CONTRONARRAZIONE DEI POPULISMI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CONTRONARRAZIONE DEI POPULISMI da IL MANIFESTO

Riaccendere i lumi contro l’oscurità del populismo

Isocrazia. La personalità di ciascuno di noi è composta da una sfera razionale e una sfera emotiva. Il nostro comportamento, compreso quello politico, è determinato da un gioco mutevole di entrambeDomenico De Masi  27.03.2021

L’articolo di Stefano Bonaga (il manifesto, 17 marzo), indica giustamente nel populismo il nemico peggiore della «isocrazia» intesa come desiderabile sistema politico, capace di assicurare a tutti una «cittadinanza attiva». Poiché il populismo de-politicizza la società, per sconfiggerlo occorre ri-politicizzarla. L’idea ha stimolato un ampio dibattito su queste pagine cui vorrei contribuire mettendo in luce i meccanismi con cui avviene questa de-politicizzazione e indicando alcune condizioni indispensabili per ri-politicizzare.

La personalità di ciascuno di noi è composta da una sfera razionale e una sfera emotiva. Il nostro comportamento, compreso quello politico, è determinato da un gioco mutevole di entrambe. A sua volta, la sfera razionale è composta da conoscenze e abilità, mentre quella emotiva è composta da emozioni, sentimenti, opinioni e atteggiamenti. Se si agisse solo in base alla razionalità, nessuno comprerebbe un pacchetto di sigarette su cui è scritto che «il fumo nuoce gravemente alla salute» o nessuno passerebbe quando il semaforo è rosso. Per modificare un comportamento – nel nostro caso, per ri-politicizzare la società – occorre mettere in atto una complessa azione psico-pedagogica capace di agire insieme su tutti i fattori comportamentali: emotivi e razionali, individuali e collettivi, consci e inconsci.

Tutta la storia umana è segnata da un rapporto dinamico tra emotività e razionalità. Ogni volta che è sorto un problema, in un primo momento ne abbiamo adombrato la spiegazione attraverso racconti, poesie, favole, miti e superstizioni dettate dalla nostra sfera emotiva; poi, in un secondo momento, ne abbiamo raggiunto le soluzioni attraverso la filosofia e le scienze esatte, elaborate dalla nostra sfera razionale. Per secoli la luce – cioè il giorno, la notte, il crepuscolo, lo spettro, la diffrazione, ecc. – è stata spiegata ricorrendo a miti fabulosi: dal greco Zeus che arrossava l’aurora col suo carro infuocato all’egizia Ra, suprema divinità solare che viaggiava su due barche per andare dal mattino alla notte. È stato necessario attendere Newton per spiegare la luce con la teoria corpuscolare, poi Young e Fresnel con la teoria del movimento ondulatorio, poi ancora Planck e Einstein con la teoria dei quanta.

Il populismo non è altro che una spiegazione primitiva della società e della politica in termini rozzi, emotivi, mitici, infantili, pressappochisti, che riporta il popolo a una fase anteriore all’Illuminismo. In Occidente, infatti, è con l’Illuminismo che la realtà socio-politica è stata analizzata abbandonando i pregiudizi emotivi per trasferirne l’essenza dal mondo del pressappoco all’universo della precisione. È l’Illuminismo che elabora e afferma il primo modello di società costruito dall’uomo facendo a meno dell’aldilà e ricorrendo all’uso laico della ragione nella ricerca filosofica e scientifica. «L’Illuminismo – dice Kant nel 1784 – è l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro».

Dunque, il contrario dell’illuminismo è il populismo: ignoranza, pigrizia e viltà dei subalterni; disonestà intellettuale, arroganza e cinismo dei dominanti. I quali, «dopo averli in un primo tempo instupiditi come fossero animali domestici e avere impedito accuratamente che queste pacifiche creature osassero muovere un passo fuori del girello da bambini in cui le hanno imprigionate, in un secondo tempo mostrano ad esse il pericolo che le minaccia qualora tentassero di camminare da sole».

