CAPITALISMO: SVILUPPO, AVIDITÀ, ODIO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CAPITALISMO: SVILUPPO, AVIDITÀ, ODIO da IL MANIFESTO

Natura allo stremo, il consumo globale è sempre più vorace

Ambiente . Earth Overshoot Day: in meno di 8 mesi divorate le risorse ecologiche di un intero anno

Serena Tarabini  30.07.2021

Il 5 agosto nel 2011. Il 23 settembre nel 2001. L’11 ottobre nel 1991. Il 12 novembre nel 1981. Il 21 dicembre nel 1971, primo anno in cui è stato calcolato. Dalla sua introduzione la data dell’Earth Over Shoot Day non ha fatto altro che arretrare, con la sola eccezione dell’annus horribilis 2020, quando il giorno in cui a livello mondiale abbiamo esaurito le risorse disponibili per l’anno in corso è risultato essere il 22 agosto.

CI ABBIAMO MESSO poco a compiere un balzo di quasi un mese, arrivando al 29 luglio, la stessa data del 2019. Ogni anno quindi l’asticella che segna il limite che la natura ci impone e che, non più del tutto impunemente, superiamo, si alza. Il rallentamento di questa corsa sfrenata conseguente alle restrizioni imposte dalla pandemia se a qualcosa è servito è stato nella diminuzione seppur temporanea della nostra pressione sul pianeta, evidentemente determinata non solo dalle dimensioni sempre più elevate della popolazione umana sulla terra, ma dai modi e l’entità con cui queste persone, o meglio una parte di esse, quelle che abitano i luoghi più «sviluppati» , si muovono, si alimentano, si vestono, scambiano cose.

A QUANTO CORRISPONDE questo consumo vorace? Secondo il Wwf stiamo consumando i servizi ecologici di 1,6 pianeti all’anno, cifra che dovrebbe salire fino a due pianeti entro il 2030, in base alle tendenze attuali.

PER SERVIZI ECOLOGICI il Global Footprint Network, l’organizzazione di ricerca internazionale che ha elaborato il concetto di impronta ecologica, tra gli indicatori più completi ad oggi disponibili per la contabilità delle risorse biologiche, intende le scorte di risorse ecologiche e la capacità di immagazzinare rifiuti: quindi sorpassiamo il limite perché consumiamo troppo e anche produciamo troppi scarti. L’Earth Overshoot Day viene calcolato dividendo la biocapacità del pianeta (la quantità di risorse ecologiche che la Terra è in grado di generare quell’anno), per l’Impronta ecologica dell’umanità (la domanda dell’umanità per quell’anno) e moltiplicando per 365, il numero di giorni in un anno. Nello specifico del 2021 sono state valutate le variazioni delle emissioni di carbonio e della biocapacità forestale dal 1° gennaio.

IL TEAM DI RICERCA NE ha tratto un aumento del 6,6% dell’impronta ecologica globale rispetto al 2020. Il calcolo per l’impronta di carbonio si è basato sui dati delle emissioni di CO2 diffusi dallo Iea (Agenzia internazionale per l’energia) e sui dati del sequestro di carbonio negli oceani a cura del Global Carbon Project. Le cifre mostrano come gli stop indotti dalla pandemia globale hanno inizialmente causato un forte calo delle emissioni di CO2 nel 2020. Tuttavia, le emissioni sono aumentate nuovamente durante la seconda metà del 2020. Alla fine dell’anno, le emissioni totali risultavano inferiori del 5,8% rispetto alle emissioni del 2019 a causa della pandemia globale; ma nel 2021 sono poi aumentate del 6,6% rispetto all’anno precedente. Il secondo cambiamento degno di nota è stato l’effetto della deforestazione e del degrado dell’Amazzonia sulla biocapacità forestale globale, che secondo le stime è diminuita dello 0,5%.

IL 29 LUGLIO RISULTA COME valore medio planetario, in realtà i Paesi industrializzati hanno raggiunto questo risultato già da parecchio: il record quest’anno lo detiene il Qatar, che ha «festeggiato» il suo Overshoot Day il 9 febbraio; dopo circa un mese, il 9 marzo, arrivano gli Stati Uniti, assieme al Canada e al Kuwait, e pochi giorni dopo, il 22 marzo, l’Australia. I paesi europei stanno tutti fra aprile e maggio: l’Italia, ad esempio, vede cadere il suo Overshoot Day già nel mese di maggio. Se il giorno in cui a livello mondiale cominciamo a consumare le risorse dell’anno successivo cade ancora nel secondo semestre lo dobbiamo ai paesi sud americani e africani, per la maggior parte dei quali la data slitta in autunno. Manco a dirsi, l’eccesso di consumo delle risorse naturali, è un altro indicatore dell’enorme sperequazione a danno dei Paesi poveri.

