CRISI e RICONVERSIONE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
4752
post-template-default,single,single-post,postid-4752,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-1.2.1,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-5.2.1,ajax_fade,page_not_loaded,wpb-js-composer js-comp-ver-6.1,vc_responsive

CRISI e RICONVERSIONE da IL MANIFESTO

La crisi spiazza la destra ma anche la sinistra

Pandemia. La pandemia ha aumentato le disuguaglianze, che in autunno potrebbero esplodere in malessere. La destra si prepara a cavalcarlo, ma è compito della sinistra individuare le nuove fratture sociali e la direzione che dovrebbero avere gli interventi del governo

Aldo Carra 14.07.2020

La pandemia, dice l’Istat, ha aggravato le disuguaglianze e colpito soprattutto i soggetti più fragili. Questa prima lettura rafforza la previsione che in autunno possa esplodere il malessere. La destra si appresta a cavalcarlo, il governo a reperire risorse per attenuarlo. A chi se non alla sinistra il compito di individuare le nuove fratture sociali, aggiornare le mappe delle disuguaglianze, rappresentarne i nuovi soggetti, offrire sbocchi al malessere?

E quello di interagire con le tante energie, soprattutto giovanili, impegnate nel volontariato e nei movimenti ambientalisti, perché escano dai rispettivi gusci ed affrontino da protagonisti la sfida di un ricambio generazionale della politica? La mia impressione è che la pandemia imponga a tutti un aggiornamento degli schemi di lettura della società. Lo impone alla destra, sicura che la battuta di arresto della globalizzazione avrebbe ricompattato i corpi sociali riproponendo schemi binari elementari già collaudati: italiani contro stranieri, noi e gli altri e, naturalmente, prima noi. Ma la gente, anche quella di destra, ha ben altri problemi cui pensare e molla anche Salvini per rifugiarsi nella nostalgia del tempo che fu.

Lo impone anche alla sinistra che pur dispone di schemi più ricchi ed articolati: diversità e disuguaglianze, di genere, di generazioni e territoriali e loro concrete manifestazioni nei campi della salute, istruzione, qualità ambientale e relazionali. Ma, ciò malgrado, essa non appare capace di presenza e mobilitazione sociale perché la pandemia non ha agito solo accentuando i divari esistenti tra alto e basso della scala sociale tradizionale, ma ne ha creati di nuovi che ancora non cogliamo. Ad esempio ha tagliato in tre segmenti verticali tutte le categorie scavando fossati tra persone e settori pesantemente colpiti, altri toccati solo parzialmente e temporaneamente, altri ancora che dalla pandemia hanno addirittura tratto profitti.

E le stesse prime risposte di emergenza date dal governo con garanzie al credito, bonus vari, attivazione di strumenti di tutela contrattuali ed altro, se sul piano oggettivo hanno potuto attenuare l’impatto della crisi, su quello soggettivo hanno prodotto sentimenti di esclusione, di comparazione e di invidia sociale per i privilegi di chi ha più potere di condizionamento (vedi la scandalosa eliminazione dell’Irap dovuta sui redditi dell’anno precedente a prescindere dall’impatto della crisi). Queste nuove fratture si intrecciano con quelle preesistenti e configurano sempre di più una società spezzatino, fatta di gruppi sempre più piccoli e di individui sempre più soli.

Come reagirà nel perdurare della crisi questo nuovo reticolato sociale a maglie sempre più fitte che imprigionano ed escludono? E, soprattutto, come evitare di consegnare alla destra il potenziale di rabbia implicito? A queste domande c’è, credo, una sola risposta: progettare e proporre un modello di sviluppo che ricomponga un tessuto sociale lacerato e traduca e proietti rabbia e delusioni in speranze di cambiamento possibile.

Belle parole, ma non credibili se affidate a ceti politici logorati, in quarantena intellettuale da un bel po’ di anni. E forse anche da questo deriva il consenso all’impegno di Conte ed all’originale connubio tra generosità e tendenze accentratrici. Ma qui non ci si può fermare attestandosi, come purtroppo sta accadendo, sul politicismo miope delle prossime elezioni, sul rubacchiarsi i pochi consensi di chi vota senza pensare ai tanti giovani che non votano o ancora non votano. Né ci si può limitare a una difesa d’ufficio di Conte che sa tanto di ipocrisia. Serve uno scatto nuovo e potente nel comparto progressista della società. Ma siamo nella condizione del cane che si morde la coda: la crisi della politica scoraggia i movimenti, la debolezza dei movimenti non rinnova la politica.

