DEMOCRAZIA: PIÙ DIRITTI O PIÙ ARMI? da IL MANIFESTO, CORSERA, ANSA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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DEMOCRAZIA: PIÙ DIRITTI O PIÙ ARMI? da IL MANIFESTO, CORSERA, ANSA

Uomini (e donne) a Kabul, nel Texas, e…

In una parola. La rubrica settimanale a cura di Alberto Leiss

Alberto Leiss  07.09.2021

In Afghanistan una donna poliziotta incinta di 8 mesi è stata uccisa da una «banda talebana»: sono state diffuse in rete immagini raccapriccianti della sua «esecuzione» di fronte ai familiari. Alcuni «leader talebani» – si legge – hanno promesso che «apriranno un’inchiesta».

Dopo il «ritiro» da Kabul qui da noi qualche maschio dotato di statuto mediatico si è affrettato a alzare il solito dito accusatore: che cosa fanno le femministe per le donne afghane? Perché non «escono dal silenzio»? (Ricordo per esempio scritti del direttore del Foglio Claudio Cerasa e del giornalista Pierluigi Battista). In realtà le pagine del web e anche di alcuni giornali erano già piene di interventi, appelli, singoli articoli, iniziative solidali promosse proprio da quella vasta galassia di donne, gruppi, associazioni ecc. che in modi diversi si riconoscono nel nome femminismo.

La domanda piuttosto andrebbe capovolta: che cosa facciamo noi uomini?

Molti (compresi alcuni di quelli così in ansia sui comportamenti delle femministe) hanno per anni sostenuto l’idea di «esportare la democrazia», con il suo corteo di diritti per tutti e tutte, anche con le armi. Che dovremmo fare di più che la guerra (pure se spesso solo a parole) per il bene altrui?

Non manca naturalmente chi si ostina a pensarla ancora così, ma l’idea vacilla ormai da tutti i lati. Domenica ne parlava sul Sole 24 ore Sergio Fabbrini, arrivando a questa conclusione: «La sconfitta è stata resa più accentuata dal fallimento dell’idea, promossa a un certo punto, che si potesse usare la forza militare per esportare la democrazia in quel paese. Il ricorso alle baionette non basta per ovviare alle conseguenze della disfunzione istituzionale e dell’ambiguità morale».

Fabbrini critica soprattutto, giustamente, la politica Usa, e ragiona sulle peculiari caratteristiche dell’Afghanistan.

Ma – a parte il fatto che non mi sembra minore la corresponsabilità degli altri stati, europei e non, e della Nato, che hanno partecipato all’impresa – direi che la «lezione» afghana assume una valenza generale.

Che fare allora?

Una prima cosa, a proposito di «ambiguità morali», sarebbe impegnarsi più seriamente per rendere le «nostre» democrazie davvero coerenti con i propri conclamati principi. Forse così aumenterebbe il desiderio di imitarle anche dove non sono state sperimentate…

Nella repubblica supposta democratica del Texas è stata approvata una legge che vieta l’aborto dalla sesta settimana, persino nel caso che una donna abbia subito uno stupro o un incesto, e che sollecita la delazione «civica» verso chi aggirasse la norma.

Pare – lo raccontava ieri sul Corriere della sera Marilisa Palumbo – che quasi tutti gli Stati governati dai repubblicani vogliano accodarsi. La battaglia di chi si oppone, che vorrebbe rendere una norma federale il principio della famosa sentenza Roe v. Wade (1973) che sostiene la possibilità di abortire nelle prime 24 settimane, potrebbe durare anni, e forse essere perduta visto l’orientamento conservatore della Corte suprema creato dalle nomine di Trump.

Finora non ho visto uomini dotati di statuto mediatico scaldarsi molto per queste tendenze, francamente barbare. Tanto più che sono molto simili a quelle che si vanno diffondendo in paesi dell’Europa unita vicini a noi. E che anche sull’applicazione della «194» in Italia ci sarebbe da discutere.

Chi si definisce democratico dovrebbe finalmente «uscire dal silenzio» sul fatto che le spinte reazionarie oggi sono segnate dalla volontà di molti uomini – non senza amiche consenzienti – di riconquistare a tutti i costi il dominio sul corpo delle donne, perduto a causa della libertà femminile.