NEL FRATTEMPO SI moltiplicano i vertici internazionali: appena concluso il G20 sull’ambiente e il pre-vertice sui sistemi alimentari; tra 100 giorni i rappresentanti dei governi nazionali si riuniranno in quello che è stato considerato il summit delle ultime possibilità per un’azione globale contro il cambiamento climatico: la Cop26 a Glasgow mentre prima in ottobre avremo a Kunming in Cina la Cop15 sulla biodiversità: un susseguirsi di appuntamenti che se da una parte indica un cambiamento di passo nelle agende internazionali che ormai vedono le problematiche ambientali fra i primi punti della lista, ma che dall’altra il più delle volte partoriscono topolini, tra obiettivi ambiziosi che non saranno raggiunti, accordi faticosamente allargati che basta un nulla per non rispettare, date e scadenze che vengono posticipate.

CIÒ NON TOGLIE CHE DAI singoli alle collettività è necessario aumentare la consapevolezza del problema e fare ognuno il proprio pezzo: Il Global Footprint Network a questo proposito, assieme all’Agenzia per la Protezione Ambientale scozzese, hanno presentato oggi la campagna «100 Days of Possibility», un elenco delle soluzioni collaudate e scalabili che possono essere adottate a livello di comunità o individualmente per avere un impatto significativo sul tipo di futuro in cui investiamo: ad esempio ridurre l’impronta di carbonio del 50% sposterebbe la data di più di 90 giorni.

Profitti per le aziende e vaccini ai paesi ricchi

Vaccini. La vera dittatura sanitaria nei numeri del report di People Vaccine Alliance

Andrea Capocci  30.07.2021

La gigantesca dimensione economica dei vaccini anti-Covid è finora passata in secondo piano rispetto all’urgenza di distribuirne il più possibile alla popolazione. Ci pensa ora un rapporto della «People Vaccine Alliance» (Pva), una rete internazionale di Ong, attivisti e premi Nobel, a fare i conti in tasca alle aziende farmaceutiche. L’analisi, intitolata «La grande rapina dei vaccini», rivela che le case produttrici dei vaccini hanno incassato cifre da capogiro grazie al monopolio garantito dai brevetti. Una maggiore competizione avrebbe permesso verosimilmente di garantire vaccini a tutto il mondo. L’Imperial College di Londra ha calcolato che produrre una dose del vaccino Pfizer costa circa un euro, e 2,4 per Moderna. A fronte di costi irrisori, il monopolio brevettuale ha permesso di vendere le dosi a prezzi elevatissimi, 14 euro a dose per Pfizer in media, anche 16-20 per Moderna. Un vero e proprio apartheid: i paesi ricchi hanno accumulato il 90% delle dosi e in quelli a basso reddito nemmeno l’1% della popolazione è vaccinata.

L’utile incassato dalle aziende ammonterebbe a 34 miliardi di euro. 26 dei quali dalla sola Ue (un quinto del bilancio europeo). I profitti sono stati girati agli azionisti (22 miliardi di euro in un anno per Pfizer, Johnson & Johnson e AstraZeneca) o ai 9 nuovi miliardari censiti dalla rivista Forbes. Se fossero stati reinvestiti sarebbe stato possibile fornire un vaccino a ogni abitante della terra. Produrre altre otto miliardi di dosi Pfizer sarebbe costato meno di otto miliardi di euro: la stessa cifra spesa dal programma Covax, la partnership tra Oms, Unicef e fondazioni private per fornire vaccini nei paesi a basso reddito. Solo che Covax coprirà solo il 23% della popolazione dei paesi a basso e medio reddito.

Per il fallimento del programma umanitario, la Pva non fa sconti alla Alleanza globale per la vaccinazione (Gavi) e alla Coalizione per la preparazione contro le epidemie (Cepi), fondazioni influenzate da magnati come Bill Gates e membri-chiave di Covax. «Sono stati troppo vicini alle aziende», scrivono gli analisti. «Hanno preferito gli accordi segreti piuttosto che chiedere alle aziende di fornire a Covax vaccini rapidamente e a prezzi di costo o quasi».
Costi così iniqui si spiegano con il sostanziale monopolio. Romperlo diventa dunque cruciale, come insegna la storia della lotta all’Aids. «La competizione – scrive il rapporto – abbatté i costi dei trattamenti contro l’Hiv del 99%, portandoli da 10.000 dollari l’anno a paziente a soli 67 dollari» all’inizio degli anni 2000. Nelle conclusioni, il rapporto torna a chiedere che per la lotta al Covid si abbandonino brevetti e segreti industriali e si trasferisca ad altre aziende il know how per allargare la produzione dei vaccini il più velocemente possibile.

Una vittima esemplare del mondo alla rovescia

Voghera. Abbandonata da tempo, e per responsabilità di tutti, la costruzione della dimensione sostanziale dell’uguaglianza, assisteremo all’attacco a tutta forza rivolto anche alla sua dimensione formale. E il contenuto della nostra democrazia costituzionale risulterà svuotato, oltre che della sua componente sociale, già andata perduta, anche della sua componente liberale

Francesco Pallante  30.07.2021

Saranno gli inquirenti a stabilire cosa esattamente sia accaduto la sera del 20 luglio a Voghera, e a trarne la corretta qualificazione giuridica. Una cosa, tuttavia, è chiara fin dal primo istante: un uomo con la pistola ha ucciso un uomo senza la pistola.