Da questo passo di Kant, sintesi di tutto il movimento illuminista, trae origine la nostra identità di moderni e di postmoderni. Quando lo Stato era in mano al Re Sole, convinto di derivare la sua onnipotenza direttamente da Dio e dotato del potere di vita o di morte su ogni suo suddito, quando la Chiesa disponeva di un apparato persecutorio occhiuto e spietato come l’Inquisizione, quando qualsiasi minima trasgressione era pagata con il rogo o con la decapitazione, una ventina di giovani geniali e coraggiosi – da Voltaire a Diderot, da Kant a Jefferson, da Genovesi a Beccaria, da Montesquieu a Rousseau e a d’Alembert – coraggiosamente sostennero che il potere del re deriva dal popolo, che Dio non esiste e tantomeno il suo vicario in terra.

Poi, in coerenza con la propria auto-definizione di «lumi», si votarono a diffondere la loro rivoluzione culturale con un’opera pedagogica a tutto campo: dalla letteratura al teatro, dalla vitalità dei salon a quel monumento ineguagliabile che resta l’Encyclopédie. Diderot pagò questo suo coraggio col carcere, Voltaire col carcere e con l’esilio, Rousseau con una vita fuggiasca, Condorcet con la vita.

Gli Illuministi vinsero la battaglia, non la guerra, che resta perenne tra il ragionamento razionale e la pulsione emotiva, tra il populismo infantile e la democrazia matura, l’isocrazia proposta da Bonaga. E vinsero la battaglia perché nella loro Parigi, come annotò un viaggiatore tedesco dell’epoca, «tutti, e specialmente le donne, hanno un libro in tasca. Donne, bambini, operai, giovani di bottega leggono nei posti di lavoro… I lacchè leggono dietro le carrozze, i cocchieri a cassetta, i soldati nelle caserme e i commissionaires ai loro posti».

Oggi quelle donne, quei bambini, quegli operai, quegli apprendisti, quelle badanti, quegli autisti, quei soldati, quei manager si acculturano tramite la televisione dove una ventina di anchormen gestiscono tutta l’informazione e la formazione nazionale infarcendola di luoghi comuni, trucchetti manipolativi e pubblicità, proprio per depoliticizzare la società e costringerla all’anomia.

Combattere il populismo comporta una lunga marcia in cui la prima tappa consiste nell’elaborazione di un nuovo modello di società intorno al quale aggregare i «sottoproletari e i proletari postindustriali» di tutto il mondo. Senza un modello utopico e scientifico al tempo stesso, non si va da nessuna parte perché, come diceva Seneca, nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove vuole andare. Elaborarlo è un’impresa titanica ma ineludibile, che esige lo stesso rigore metodologico sperimentato dagli illuministi nel Settecento, dai comunisti nell’Ottocento, dagli scienziati nel Novecento.

Ogni grande costruzione sociale – confuciana, induista, classica, cristiana, luterana, liberale, socialista, comunista, e così via – è nata su un modello ad essa preesistente. Il Sacro Romano Impero traeva il suo modello dai Vangeli e dai Padri della Chiesa; gli stati centrali del Sei e Settecento lo traevano dai testi luterani; gli stati liberali dell’Ottocento dai saggi di Smith e Montesquieu.

Nessun modello è sotteso alla nostra attuale società postindustriale. Essa è solo un patchwork sgangherato di bisogni e desideri affastellati alla rinfusa ed evocati di volta in volta dai politicanti in base al loro tornaconto. E quando non si dispone di un modello cui parametrare le nostre azioni, è impossibile distinguere il bene dal male, il vero dal falso, la sinistra dalla destra. La seconda tappa della lunga marcia per vincere il populismo ri-politicizzando la società, è di natura pedagogica e consiste nella paziente formazione dei cittadini per una doppia vittoria sull’analfabetismo culturale e sull’analfabetismo politico.

L’Atene di Pericle poté consentirsi la democrazia diretta perché tutti i suoi 40.000 cittadini liberi erano alfabetizzati, avevano studiato nell’accademia di Platone o nel Lyceum di Aristotele e ogni ateniese a quarant’anni aveva assistito ad almeno 300 rappresentazioni teatrali di autori del calibro di Sofocle o di Euripide. Invece nell’Italia di oggi ogni quarantenne, oltre ad aver frequentato scuole sgangherate, ha assistito a centinaia di trasmissioni di Barbara D’Urso o del Grande Fratello.