Europa, la difesa militare comune è un’esigenza politica

Angelo Panebianco | 06 settembre 2021

Il vecchio continente deve gran parte della sua stessa identità (e le sue libertà) proprio a quella frammentazione politica che dura da più di mille e cinquecento anni. L’Europa è plurale, polifonica, multilingue, ma se scegliesse la coesione (militare e non) in materia di sicurezza sarebbe più attrezzata per fronteggiare le insidie

L’Europa ha infine scoperto che può contare sempre meno sull’America e che deve cominciare a pensare da sola alla propria sicurezza. Fino ad oggi è sempre mancata negli Stati dell’Unione, al di là di alcuni tentativi fatti senza convinzione e di scarso successo, la volontà di creare una vera difesa militare comune.

Possiamo dire, in generale, che le unificazioni militari (mettere insieme gli eserciti sotto un comando unificato) avvengono, per lo più, solo in presenza di gravissime minacce: quando è in gioco la sopravvivenza di tutti a causa di un’imminente invasione o aggressione. Non è, ovviamente, il caso europeo di oggi. Pertanto, lo scetticismo di molti sul futuro della difesa europea resta più che giustificato.

Conoscere la natura degli ostacoli che si frappongono al compimento di un’impresa può aiutare, almeno in linea di principio, a rimuoverli. Essi sono molti e sono stati spesso elencati. Forse il più grave è quello che mette in gioco i fondamenti stessi dell’integrazione europea. I padri fondatori , dagli intellettuali che stesero il Manifesto di Ventotene prefigurando un’Europa federale, ai capi di Stato che misero concretamente in moto il processo di integrazione, sapevano di remare contro vento, sapevano quanto grande sia il peso del passato, intuivano che secoli e secoli di storia europea pregressa rappresentavano una barriera difficile da scalare e da superare.


A differenza di ciò che era accaduto in altre aree del mondo, l’ Europa, dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente (formalmente nel 476 dopo Cristo), non conobbe mai più alcun tipo di stabile unificazione su scala continentale. La frammentazione in raggruppamenti politici sempre in lotta fra loro, è stata, da allora fino alla Seconda guerra mondiale inclusa, la regola in Europa. Di più: l’Europa deve gran parte della sua stessa identità (e le sue libertà) proprio a quella frammentazione politica che dura da più di mille e cinquecento anni. L’Europa è plurale, polifonica, multilingue. Fu necessario il suicidio europeo in due guerre mondiali, la guerra fredda e la sponsorizzazione americana perché prendesse il via l’integrazione europea, ossia un tentativo di superare antiche e radicatissime divisioni.

Le cause di questo singolare percorso storico sono molte ma fra di esse c’è anche il fatto che, per la sua collocazione geopolitica, l’Europa, salvo in alcuni rari frangenti (per esempio, quando rischiò di essere invasa dagli arabi e poi, a distanza di alcuni secoli, dai mongoli) , si è per lo più trovata in presenza di minacce plurime, diffuse e di non grandissima entità: minacce che ciascuno Stato europeo poteva sperare di fronteggiare singolarmente, senza bisogno di un’allargata unione militare.

Oggi la situazione non è molto diversa. Nemmeno in questa fase storica le principali sfide alla sicurezza dell’Europa sembrano richiedere una difesa militare comune. Si pensi al terrorismo. La sua minaccia incombe, rafforzata dalla vittoria talebana in Afghanistan. Ma il terrorismo può essere contrastato con azioni di polizia dei singoli Stati e con il coordinamento delle attività di intelligence, non necessita di un esercito europeo, di una difesa militare comune.

C’è poi la pressione delle potenze autoritarie come la Russia. Ma essa, in questa fase storica, non si manifesta tramite minacce militari, è una pressione che si esercita con mezzi più subdoli, politici. La Russia è interessata ad avere di fronte un’Europa divisa e quindi debole, e utilizza tutti gli strumenti a disposizione (a cominciare dalle tecniche di disinformazione) perché questa debolezza permanga. Ancora una volta, non c’è una sfida così aperta da costringere gli europei a mettere in comune risorse per fronteggiarla. Oppure si prenda il caso della Turchia. Combina una doppia caratteristica: fa parte della Nato ma è anche ormai ostile all’Occidente.