Dalla parte del grilletto, Massimo Adriatici: professionista affermato, esponente della destra di governo, titolare di una carica istituzionale. Dalla parte della canna, Youns El Boussettaoui: migrante senza lavoro, privo di dimora, mentalmente disturbato. In un mondo normale, il primo avrebbe dovuto prendersi cura del secondo, in forza del dovere istituzionale di garantire la sicurezza che manca a chi vive la propria esistenza in balìa della fame, delle intemperie, delle malattie; nel mondo anomalo in cui viviamo, gli ha invece inflitto la più radicale delle insicurezze: lo ha privato della vita.

Prevedibile, ma non per questo meno sconcertante, la spietata reazione di Matteo Salvini: «La difesa è sempre legittima», «se quel signore fosse stato espulso, sarebbe ancora vivo». Ma, che dire del tweet di Enrico Letta, secondo il quale «oggi a Voghera un uomo è morto per colpa di una pistola»? O dell’assoluto silenzio con cui la tragedia è stata accolta a Palazzo Chigi e al Quirinale?
Due sono i profili di allarme che mi pare meritino di essere sottolineati.
Il primo riguarda il nostro presente: vale a dire, il modo in cui i governi – tutti i governi – (non) si occupano delle condizioni, sempre peggiori, in cui versano gli ultimi della scala sociale.

In un ribaltamento concettuale degno di Maria Antonietta, il problema del disagio sociale di chi sta in basso è stato tramutato nel problema del disagio personale di chi sta in alto. Se tante amministrazioni comunali, anche di centrosinistra, si sono ridotte ad adottare misure che (illegittimamente) vietano l’accattonaggio e persino gesti di minima solidarietà, come l’offerta di cibo ai mendicanti, è perché la semplice vista dei diseredati provoca, ai più, un fastidio venato di ostilità.
A fronte di un problema ineludibile – come trattare chi ha la sventura di nascere in un ambiente che lo espone alla malattia, alla povertà, all’ignoranza, al degrado? – la principale preoccupazione dei nostri amministratori è tutelare la serenità dello shopping, dell’aperitivo e persino della messa, rendendo i poveri invisibili ai frequentatori dei centri cittadini.

Esattamente ciò a cui miravano il “pacchetto” Maroni, i decreti Minniti-Orlando, i decreti Salvini-Conte: consentire ai sindaci di colpire il disagio sociale con misure repressive e Daspo urbani a tutela del «decoro» dei “quartieri bene” delle città.
Inutile aggiungere che, nello stesso tempo, proprio mentre la repressione si faceva più incisiva, ogni politica a contenuto sociale veniva progressivamente abbandonata, sino al punto che gli interventi assistenziali risultano, in misura sempre crescente, affidati alla carità privata, a partire da quella delle fondazioni bancarie (là dove ce ne sono). Un vero e proprio ritorno all’Ottocento.
Il secondo profilo di allarme riguarda il nostro futuro: e, più precisamente, l’assai probabile prossimo avvento al governo di una destra estrema, incline a flirtare oscenamente col fascismo.

Passato il tempo del populismo economico rivolto contro l’Unione europea e la sua moneta – questo il senso profondo dell’operazione Draghi: mettere il «pilota automatico» (parole sue) all’economia per i prossimi decenni, chiunque sia a governare –, a Meloni e Salvini non resterà che indirizzare la frustrazione del Paese contro i movimenti sociali, il dissenso politico, la lotta sindacale, la resistenza culturale, i migranti, le minoranze religiose, il pluralismo sessuale.
Abbandonata da tempo, e per responsabilità di tutti, la costruzione della dimensione sostanziale dell’uguaglianza, assisteremo all’attacco a tutta forza rivolto anche alla sua dimensione formale. E il contenuto della nostra democrazia costituzionale risulterà svuotato, oltre che della sua componente sociale, già andata perduta, anche della sua componente liberale (d’altronde è una costante: messi alle strette, i sedicenti liberali scelgono sempre di difendere il capitale piuttosto che la democrazia).

Sventare – o, quantomeno, contenere – questa terribile e minacciosa deriva è, forse, ancora possibile, ma a condizione di saperle opporre una solida visione politica alternativa. Qualche componente della precedente maggioranza parlamentare avrà il coraggio di esprimerla?
Tra un gruppo parlamentare privo di radicamento politico e sociale, un partito guidato da un segretario che non parla chiaro nemmeno di fronte all’uccisione di un uomo e un movimento coautore dei decreti salviniani una nota di speranza viene dalla manifestazione ferma, composta e coraggiosa dell’associazionismo vogherese.