DIETRO ALLA FOLLA da IL MANIFESTO e IL FATTO QUOTIDIANO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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DIETRO ALLA FOLLA da IL MANIFESTO e IL FATTO QUOTIDIANO

Nell’assalto di Washington tutta la memoria dei linciaggi

Capitol Hill 2021. Nell’assalto del 6 gennaio il razzismo non era il movente immediato, ma era implicito nella costituzione nella follaAlessandro Portelli  12.01.2021

Era così ovvio che non c’è stato bisogno di farci caso: la folla adunata per invadere il Campidoglio era composta esclusivamente di bianchi. Una scena mai vista – ma, stranamente familiare. Dove l’abbiamo vista, dove ce l’hanno raccontata, una folla bianca davanti a un luogo istituzionale, pronta a sfondare? «C’era una folla radunata di uomini, tutti bianchi, e altri arrivavano da tutta la campagna circostante…».

«Si muovevano sotto la luce dei lampioni, severi, relativamente silenziosi, molti armati, alcuni in stivali e speroni; uomini decisi, feroci». È L’autobiografia di un ex uomo di colore di James Weldon Johnson (1912): la scena di un linciaggio. L’abbiamo vista al cinema (Il buio oltre la siepe), l’abbiamo letta nei romanzi (Le avventure di Huckleberry Finn). Tiro giù un libro dallo scaffale: Without Sanctuary. Lynching Photography in America, catalogo di una mostra del 1998 a New York. Ed eccoli: una massa di fronte al municipio di Duluth, Minnesota; un’altra che, come i trumpiani che sfondano le finestre del Campidoglio, abbatte un portone (municipio? carcere?, tribunale?) per impadronirsi di un detenuto e ammazzarlo – San José, California.

Nelle foto di Without Sanctuary ci sono donne, bambini. Spesso li vediamo sorridere. Molti sono vestiti a festa, gli uomini tutti col cappello. Il linciaggio è un rito che consolida le identità sopprimendo l’estraneo. A Fayette County, Tennessee, 1915, chiudono le scuole per permettere ai bambini di partecipare. «Per tutta la mattina cliccavano le kodak… I fotografi hanno installato una stamperia portatile e hanno fatto soldi con le foto del nero linciato». Un corpo nero bruciato, una cartolina: «Questo è il barbecue di ieri sera. Nella foto io sono quello a sinistra, ci ho fatto un segno sopra. Tuo figlio Joe»: la manda un figlio a una madre, con orgoglio. Al Campidoglio gli invasori si fanno selfie e li postano su facebook; odiano i media ma li eccita sapere che sono in tv. Sempre, la polizia lascia fare: «Non si vede uno sceriffo, un governatore, un poliziotto, un colonnello, un sacerdote, nessun esponente di legge e ordine…» (Mark Twain). In più di cento anni, gli Stati Uniti non sono riusciti a varare una legge sul linciaggio. La violenza razzista continua fino al movimento dei diritti civili (Emmett Till, Andrew Goodman, Michael Schwerner, James Earl Chaney, Viola Liuzzo e innumerevoli altri) e agli omicidi di polizia quest’anno, col ginocchio sul collo.

Naturalmente, non è la stessa cosa: a Washington, il razzismo non era il movente immediato, ma era implicito nella costituzione nella folla. Forse per lo più non intendevano sequestrare e uccidere, ma le armi c’erano e non so che sarebbe successo se avessero messo le mani su Nancy Pelosi (un complotto per rapire la governatrice democratica del Michigan è emerso pochi mesi fa). Sempre, sono persuasi di essere non i violatori ma i paladini dell’ordine.