Quando Erdogan ha trasformato — come già avevano fatto gli ottomani dopo la conquista di Costantinopoli nel 1453 — l’antica basilica di Santa Sofia (diventata un museo ai tempi di Ataturk) in una moschea, ha mandato un inequivocabile segnale di inimicizia a tutti noi. In tempi in cui in Europa il cristianesimo non era ancora una religione in declino , quel gesto avrebbe scatenato reazioni dure e forti da parte degli europei. Ma non è più quel tempo e la sfida implicita è passata quasi inosservata. La Turchia è presente in Siria e occupa manu militari una parte della Libia, di fronte a casa nostra. La sua postura antioccidentale è dimostrata in queste ore anche dal fatto che insieme a Cina, Russia, Pakistan, Qatar, ha stretti contatti con i talebani in Afghanistan. Gioca su tutti i tavoli possibili. Flirta con gli estremisti islamici, sostiene e finanzia l’islam politico in Europa e altrove. Se le attività dei turchi non sono una minaccia per l’Europa, allora non si capisce quale possa essere il significato del termine minaccia. In altri tempi avremmo chiesto agli Stati Uniti di sbrogliare la matassa turca. Ma ora è evidente che si tratta soprattutto di un problema nostro.


Naturalmente, anche in questo caso, per contrastare i disegni turchi non serve la difesa militare comune. Apparentemente, dunque, essa non è lo strumento idoneo a fronteggiare le principali minacce che incombono. Sembra cioè che fra le due cose non ci sia alcun legame. Un legame invece c’è. Non solo una difesa comune potrebbe consentire all’Europa di intervenire con scopi di pacificazione e di bonifica — prima o poi anche indipendentemente dalle direttive Nato — nei luoghi, dal Medio Oriente all’Africa, in cui sono presenti i santuari del terrorismo che minaccia l’Europa. Oltre a ciò, passi decisivi in quella direzione dimostrerebbero che i Paesi europei non sono più disposti a fronteggiare i pericoli in ordine sparso, come hanno fatto per secoli, all’insegna del ciascuno per sé.

Se la sicurezza europea diventasse ciò che non è mai stata, ossia un «bene collettivo»(a beneficio di tutti gli europei) ci sarebbero ricadute positive anche in quegli ambiti in cui la minaccia, della Russia o della Turchia, è politica, e non militare, e la cui efficacia dipende dal fatto che sfrutta le divisioni europee. Un’Europa che scelga la coesione (militare e non) in materia di sicurezza sarebbe più attrezzata per fronteggiare le insidie, di qualunque genere esse siano. Mentre si indebolisce la credibilità della protezione americana, la strada appare comunque in salita

Anche l’Italia armerà i suoi droni

“Per far fronte a nuovi conflitti”. Finora usati per ricognizione

Vincenzo Sinapi  ROMA 06 settembre 2021  18:26

Anche l’Italia avrà i suoi droni armati. La cosa era nell’aria da tempo e la conferma è arrivata dal Documento Programmatico Pluriennale 2021 del ministero della Difesa, come sottolinea la rivista specializzata Rid, che collega questa novità all’emergere dei nuovi scenari.

Nuovi teatri operativi che, “dal Nagorno Karabah, alla Libia, hanno mostrato la rilevanza sui campi di battaglia del drone armato” ed hanno fatto cadere “incertezze e resistenze di natura etica che finora avevano impedito il compimento di tale passo”.
    La Difesa non ha fornito ulteriori dettagli e non è nota la tipologia di armi che verrà integrata sui velivoli. Si sa solo che i droni Reaper verranno anche dotati di nuovi apparati per la guerra elettronica.
    Gli Uav, acronimo che sta per aeromobile a pilotaggio remoto, vale a dire i droni, sono strumenti da molti anni indispensabili nelle varie aree di operazione, ma che l’Italia ha finora impiegato solo in versione disarmata, essenzialmente per attività di ricognizione, intelligence e sorveglianza. Secondo Pietro Batacchi, direttore di Rid, la Rivista italiana difesa, questa limitazione ha avuto pesanti conseguenze in passato. “La non disponibilità di armamento a bordo dei Predator/Reaper, ad esempio in Afghanistan, ha messo a rischio la vita dei nostri soldati a terra, con perdite che altrimenti potevano essere evitate”. Ma ora che la Difesa “ha deciso di armare i propri Uav classe Male Reaper i nostri comandanti sul terreno potranno disporre di una fondamentale opzione per proteggere le forze a terra e per neutralizzare eventuali minacce prima che queste possano manifestarsi”.