L’Isocrazia proposta da Bonaga è un apice cui dobbiamo tendere. E l’impresa sarà compiuta solo quando il populismo sarà messo nella impossibilità di smerciare le sue cianfrusaglie ideologiche a eterni minorenni per scelta, che hanno delegato a un solo capo il compito di pensare. Dunque, la nostra sfida consiste nel farli diventare maggiorenni.

Per congedare il paradigma dominante

SCAFFALE. «Il mercato rende liberi, ed altre bugie del neoliberismo», di Mauro Gallegati per Luiss University PressGiovanni Dosi  27.03.2021

Il libro di Mauro Gallegati Il mercato rende liberi, ed altre bugie del neoliberismo (Luiss University Press, euro 16) è piacevolmente leggibile anche da non economisti, malgrado la parte tecnico sottostante sia profonda ed esaustiva, ma sempre raccontata a parole. Dovrebbe essere resa lettura obbligatoria per tutti gli studenti di economia anche se, probabilmente, dati i piani di studio attuali, sarebbero quelli con più difficoltà a capirlo.

LEGGENDOLO, viene in mente più volte il Candide di Voltaire. Lì c’è il dottor Pangloss che tra terremoti, guerre e pestilenze proclama che tutto ciò è il migliore dei mondi possibili perché così ha voluto la divina provvidenza. Oggi c’è un altro dottor Pangloss che, molto più volgarmente anche se in maniera matematicamente assai più sofisticata, proclama che il Mercato (naturalmente maiuscolo) produce il migliore dei mondi possibili. E se c’è proprio qualcosa che non va è perché non c’è abbastanza mercato, ci sono «frizioni» o «fallimenti di mercato» che comunque, tutte le volte che è possibile, si correggono con opportune estensioni nei diritti di proprietà. E la religione del mercato è come una metastasi che si estende dal campo dell’economia a tutte le altre attività umane.

C’è l’«economia del matrimonio» della «partecipazione religiosa», «del sesso», e perfino «della tortura». E, assieme, campi che fino a epoca recente erano considerati da tutti, se non dai più fanatici, dei beni pubblici – la sanità, l’educazione, la cultura, negli Usa persino, parte del sistema giudiziario – oggi sono invasi, tra generali applausi, dal «mercato».

E così abbiamo aberrazioni ormai diventate parti accettate del linguaggio comune, la «domanda e l’offerta di formazione» nella scuola, di «cure» negli ospedali, e perché no? Di «giustizia nei tribunali» (in Italia siamo spesso antesignani e Berlusconi docet…).
Ancora peggio, dal punto di vista normativo da tutto ciò derivano ricette politiche devastanti, incluse privatizzazioni scriteriate, trasferimenti di «bonus» invece che fornitura di servizi pubblici e persino flat tax e «austerità espansive», un ossimoro che litiga anche con il dizionario.

IL LIBRO DI GALLEGATI mostra quanto tutto l’apparato sottostante sia un’elegante ma fallimentare bancarotta dal punto di vista scientifico persino in economia. Lasciamo stare il resto.
È impensabile tentare un riassunto delle argomentazioni del volume di Gallegati: ci sono comunque due fondamentali paradigmi, sicuramente in economia, ma probabilmente in tutte le scienze sociali.
Quello dominante è fondato su tre pilastri; il primo è che tutto quello che uno osserva è un equilibrio, e si può presumere, in genere «ottimale»; il secondo: gli agenti economici cioè tutti noi, le imprese sono «razionali», prevedono bene il futuro, etc (non si possono menzionare qui tutte le difficoltà relative all’aggregazione tra quello che ciascun individuo fa e le dinamiche collettive, per esempio, del Pil); il terzo: viviamo in un mondo di «scarsità» (più tecnicamente di «rendimenti decrescenti») e quindi non solo per i singoli individui ma anche per le economie nel loro complesso, «se spendi di più lì, devi tirare più la cinghia qui». Che, appunto, nel micro vale ma nel macro no (è una delle intuizioni fondamentali di Keynes, ma vallo a spiegare alla Bundesbank, a Chicago, alla Bocconi).

L’alternativa è un paradigma nel quale: essenzialmente tutto quello che osserviamo è il risultato di interazioni lontane dall’equilibrio, non importa come definito; gli agenti economici sono lontani da processi di decisione «razionali» e meccanici (il corso di azione definito da una massimizzazione di qualche ben definita funzione) ma sono al contempo capaci sempre di cambiare ed innovare.