Se vogliamo forzare un poco l’analogia, il linciaggio serviva a restaurare la purezza della comunità dopo una violazione sessuale (più spesso presunta che vera); a Washington, i manifestanti erano convinti di essere lì per restaurare la purezza democratica violata dai «brogli» elettorali (comunque, QAnon accusa Hillary Clinton di una colpa sessuale, la pedofilia). Il linciaggio era presente come una memoria culturale, un modulo implicito capace di dare forma al comportamento di massa in contesti paragonabili. Così, lo storico Joe Williamson legge l’onda di linciaggi razziali a cavallo del ‘900 negli stessi termini in cui molti osservatori hanno letto il montare del trumpismo: un tentativo di compensare un declassamento, una «perdita di autonomia sessuale ed economica» a seguito dell’emancipazione dei neri e della crisi agraria allora, della crisi economica e dall’affermazione dei diritti di neri, latini, donne, migranti, oggi.

Due ultime analogie e differenze. Davanti alla folla, nelle scene classiche di linciaggio, da Mark Twain a Harper Lee, si erge un uomo solo che eroicamente sfida gli aggressori e li ferma sulla porta del carcere. Anche a Washington c’era un uomo in piedi di fronte alla folla – ma per incitarla e aizzarla; invece di questo immaginario supereroismo individuale abbiamo visto piuttosto l’umile resistenza collettiva dei lavoratori che hanno salvato le carte e permesso di tenere la seduta che ha confermato l’elezione di Biden.

E c’è sempre qualcuno dietro alla folla. Scrive lo storico Louis F. Litwack: «È stato comodo dare la colpa dei linciaggi ai bianchi delle classi inferiori»; certo, erano loro a metterci mano, «ma spesso con l’approvazione e a volte con la partecipazione attiva di bianchi delle classi più alte», dei gruppi dominanti che traevano potere e profitto dal terrorismo razziale e dalla subalternità di classe.

Anche a Washington in primo piano c’erano quelli che i media chiamano «bifolchi», «barbari». Ma dietro di loro stavano invisibili i fratelli Koch, la Fox News di Murdoch, la famiglia Coors, gli innumerevoli think tank finanziati dai grandi imprenditori della finanza e del commercio, che (come ha mostrato Marco D’Eramo in Dominio) hanno costruito un’egemonia della destra radicale sulla mentalità di massa e sulla politica degli Stati Uniti. Non li abbiamo visti sfondare le finestre del Campidoglio, ma c’erano. E anche quando potrà sembrare che Trump sia sparito, ci saranno ancora.

Usa, le scelte di Joe Biden: la Casa Bianca assomiglia sempre di più ad una succursale del colosso finanziario Blackrock

Si moltiplicano le nomine di finanzieri nelle posizione chiave della nuova Casa Bianca. Intanto si scopre che negli ultimi due anni il nuovo segretario al Tesoro Janet Yellen ha incassato 7 milioni di euro grazie ai suoi interventi alle convention delle principali banche e fondi speculativi del mondo. La contiguità tra Wall Street e Casa Bianca non è una novità ma nel 2016 costò l’elezione a Hillary Clinton

di Mauro Del Corno | 8 GENNAIO 2021

E tre! Cresce la pattuglia degli ex dirigenti del colosso finanziario Blackrock che andranno ad occupare posizioni chiave nel nuovo governo statunitense guidato da Joe Biden. L’ultimo ad aggiungersi alla squadra è Micheal Pyle che dovrebbe andare a ricoprire la carica di capo economista del team della vice presidente Kamala Harris. Al momento Pyle è responsabile delle strategie globali di investimento di Blackrock, il fondo più grande al mondo con asset gestiti per 7mila miliardi di dollari e partecipazioni praticamente in tutte le multinazionali finanziarie o industriali del mondo. Pyle raggiunge Brian Deese, ex responsabile degli investimenti sostenibili della “roccia nera”, che diventerà direttore dei consiglieri economici di Joe Biden, e Wally Adeyemo, ex responsabile dello staff di Blackrock che assumerà la carica di vice segretario al Tesoro, con una responsabilità diretta per quanto riguarda i temi di regolamentazione finanziaria. Deese non è una figura nuova nei corridoi di Washington, avendo lavorato per l’amministrazione Obama prima di approdare alla finanza. Il suo ruolo di responsabile degli investimenti sostenibili non è privo di ombre. Blackrock è stata spesso criticata perché, a fronte di sbandieratissime dichiarazioni pro ambiente, non ha quasi mai agito concretamente per orientare in questa direzione le strategie delle numerosissime aziende di cui è azionista, tra cui diverse compagnie petrolifere.Blackrock è un soggetto particolarmente attivo nello stabilire stretti legami con Washington. L’attuale amministratore delegato Larry Fink era ad esmepio in pole position per diventare segretario del Tesoro, se Hillary Clinton avesse vinto le elezioni del 2016. Per spingere la sua candidatura Fink aveva assunto una lunga serie di ex funzionari dell’amministrazione Obama. Formalmente le nomine decise da Biden non sono state spinte direttamente da Balckrock ma sono molti gli osservatori a Washington che fanno notare come il colosso finanziario avrà uomini di fiducia nelle posizioni chiave quando si tratterà di decidere su materie come le regolamentazione della finanza. Blackrock ha trascorso anni a fare una fortissima azione di lobbying contro l’inasprimento delle norme in questo settore.

