscurano la loro causa principale: la concentrazione della ricchezza mondiale nelle mani di un’oligarchia di accaparratori dei beni comuni, la riduzione della popolazione mondiale in una massa di esclusi a vari livelli.

La speculazione e lo sfruttamento dominano il nostro panorama di vita, corrompono la cultura e la ricerca scientifica e distruggono le relazioni di scambio tra di noi. Rendono impossibile una politica di prevenzione, di gestione lungimirante delle grandi questioni che ci affliggono: il degrado dell’ambiente, la mancanza di tempo libero, la desolazione degli spazi della convivenza e della comunicazione, l’irrigidimento identitario e la chiusura nei confronti dell’alterità, il deragliamento dei flussi migratori.

Riducono il governo del mondo alla soluzione di emergenze separate l’una dall’altra, all’inseguimento continuo di situazioni potenzialmente catastrofiche che hanno superato il limite di guardia. Il permanente stato di necessità incentiva uno stato psicologico collettivo che privilegia l’egoismo e l’autoreferenzialità e aggrava ulteriormente, in un infernale circuito vizioso, la diseguaglianza. Come si possa andare aventi in un mondo di sempre più stringente interdipendenza tra i popoli con un drammatico squilibrio negli scambi, nessuno se lo chiede e nella riunione dei capi di governo europei la questione non è stata nemmeno sfiorata.

Nel suo recente libro “La Città degli esclusi” (ETS) Fabio Ciaramelli individua nel contrasto tra la massimizzazione dei profitti e l’espansione dei consumi, prodotto dalla crisi, la principale causa dell’impasse della democrazia oggi. La sua ipotesi resta valida anche se il rapporto tra causa e effetto viene capovolto, se, in altre parole, consideriamo la crisi e il conseguente “stato di eccezione permanente” (Agamben) in cui ci troviamo come il prodotto del contrasto tra profitto e consumo. I due narcisismi -quello del profittante che espandendo senza limiti il suo guadagno, finisce per riflettersi totalmente, senza via d’uscita, in esso e quello del consumista che fa del consumo la ragione del suo essere- sono entrati in collisione tra di loro.

Hanno creato un cortocircuito in cui l’espulsione dell’altro è diventata esclusione di sé dalla vita: privazione dei poveri del consumo dei beni e privazione dei ricchi della possibilità di goderne veramente. Come afferma Ciaramelli: “la perfetta autoreferenzialità prende di mira l’esclusione dell’altro ma culmina nell’autodistruzione”.