COLLETTIVAMENTE, da tempi della Rivoluzione industriale abbiamo, almeno temporaneamente, vinto ogni vincolo di scarsità o più tecnicamente viviamo in un mondo di rendimenti crescenti, anche se, nelle traiettorie attuali, al costo di un incombente disastro ecologico.
Proviamo con urgenza a cercare tutte le implicazioni di politica del secondo paradigma. Per farlo, competentemente, si può caldamente consigliare la lettura del libro di Gallegati.

Contro il populismo storico

Tempi presenti. Il libro di Chiara Colombini «Anche i partigiani però» proposto nella collana Fact Checking dell’editore Laterza. Un testo che sfida la torsione della conoscenza ad uso del controllo della memoria e del governo dell’oggi. L’autrice non confuta solo la vulgata antiresistenziale, ma torna al disegno di rifondazione della società della Lotta di Liberazione. Anche la questione della violenza viene ricollocata nella cornice dell’insurrezione e della catarsi che il 25 aprile incarna nella storia d’ItaliaDavide Conti  27.03.2021

Ridefinire il ruolo e risignificare la funzione della storia nello spazio pubblico rappresentano, nel vissuto della nostra modernità, le questioni centrali attorno a cui il sapere del tempo passato riacquista valore e senso nel rapporto con la società del presente. Strumenti indispensabili per questa «missione laica» sono da un lato la profondità della conoscenza e dall’altro la capacità di renderla compenetrante e diffusa in larghi settori della società.

Nel corso dei lunghi decenni di «rivoluzione passiva» che lo studio del passato, tanto in Italia quanto in Europa, ha subito in ragione dell’offensiva promossa dai gruppi sociali dirigenti, conservatori sul piano politico-culturale ed economico-sociale, la stessa concezione generale della storia è stata dapprima esposta all’irruzione del revisionismo strumentale non scientifico (nella fase successiva alla fine della Guerra Fredda) ed in ultimo sottoposta (nella fase della crisi globale iniziata nel 2008) alle scorrerie di un vero e proprio populismo storico.

IL CAMPO D’ELEZIONE della contesa storico-memoriale e di questo processo regressivo è stato certamente l’antifascismo, assalito da una operazione di contestazione di legittimità finalizzata a minarne il carattere di radice fondativa ed orizzonte valoriale non solo della Costituzione italiana ma anche del disegno dell’unità europea tracciato dal Manifesto di Ventotene.

Per queste ragioni il libro della storica Chiara Colombini, Anche i partigiani però (Laterza, collana Fact Checking, pp. 192, euro 14), si presenta come uno strumento fondamentale di conoscenza che nella battaglia culturale muove, parafrasando Gramsci, dalla «guerra di posizione» a quella «di movimento» ovvero non riducendosi alla sola difesa della Resistenza dalle vulgate antipartigiane, ma rappresentando e promuovendo l’orizzonte di senso intrinseco alla Lotta di Liberazione ed al suo disegno di rifondazione della società dopo lo sconvolgimento umano della guerra mondiale. «Una battaglia come questa – scrive l’autrice nella sua introduzione – merita di essere combattuta».

Il volume non solo pone «la Storia alla prova dei fatti», secondo l’obiettivo dichiarato in copertina, ma si assume, riuscendovi in modo convincente, la responsabilità di decostruire falsi e luoghi comuni antipartigiani ed antiresistenziali attraverso contenuti e conoscenze colte espresse al tempo stesso in una forma dialettica accessibile ed inclusiva.

COLOMBINI affronta in campo aperto i grandi temi posti dalla decisiva fase 1943-1945 rovesciando tutto lo spessore e la forza di un moto della storia come la Guerra di Liberazione sulle miserie degli attacchi pubblici portati tanto dai mass media quanto dalla classe politica nazionale. La «Scelta» partigiana di fare parte di un esercito politico volontario all’interno del quale vivono osmoticamente gli alti ideali e le umane paure; le speranze palingenetiche e gli errori del quotidiano; la socializzazione alla vita politica nelle bande e nelle brigate e la sperimentazione della convivenza nelle differenze e nelle difformità.