E Janet Yellen incassa 7 milioni da Wall Street – Quella delle porte girevoli tra Wall Street e Casa Bianca non è certo una novità. Giusto per stare ai casi più recenti il segretario al Tesoro (il nostro ministro dell’economia, ndr) dell’amministrazione Bush, Henry Paulson era l’amministratore delegato di Goldman Sachs. Quello di Barack Obama, Timothy Gheithner è oggi presidente di Warburg Pincus, multinazionale del private equity. A ricoprire la carica nell’amministrazione Joe Biden sarà l’ex presidente della Federal Reserve Janet Yellen. Yellen è una stimata economista di scuola keynesiana ma all’atto della nomina si è scoperto che negli ultimi due anni ha incassato qualcosa come 7,2 milioni di dollari sotto forma di compensi per i suoi interventi agli incontri di multinazionali e grandi banche. Dal solo hedge fund Citadel ha ricevuto un assegno di oltre 800mila dollari, con il colosso bancario Citi ha guadagnato un milione di euro. Dal 2018 Yellen ha tenuto conferenze anche per Goldman Sachs, Ubs, Credit Suisse, Barclays, Google. Il nuovo segretario di Stato scelto da Biden, Antony J. Blinken, ha guadagnato 1,2 milioni grazie a consulenze per Facebook, Boieng oltre che per il fondo statunitense Blackstone e per la banca d’affari francese Lazard.Sbagliando non si impara – Politicamente parlando Joe Biden non sembra, per ora, voler fare tesoro degli errori del passato. Entrando alla Casa Bianca Barak Obama ha lasciato sull’uscio le idee che avevano animato la sua campagna elettorale: più vicino alla gente e più lontano da Wall Street. Da presidente ha attinto al mondo della finanza a piene mani, ha inserito nel suo staff consiglieri di Bill Clinton che avevano promosso la deregolamentazione finanziaria, ha salvato le banche, scelta quasi obbligata. Ma ha fatto poco per le persone che da quelle stesse banche si vedevano portar via la casa. Questo approccio “Wall Street friendly” ha finito per caratterizzare il partito democratico nell’immaginario degli elettri. Secondo più di un osservatore è stata la mancanza di volontà nel recidere questo legame che è costato la presidenza ad Hillary Clinton e che ha spianato la strada verso lo studio ovale a Donald Trump. Trump che, una volta eletto, ha poi a sua volta pescato la gran parte dei suoi collaboratori dal mondo della finanza e delle grandi corporation.

Purtroppo abbiamo svenduto la nostra dignità in nome della ”Proprietà”: Dall’amore al potere. Dalla gioia alla violenza. Dai diritti ai favori. Ma ciò che lascia ancora più sgomenti è il fatto che ci si affidi per il cambiamento a coloro che hanno prodotto questa nuova Glebalizzazione, creando un nemico finto verso cui indirizzare rabbia, rancore, odio.