COMPRENDERE LA COMPLESSITÀ O FARSI DECERVELLIZZARE? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COMPRENDERE LA COMPLESSITÀ O FARSI DECERVELLIZZARE? da IL MANIFESTO

L’agire dissennato causa dei guasti irreparabili

SAGGI. «Nel tempo dei mali comuni», edito da Donzelli il volume di Orlando Franceschelli intorno alla «pedagogia della sofferenza»Lelio La Porta  29.12.2021

Quali sono i mali comuni? «Inquinamento, cambiamenti climatici, estinzione di specie, carestie, migrazioni, pandemie, ingiustizie e disuguaglianze destinate a essere ulteriormente acuite anche da un uso egoistico e mercantile delle biotecnologie e dell’intelligenza artificiale». A ben vedere, però, questi mali comuni sono la conseguenza del nostro agire dissennato e destinato, ancora di più, a produrre guasti che, non si deve temere di scriverlo, vanno definiti irreparabili. Questo perché l’agire non è stato preceduto da quel necessario lavoro teorico, dal pensare, senza il quale ciò di cui siamo parte, e con cui siamo chiamati a fare i conti, in quanto esseri senzienti, cioè la natura, non è presa nella considerazione che meriterebbe. Da queste questioni, legate all’elenco fornito nell’incipit, prende le mosse Orlando Franceschelli nel suo ultimo lavoro, Nel tempo dei mali comuni. Per una pedagogia della sofferenza (Prefazione di Telmo Pievani, Donzelli, pp. 155, euro 18,00) con il quale continua una ricerca iniziata tempo fa riflettendo sulla felicità possibile e sul discernimento di bene e male.

COME ORIENTARSI nel pensiero?, ricordava un paio e più di secoli fa Kant. Ma non basta orientarsi nel pensiero, dopo aver pensato, se non si tengono insieme la teoria e il fare. E mentre il filosofo di Königsberg perveniva alla conclusione di una «metafisica che si presenterà come scienza», ben sapendo che, per quanti sforzi si facciano, l’evento vada ricondotto nel campo dell’impossibilità, oggi conviene, a fronte dei mali comuni, pensare alla scienza in senso stretto quale manifestazione del pensiero, del fare del pensiero. Senza teoria intesa, come ammonisce Franceschelli, nel senso letterale, ossia «vedere, osservare, esaminare con attenzione», quindi senza osservazione e studio del mondo, diventa complicato capire i problemi di questo qui ed ora. Questo è il campo specifico della filosofia, della prassi della filosofia, sottratta, sottolinea l’autore, alla metafisica sotto qualunque veste si presenti, soprattutto come idealismo. D’altronde il campo d’osservazione del pensiero, ovvero della filosofia, è la natura che, a differenza di quanto sostenuto dall’idealismo, non è né un altro da sé (Hegel) né un «fantasma» (Croce): è ciò la cui sempiternità sottrae il pensiero che la osserva (non che la pensa in quanto la natura è «ontologicamente prioritaria rispetto al pensiero») a ricorrere al Dio creatore in quanto essa c’è sempre stata e sempre ci sarà (nella Prefazione Pievani fa presente che la parola natura va declinata al futuro poiché in latino sta per «colei che sta per nascere» e mai sarà moritura).

FERMO RESTANDO (e questo è uno dei punti di forza dell’argomentazione di Franceschelli) che la creazione è plausibile e chi vuole, per fede, può crederle senza che si aprano, però, guerre di religione contro chi, altrettanto plausibilmente, non crede.
Noi esseri senzienti abitiamo il tempo dell’Antropocene; anzi, precisa l’autore, del Capitalocene. È proprio in quest’epoca, la cui nascita è databile con la rivoluzione industriale, che abbiamo verificato due cose: la nostra eco-appartenenza, il nostro vivere con la natura e nella natura, e le sofferenze planetarie che il nostro agire senza teoria ci ha procurato. Franceschelli invita a coltivare una seria e meditata, perché frutto di un lavoro teorico, direbbe Lukács, ben fatto, pedagogia della sofferenza che si alimenti di solidarietà, non guardi ad innaturali, proprio perché fuori dalla natura, soluzioni millenaristiche e futuriste riconducibili alla redenzione intesa come esilio da questo mondo e rifugio in un altro mondo situato, avrebbe detto Leopardi, «più alto del campanile, più giù del pavimento».

Franceschelli invita a tenere presenti due dati di fatto: 1) «le ferite ecologiche che ormai coinvolgono l’intero pianeta»; 2) la scarsa utilizzazione, seppure «con moderazione, solidarietà e lungimiranza», da parte di Homo sapiens, delle conoscenze scientifiche e tecnologiche oggi in suo possesso.

PARTENDO da questi due dati di fatto, la pedagogia della sofferenza spinge alla valorizzazione della nostra inclinazione al bene, riporta al centro della vita degli umani il nesso pensare-agire, quasi obbliga ad una osservazione del mondo al fine di trasformarlo, come scriveva Marx, e non soltanto contemplarlo, come le usurate e stantie metafisiche si ostinano ancora a fare, nell’ottica della presa di coscienza di cosa e di quali siano i mali comuni. Insomma, se all’inizio la filosofia nasceva dalla meraviglia, oggi si pone come riflessione sul mondo e sulla sofferenza di chi lo abita al fine di individuare la modalità di agire verso il bene di tutti, operando il passaggio dal cosmopolitismo della sofferenza a quello del bene, verso una felicità possibile.

 

Il pensiero unico dell’algoritmo nuoce gravemente all’ironia

Habemus Corpus. A fare le spese delle aspirazioni censorie di Facebook, è stato Renato Minutolo, attore e autore comico noto sul web per le lezioni di storia narrate nello stile di Alessandro Barbero

Mariangela Mianiti  29.12.2021

L’ironia non è roba per tutti. Soprattutto non va d’accordo con gli algoritmi che, educati a ragionare per massimi sistemi, sono incapaci, o non vogliono, cogliere le sottigliezze, i doppi sensi, il non detto, le allusioni, i giochi di significato, i salti mortali dei riferimenti.
Uno degli ultimi a farne le spese, in quel minestrone dall’aspirazione censoria che è Facebook, è stato Renato Minutolo, attore e autore comico già noto sul web per le lezioni di storia narrate nello stile di Alessandro Barbero, i personaggi di Massimo Recanati, Nietzsche Motivatore, Amaro Cioran, Diego Fumaro spiega la Pornografia (ogni allusione a quasi omonimi noti è voluta).

Finché Minutolo si è limitato ai suddetti siparietti, fra cui anche «La guida coniugale per vincere le tue litigate» l’algoritmo di Zuckerberg l’ha lasciato fare. Quando però ha affrontato la «Rilettura politicamente corretta di Mein Kampf», ah beh, lì lo ha bloccato, forse perché evocava un titolo fomentatore di odio, oppure segnalato da qualcuno incapace di distinguere una citazione da una sottoscrizione, una presa in giro da un’adesione.
Per la cronaca, Minutolo distrugge lo scritto di Hitler esordendo con «Il Mein Kampf fa schifo, è improponibile» e conclude dicendo che, epurandolo dalle numerose vaccate che contiene, lo si potrebbe ridurre da 254 pagine a 5 righe che dicono «Immaginate che non ci siano patrie e nessuna religione, non è difficile farlo. Immaginate tutta la gente che vive la vita in pace. Si potrebbe dire che io sia un sognatore, ma non sono l’unico. Spero che un giorno vi unirete a noi e il mondo sarà come un’unica entità».
È evidente che non siamo di fronte a un’apologia di Mein Kampf, ma alla sua ridicolizzazione. Lo si capisce se si guarda il contesto, l’insieme e non la singola parola, cosa che invece fanno gli algoritmi.

Lo sanno bene all’ente del turismo di Vienna dove, pochi mesi fa, sono stati costretti a inserire le immagini di opere d’arte di Egon Schiele, Richard Gerstl, Koloman Moser e Amedeo Modigliani su un portale per adulti perché i quadri ritraevano nudi e il nudo, qualunque nudo, viene considerato pornografia dagli algoritmi dei social. Serve molta poca conoscenza della vita per ritenere che Lovers o Donna distesa di Schiele possano essere equiparati a Il glande freddo o Il silenzio degli impotenti, tanto per citare i titoli di due film porno.
L’ironia è una forma di intelligenza. Comprendere la complessità è un esercizio di cultura che richiede curiosità, analisi, ricerca, studio, esperienza. Finora solo il cervello umano è in grado di muoversi nei rizomi del senso e del controsenso, nelle sfumature dei toni e delle parole, nelle allusioni del non detto. Gli algoritmi invece vanno giù con l’accetta, parcellizzano, si muovono su parole o immagini isolate, questo sì questo no, catalogano, schematizzano. Insomma, sono più stupidi di noi perché prendono tutto alla lettera. Il problema è che ci governano sempre di più, ci profilano, ci incasellano, vorrebbero orientare le nostre scelte, decidere che cosa fa o non fa per noi, che cosa dovremmo vedere e ascoltare, indossare, acquistare, per che cosa dovremmo indignarci. Esercitano una forma di dittatura del gusto e del pensiero sottile, pervasiva, strisciante.

Adesso, visto che per scrivere questo pezzo ho cercato sul web titoli di film porno, penseranno che io li guardi, i film porno. La differenza è che io so chi sono e cosa mi interessa davvero, loro no, loro possono solo fare ipotesi ed è lì che possiamo ingannarli, come non comprare nulla di quello che ci suggeriscono.

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