L’IDENTITÀ «UNA E TRINA» della Resistenza che si manifesta nella sua dimensione di Guerra di Liberazione Nazionale, ovvero di conflitto frontale contro gli occupanti nazisti; di Guerra civile, ovvero di conflitto trasversale alla società nazionale che contrappone italiani fascisti ad italiani antifascisti; di Guerra di classe che definisce un conflitto verticale dal basso verso l’alto che mobilita le classi popolari subalterne facendone un soggetto determinante della rifondazione repubblicana e della cittadinanza costituzionale.

La questione della violenza partigiana viene ricollocata dentro il nucleo dimensionale della Guerra totale e dunque all’interno della cornice dell’insurrezione nazionale, della liberazione del Paese e della catarsi che i significati del 25 aprile e delle settimane successive rappresentano nella storia d’Italia e nel segno di nuovo patto sociale stipulato sulla sconfitta del regime nazifascista come nemico della libertà, della democrazia e dell’umanità. É un atto fondante, come ogni fatto d’armi da cui derivi una nuova forma di Stato, e Colombini ne esplicita senza retorica gli elementi generali di fondo che non solo ne chiariscono entità numerica (10.000 fascisti giustiziati); arco temporale (primavera 1945); collocazione geografica (le quattro «capitali» della Resistenza, Genova, Torino, Bologna e Milano come principali teatri della violenza insurrezionale) ma soprattutto ne spiegano la natura profonda in un intreccio che interseca conflitto totale globale e nascita della guerriglia come risposta alla guerra ai civili; tramonto di un mondo coercitivo e dittatoriale ed alba di un’epoca nuova; misura individuale e collettiva posta di fronte a scenari epocali che segnano il passaggio tra lo stato di guerra e la natura della pace.

DI FRONTE a questi grandi temi l’autrice non solo è in grado di squadernare ragioni e significati propri di una studiosa ma di accompagnare chiunque legga all’interno della dimensione umana, politica, ideale e sociale dell’esperienza di quei venti mesi che chiudono i venti anni della dittatura. Lo fa per il tramite dell’intersezione delle ragioni della storia con le forme della grammatica partigiana e di quella letteratura sulla Resistenza che emerge forte nelle parole del partigiano «Milton», cui da voce Fenoglio in Una questione privata, che disegnano un immaginario intimo e collettivo che intreccia equilibri «instabili, delicati e fragili» – scrive l’autrice – ma esprime tutta la potenza di un ordine nuovo che nasce dalla solitudine della decisione presa da ogni singola donna e uomo che decide di intraprendere una lotta irregolare ed asimmetrica come la guerriglia. Indefinita, come il destino di chi l’abbraccia, tra la prospettiva della morte dell’oggi e la vita del domani.

«La guerra partigiana scoppiò – scrisse Calamandrei nel decennale della Liberazione – come una miracolosa esplosione. Lo storico che fra 100 anni studierà a distanza le vicende di questo periodo, narrerà la guerra di liberazione come una guerra che durò 25 anni e ricorderà che la sfida lanciata dagli squadristi nel 1920 fu raccolta e definitivamente stroncata dai partigiani nel 1945. E il 25 aprile finalmente i vecchi conti col fascismo furono saldati: e la partita conclusa per sempre».

LA COMPARAZIONE tra i significati di questi grandi temi e la minuta forma di chi li disconosce parrebbe impietosa. Tuttavia il populismo storico muove la propria azione dall’alto verso il basso attivando una meccanica di ricezione e «ritorno» presso l’opinione pubblica di forte impatto mediatico e diffusivo. Esso esplicita, di nuovo, il tratto «sovversivo» delle classi dirigenti italiane e l’uso politico della storia che lo contraddistingue si caratterizza come torsione della conoscenza utilizzata come forma di regolazione e controllo selettivo della memoria e del governo del presente.

PROPOSTO dai suoi animatori come espressione di novità e rottura antidogmatica della cosiddetta «storia ufficiale», il populismo storico ricava le proprie istanze dall’uso di consunti armamentari ideologici che il libro di Colombini smantella, ripristinando le ragioni della storia ed il senso della sua conoscenza. «Penso che la storia ti piace come piaceva a me quando avevo la tua età – scriveva dal carcere Gramsci al figlio Delio – perché riguarda gli uomini viventi, e tutto ciò che riguarda gli uomini in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa».