ARMI DI DISTRAZIONE DI MASSA DI UN GOVERNO LIBERISTA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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ARMI DI DISTRAZIONE DI MASSA DI UN GOVERNO LIBERISTA da IL MANIFESTO

Se il green pass funziona come arma di distrazione

Economia e pandemia. Se questo è il panorama, appare sconcertante che nell’estate più politicizzata della nostra storia recente il dibattito si polarizzi attorno a piccole restrizioni da imporre a chi volesse consumare un caffè ad un tavolino all’interno di un bar, come si trattasse della madre di tutte le battaglie

Tommaso Nencioni 05.08.2021

L’estate ha rappresentato a lungo un tempo sospeso per la politica. Perfino nel travaglio che condusse al centro-sinistra degli anni ‘60 i partiti si concessero una pausa estiva all’ombra del celebre “governo balneare”.
Oggi, sotto l’urto del Covid e di una crisi economica più che decennale, lo scontro politico sembra non andare mai in vacanza. Ragioni ce ne sarebbero a iosa: la pandemia suggerisce drastiche inversioni di tendenza in materia di sanità pubblica e di privilegi dei grandi gruppi farmaceutici; le crisi aziendali devastano il paese da nord a sud, da Brescia a Bologna a Firenze a Napoli, gettano intere famiglie nella disperazione e fanno arretrare ulteriormente l’Italia nella divisione internazionale del lavoro; la vicenda Mps pone i gruppi dirigenti davanti ad un bivio non banale, se continuare nell’indirizzo suicida di socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti, oppure dotare il paese di una banca pubblica fondamentale nella gestione dell’economia reale; la crisi climatica impone decisioni non più rinviabili; la scuola pubblica è un campo minato di precarietà lavorativa e di porte spalancate all’esclusione sociale; la cosiddetta ripresa economica naviga su un mare di precarietà.

Se questo è il panorama, appare sconcertante che nell’estate più politicizzata della nostra storia recente il dibattito si polarizzi attorno a piccole restrizioni da imporre a chi volesse consumare un caffè ad un tavolino all’interno di un bar, come si trattasse della madre di tutte le battaglie. È il mondo alla rovescia della politica neoliberale, che fa passare per tecnicismi scelte politiche dirimenti e si avviluppa con toni apocalittici attorno a fatti di costume marginali. Forze politiche completamente avulse dalla realtà del paese si fanno dettare l’agenda da grandi corporazioni mediatiche intente a spargere una coltre di green pass sulle condizioni reali delle persone in carne ed ossa.

C’è però, alla base di questo mondo politico rovesciato, un dato strutturale. La restaurazione neoliberale non ha comportato solo un’ingente ridistribuzione di ricchezza dal basso verso l’alto, ma anche una nuova configurazione istituzionale. Si discute tra gli accademici se caratteristica dello Stato neoliberale sia il suo estremo lassez-faire o il suo interventismo a senso unico a favore della grande impresa; quando invece il vero dato di rottura andrebbe colto nell’impermeabilità delle sue istituzioni al conflitto sociale e redistributivo. In un tale quadro istituzionale il capitale inserisce il pilota automatico, e la politica annaspa a favore di telecamere attorno a fatterelli di colore.

Bisogna comprendere le ragioni profonde di questa grande trasformazione e individuare a tempo i rimedi. Per tutto il dopoguerra e fino agli anni ‘80 le politiche di intervento pubblico in economia, la vivacità dei partiti e dei sindacati e le politiche di piena occupazione avevano relativizzato il potere nelle nostre società. Un qualche equilibrio all’interno dei luoghi di produzione era stato raggiunto; le esigenze dell’accumulazione erano delimitate – attraverso le costituzioni antifasciste e la mobilitazione operaia – da esigenze di coesione sociale; la nozione stessa di politiche di piena occupazione stava ad indicare che eventuali periodi di crisi sociale non erano da considerare fatti naturali, ma frutto di decisioni contrastanti con l’interesse generale. Le istituzioni sorte dalla lotta al fascismo e dal conflitto operaio erano sufficienti ad inceppare i meccanismi dell’accumulazione e le logiche di potere ad essi sottese.

Era fondamentale dunque, per i detentori dei grandi capitali, rompere la dialettica virtuosa tra conflitto e istituzioni che aveva permesso l’avanzamento materiale e di potere delle classi subalterne.
I contropoteri edificati dai gruppi subalterni nell’esercizio del conflitto, poi istituzionalizzati attraverso l’opera dei partiti di massa, dovevano essere banditi. Il potere decisionale doveva essere avocato ad istituti democraticamente irresponsabili e incontrollabili, la trojka. Il potere delle assemblee elettive doveva essere compresso. La liberalizzazione dei movimenti di capitale doveva essere l’arma definitiva per tenere il lavoro ovunque sotto ricatto.

Per invertire questa tendenza molte misure concrete possono essere suggerite, dalla riproposizione del ruolo pubblico in economia al salario minimo, alla fortificazione dei meccanismi di reddito di base, alla messa in campo di azioni decise contro le delocalizzazioni. Ma alla base dovrebbe figurare, come impegno per le forze progressiste, un compito di più lungo periodo: la riconfigurazione del nesso tra conflitto e istituzioni, il rovesciamento delle logiche dello stato neoliberale e la nuova costituzionalizzazione dei contropoteri popolari. Altrimenti restiamo condannati a fare da spettatori al dibattito per il diritto del caffè al tavolino, mentre fuori il capitale procede con il pilota automatico.

