FERMIAMO LE ARMI, FACCIAMO LA PACE da IL MANIFESTO e CORRIERE DELLA SERA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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FERMIAMO LE ARMI, FACCIAMO LA PACE da IL MANIFESTO e CORRIERE DELLA SERA

Basta parlare di pace, fermiamo le armi, «facciamo la pace»

Movimenti. In mille rivoli, ma il movimento c’è. Alziamo la voce e uniamo le iniziative. Il mondo, altro che Covid, riarma per 1.981 miliardi di dollari, l’Italia con 27 miliardi di euro nel 2020 e 30 miliardi quest’annoAlex Zanotelli  10.09.2021

«La pandemia è ancora in pieno corso, la crisi sociale ed economica è molto pesante, specialmente per i più poveri. Malgrado questo, ed è scandaloso, non cessano i conflitti armati e si rafforzano gli arsenali militari». È questa l’amara constatazione di papa Francesco davanti alla crescente e paurosa militarizzazione mondiale. E bacchetta un’Europa che «parla di pace, ma vive di guerra».

Lo scorso anno infatti a livello mondiale i governi hanno investito in armi ben 1.981 miliardi di dollari, 74 miliardi in più del 2019. L’Italia, sempre secondo i dati del SIPRI, lo scorso anno ha investito 27 miliardi di euro in armi.

E le previsioni sono che, quest’anno, l’Italia spenderà ben 30 miliardi di euro in armi, pari a 82 milioni di euro al giorno. Tutti questi enormi investimenti in armi avvengono a spese della Sanità pubblica e dell’Istruzione. Basta pensare che negli ultimi dieci anni i vari governi italiani hanno tolto alla Sanità pubblica ben 37 miliardi, mentre questi stessi governi hanno speso in media oltre 20 miliardi di euro all’anno in armi.

È UNA FOLLIA TOTALE la nostra. Pagata a caro prezzo, durante la pandemia, da migliaia e migliaia di cittadini morti per la Covid-19, specie in Lombardia, una regione che in gran parte ha privatizzato la Sanità. Tra il 1995 e 1998, ben 222 ospedali pubblici sono stati chiusi.

L’Italia è il nono esportatore mondiale di armi. E vendiamo queste armi a tutti. Il caso più clamoroso è il quantitativo di armi di ben 9 miliardi di euro che vogliamo vendere all’Egitto, un paese governato dalla più spietata dittatura d’Africa, di cui è stata vittima il nostro concittadino, Giulio Regeni.

Nulla da fare, ‘business is business‘(gli affari sono affari). Vendiamo armi e bombe all’Arabia Saudita che le usa per fare la guerra allo Yemen. Vendiamo armi a Israele che le usa per reprimere il popolo palestinese. La litania potrebbe continuare. Tutto questo avviene mentre il popolo della Pace è frantumato in mille rivoli. Se ogni comitato, se ogni associazione, se le varie realtà antimilitariste camminano per proprio conto, non otterremo molti risultati.

È FONDAMENTALE unirsi e connettersi con le altre realtà per formare un grande movimento per la pace. A Napoli cinque diverse realtà impegnate per la pace hanno deciso di formare un’unica ‘realtà’: gli Antimilitaristi Campani. Durante la pandemia abbiamo scritto insieme un libretto dal titolo Fermiamo la guerra. Il 30 giugno gli Antimilitaristi Campani sono riusciti a interconnettersi con le diverse realtà che sono impegnate sul territorio contro questa spaventosa militarizzazione: No Muos della Sicilia, le mamme della Sardegna e i portuali di Genova, di Livorno e di Ferrara.

Questi gruppi ‘fanno’ la pace. Trovo particolarmente efficace l’azione dei portuali che si stanno rifiutando di caricare armi sulle navi. Hanno iniziato i portuali di Genova quando nel giugno dell’anno scorso hanno impedito alla nave saudita Bahri Abha (gemella della Jazan,..) di caricare materiale bellico destinato ad alimentare la guerra nello Yemen, «la più sporca e criminale» di quelle in corso.

IL GOVERNATORE della Liguria Toti ha subito reagito: «È assurdo impedire che non si imbarchino questi prodotti». Papa Francesco ha detto invece che «i lavoratori del porto sono stati bravi». E ha aggiunto che «i paesi Europei parlano di pace, ma vivono di armi».

Il 12 dicembre dello scorso anno, quando di nuovo la nave Bahri Abha attraccò a Genova, il porto era pieno di carabinieri e Digos per garantire le operazioni di carico bellico. Cinque dei portuali disobbedienti sono ora indagati e rischiano il processo. «Non un passo indietro», ha risposto il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova. Questa lotta si sta ora estendendo ai porti di Livorno, Ferrara e Napoli. A Ferrara i portuali, con l’appoggio dei tre sindacati, si sono rifiutati di caricare materiale bellico sulla nave Asiatic Liberty diretta in Israele.

E si sta ora creando una rete di porti in Europa che si rifiutano di caricare materiale bellico con lo slogan «Block the Boat». (Blocca la nave). A Napoli gli antimilitaristi Campani sono scesi nel porto di Napoli per solidarizzare con i portuali , appoggiando la loro iniziativa di non caricare materiale bellico sulle navi della morte. Basta parlare di pace, bisogna fare la pace!

E come Antimilitaristi Campani appoggiamo anche l’altro strumento fondamentale di resistenza alla militarizzazione: ritirare i propri soldi dalla banche che investono in armi. È la cosiddetta «Campagna Banche Armate», lanciata dalle riviste Mosaico di PaceNigriziaMissione Oggi e anche da Pax Christi. Anche questa è una pratica molto efficace se diventa una campagna popolare, soprattutto se sostenuta dalle comunità cristiane.

DOPO LE FORTI PRESE di posizione di papa Francesco sulle armi, sul nucleare, ogni parrocchia, ogni diocesi dovrebbe togliere i propri soldi da quelle banche che investono in armamenti. È un dovere di coscienza per un cittadino , ma soprattutto per un cristiano. Se davvero il disinvestimento dalle banche armate diventasse una prassi popolare, metteremo in crisi un Sistema basato sulle armi, sulla Bomba (atomica).

Smettiamola di parlare di pace, ma facciamo pace attraverso pratiche efficaci, mettendoci in rete. Dobbiamo cambiare questo Sistema economico-finanziario-militarizzato che uccide per fame, per guerra e soffoca il Pianeta. Diamoci tutti da fare per un sistema che porti vita e speranza per tutti.

Solidarietà tra esseri umani.
Si superano soltanto così schiavismo e immigrazione

Roberto Saviano 10/09/2021

Nella foto di questa settimana ho pensato di mostrarvi la cosiddetta Porta del Non Ritorno. Si trova in Senegal, sull’isola di Gorée, nell’Oceano Atlantico. Chiamata anche Porta dell’Inferno, ha permesso di costruire l’America: uomini e donne venivano prelevati con la forza, “esaminati” e deportati come schiaviLa Porta del Non Ritorno, la Porta dell’Inferno, la porta che dal Senegal, dall’Isola di Gorée, ha permesso, letteralmente, di costruire l’America. Uomini e donne prelevati con la forza, costretti a emigrare se sani, condannati a morire se deboli. Crani presi tra le mani, tastati per valutarne la resistenza, rivoltati per analizzarne la dentatura: «Sì, questo va bene, lo predo, quanto costa?». Per 300 anni l’Africa è stata riserva di schiavitù, oltre che di materie prime. Trecento anni che non si cancellano con i nostri buoni propositi. Terra rossa, rossa come le mura che fanno da cornice alla porta del non ritorno. Terra ricca, ricca di oro e bauxite, ricca di ferro. Ma a lavorarla solo mani e strumenti rudimentali. E parlo di oggi, non di venti, cinquanta o cento anni fa. Solo picconi, oggi, e secchi, e pozzi scavati da braccia. Le braccia sono quelle di uomini e donne che, se potessero, si formerebbero per costruire ciò che nel loro Paese manca, ciò che talvolta l’associazionismo porta sotto forma di aiuto, ma non per tutti. Macchine agricole servono, attrezzature per estrarre minerali, non armi. Pace serve e non guerra. Non una politica bellicosa e corrotta, non rivalità tra bande, ma cooperazione. Mani nella terra rossa, così inizia Redemption Song, documentario sull’immigrazione di Cristina Mantis, andato in onda di recente su Raistoria e che vi consiglio di rivedere su Raiplay.

Invertire la rotta

È un documentario di qualche anno fa, ma racconta esattamente quello che accade adesso, non solo in Africa ma ovunque non ci sia democrazia. Un documentario rivolto non solo a noi europei, questa volta, ma a chi magari, proprio in questo momento, sta decidendo di partire affrontando l’inferno libico e le insidie del Mediterraneo. E l’assunto non è: non partite perché dall’altra parte del Mediterraneo non c’è nulla per voi. Ma provate a non partire e a pretendere che qui la politica si occupi di voi. Facile a dirsi, difficile a farsi, in una terra schiava per oltre 300 anni, dove la retorica dell’esportazione della democrazia ha prodotto solo danni ulteriori. Dove la storia è sempre quella raccontata dal vincitore, che non dirà mai di come, ancora durante la Seconda guerra mondiale, abbia prelevato senegalesi per renderli miliziani contro l’avanzata dell’esercito hitleriano. Come si ferma l’emorragia, con una vena recisa in profondità e di continuo? Come si ferma l’emorragia dell’Africa? Come, se non troviamo ricette neppure per l’Italia, dove c’è democrazia, elettricità e acqua potabile? Che significa «esportare la democrazia» ora che – e l’Afghanistan lo ha reso evidente – sappiamo che dicevano «democrazia» ma intendevano «armi»?

La traccia della solidarietà

Il protagonista di Redemption Song è Aboubakar Cissoko, una sorta di Ulisse che dopo esser partito dalla Guinea per l’Italia, torna a casa per trovare le cose assai peggiorate. Continua il viaggio sino in Brasile, per trovare le comunità discendenti dagli africani che scappavano dalla schiavitù. E allora tracciamo questa lunga linea che dalla Guinea, attraverso il Mediterraneo, arriva in Italia per tornare in Guinea e ripartire per l’America Latina. Un’unica linea che dimostra come tutto sia collegato, come ciò che accade in Africa produca effetti sulla vita di chi abita finanche a migliaia di chilometri. E ci rendiamo conto che un modo perché il sangue coaguli esiste, ma è un percorso lento fatto di consapevolezza. E si chiama solidarietà.

Diritto di parola, anche sui social

Michail Bakunin era figlio di un aristocratico, sui social gli direbbero: sei ricco, non puoi parlare. Ma Bakunin, come si sa, partecipò ai moti europei del 1848, fu estradato in Russia, fatto prigioniero. Dopo sei anni ottenne la grazia, che consistette nella deportazione in Siberia da dove scapperà. Ecco che Bakunin, nato ricco, anche agli occhi di un moderno leone da tastiera si sarà guadagnato forse la possibilità di parola. Perché cito Bakunin? Perché individua nella solidarietà la chiave di tutto. «Nessun individuo – scrive – può riconoscere la sua propria umanità né per conseguenza realizzarla nella sua vita, se non riconoscendola negli altri e cooperando alla sua realizzazione per gli altri. Nessun uomo può emanciparsi altrimenti che emancipando con lui tutti gli uomini che lo circondano. La mia libertà è la libertà di tutti, poiché io non sono realmente libero, libero non solo nell’idea ma anche nel fatto, se non quando la mia libertà e il mio diritto trovano la loro conferma e la loro sanzione nella libertà e nel diritto di tutti gli uomini miei uguali».