Riecco il ponte di Messina. O almeno un altro «studio»

Redazione  05.08.2021

Non tramonta mai il sole sul ponte sullo stretto di Messina, che non c’è ma che trova sempre qualcuno che vuole costruirlo. Ne ha parlato ieri il ministro delle infrastrutture (e «mobilità sostenibili») Enrico Giovannini, che in audizione alla camera ha annunciato la partenza di uno «studio di fattibilità», per il quale è già disponibile un finanziamento di 50 milioni (previsto dal governo Conte 2) che si andrà ad aggiungere ai tanti soldi già spesi in progettazioni archiviate (e non è detto che basterà).

Lo studio dovrebbe essere affidato a Italferr (gruppo Ferrovie dello Stato) e secondo Giovannini «potrebbe concludersi entro la primavera del 2022». Anche perché, spiega, sono rimaste in campo due sole opzioni, una volta esclusa quella del tunnel sotto il canale che aveva affascinato alcuni 5 Stelle (altri restano contrari all’opera).

L’alternativa è tra ponte a campata unica e ponte a tre campate, che già apparirebbe preferibile per i minori costi di costruzione e il minor impatto ambientale. Secondo Giovannini si tratterà di «un approccio serio e attento» che servirà ad «arrivare a una scelta condivisa» in modo da poter indicare le risorse necessarie «nella legge di bilancio 2023». Il che fa già concludere agli entusiasti del progetto tipo Italia viva che «la prima pietra potrà essere posata prima della fine della legislatura». Mentre secondo la Lega, che si è già iscritta al partito della campata unica, lo studio di fattibilità è solo un «tatticismo di Pd e M5S» per «perdere tempo». Per Rossella Muroni di fare eco «Giovannini ha delineato un percorso di almeno due anni, chi parla di cantierabilità in sei mesi sta mentendo».

La battaglia sugli ecoreati non si ferma

Riforma della Giustizia. La Camera ha bocciato, per soli 5 voti, l’ordine del giorno che vincolava il governo a cancellare i rischi di improcedibilità per i processi contro chi inquina l’ambiente

Stefano Ciafani  05.08.2021

È stato commesso un grave errore politico e culturale, difficilmente comprensibile. Non può che essere questo il nostro commento al voto da parte della Camera dei deputati sulla riforma della giustizia in materia di ecoreati. E non possiamo che esprimere il nostro sdegno per gli esiti della votazione sull’ordine del giorno con cui s’impegnava il governo Draghi a rimediare all’errore commesso, insieme alla maggioranza parlamentare che lo sostiene. Un vastissimo schieramento trasversale che comprende anche forze politiche come il M5S e il Pd con cui, insieme a Sel/Si, nella scorsa legislatura avevamo portato a compimento in Parlamento la nostra maratona lunga 21 anni per far inserire i delitti contro l’ambiente nel codice penale.
Lo abbiamo detto in tutti i modi nelle settimane scorse.

Lo abbiamo fatto insieme a Libera, Wwf, Greenpeace e Gruppo Abele, con cui condividiamo ogni giorno dure battaglie contro l’illegalità ambientale e le mafie in tutto il Paese. Non si capisce sulla base di quale criterio delitti come quelli di mafia, terrorismo, violenza sessuale aggravata e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti possano beneficiare di tempi più lunghi rispetto, ad esempio, al peggiore degli ecoreati come il disastro ambientale, dove ad essere minacciata è la salute e la vita di migliaia di persone. Si tratta di una «classifica di gravità» senza alcun fondamento che ha di fatto creato un ingiustificato disequilibrio tra delitti di serie “a” e di serie “b”. Sicuramente condivisibile se l’obiettivo era evitare la tagliola dell’improcedibilità, ad esempio, per i reati di mafia ma che non ha tenuto minimamente in considerazione, tra l’altro, gli importanti risultati ottenuti da magistratura e forze di polizia grazie all’applicazione dei nuovi ecoreati della legge 68 del 2015.

Lo sdegno comunque non ferma la nostra azione. Dopo la bocciatura alla Camera, per soli 5 voti, dell’ordine del giorno che vincolava il governo a cancellare i rischi di improcedibilità per i processi contro chi inquina l’ambiente, il nostro impegno continua, in nome del popolo inquinato. Chiediamo al governo e alla maggioranza che lo sostiene di garantire che i procedimenti penali resi possibili grazie ai delitti ambientali inseriti nel Codice penale, dall’inquinamento al disastro fino al traffico illecito di rifiuti, possano beneficiare di tutto il tempo necessario per l’accertamento della verità. Dal 2015 al 2020 sono state più di quattromila le inchieste avviate dalle Procure, quasi 13 mila le persone denunciate e 4 mila circa le ordinanze di custodia cautelare. Si tratta di un lavoro straordinario, frutto di mesi, a volte anni, di faticose indagini operate da valorosi uomini dello Stato che, senza la modifica della riforma della giustizia approvata dalla Camera, rischia di essere spazzato via.

Dopo aver ottenuto 6 anni fa una riforma del codice penale a dir poco epocale, che ha chiuso una lunghissima stagione di impunità per ecocriminali e inquinatori seriali, ancora oggi purtroppo molto attivi sul territorio nazionale, rischiamo ora un terribile passo indietro che i tanti territori massacrati da numerose illegalità ambientali, con evidenti impatti sulla salute di moltitudini di persone, non capirebbero affatto. E noi che siamo stati sempre al loro fianco continueremo a combattere per non permettere a nessuno di indietreggiare nella lotta ai “ladri di futuro”. A partire dal dibattito parlamentare che si riaprirà a settembre al Senato sulla riforma della giustizia.
(*presidente nazionale di Legambiente)