Si apre qui un capitolo tutto da declinare. Intanto occorre prendere onestamente atto che, oggi come oggi, non ci sono alternative a Conte. Secondo: non rinunciare ad una funzione autonoma per influenzarne le scelte. Ma questa non può ridursi alle sollecitazioni a fare presto a prescindere. Occorre decidere quale direzione, quale senso di marcia imprimere all’azione del governo.

I megaindirizzi che guideranno l’erogazione dei fondi europei sono, nella loro genericità, condivisibili. Ma il governo sarà sollecitato in direzioni diverse dai gruppi di pressione. Da sinistra occorrerebbe esercitare una pressione in un’unica direzione: tutti gli interventi vanno misurati con i redditi e con i lavori che generano. Più lavoro e più redditi. Questi dovrebbero essere i due binari paralleli sui quali marciare verso il futuro indirizzando e misurando l’azione del governo e cercando di parlare ai soggetti che popolano le diverse caselle del nuovo reticolato. Soggetti politici (a quando un segno di vita del gruppo parlamentare di Liberi ed uguali pur presente in parlamento e nei sondaggi?) sindacati e movimenti possono spendersi per questi obiettivi? O aspettiamo che il Conte che critichiamo faccia il miracolo di rimediare alle nostre debolezze contando sulla sua vicinanza a Padre Pio?

Dominque Méda, la crisi si fronteggia con una riconversione ecologica

TEMPI PRESENTI. Intervista con la filosofa e sociologa francese da anni impegnata sui temi legati al lavoro e all’equità salariale. Insieme a molte studiose e teoriche francofone, è tra le prime firmatarie dell’appello «democratizing work». «Non dobbiamo solo impegnarci in una transizione energetica, bensì ricostruire le nostre economie»

Francesca Maffioli 14.07.2020

Dominque Méda, sociologa e filosofa francese, che fin dagli anni Novanta si occupa dei temi legati al lavoro, di politiche sociali e di promuovere l’equità lavorativa tra donne e uomini, deplora la grande mancanza di preparazione delle nostre società di fronte a questa crisi. Impreparazione che le sembra da imputarsi anche alla delocalizzazione delle produzioni «più strategiche».
Secondo Méda, attualmente direttrice dell’Institut de recherche interdisciplinaire en sciences sociales all’Université Paris-Dauphine, per non soccombere, è necessario trasferirsi in un quadro completamente nuovo che lei chiama «conversione ecologica». Invita a pensare alle crisi che verranno e a come fronteggiarle riconvertendo gli assetti economici secondo un indice di salute sociale, un cambiamento radicale del nostro comportamento di fronte all’utilizzo dei beni e al credo della crescita esasperata. Ma anche pensando a «far rientrare» le produzioni dei beni essenziali (al fine di rendere autonomi e «in rete» i nostri territori) e a riorganizzare i metodi di lavoro: riqualificando lo statuto delle lavoratrici e dei lavoratori nell’obiettivo di rivalorizzare il loro ruolo all’interno delle imprese.

Nel recente appello «Democratizing Work», firmato anche da lei, si parla di «de-mercificazione del lavoro». Come è possibile impedire alle leggi del libero mercato di infiltrarsi e stabilirsi in modo irreversibile anche nei settori in cui non dovrebbero applicarsi?
Mi sembra che ciò sia possibile in particolare attraverso lo sviluppo di servizi pubblici, considerando indispensabile collocare più settori al di fuori delle leggi del mercato e dei vincoli di redditività (questo è ciò che il presidente della Repubblica francese aveva indicato nel suo discorso del 12 marzo). È inoltre necessario sviluppare un settore gestito da comunità locali, associazioni e anche l’economia sociale e solidale che non sia diretta dalla ricerca del profitto. Più specificamente, quando si tratta di clima o salute, dobbiamo riconoscere a queste realtà lo statuto di beni comuni.

La crisi sanitaria sta mostrando che l’«investimento» davvero essenziale è quello legato all’esistenza stessa delle lavoratrici e dei lavoratori. Ritiene che la compensazione salariale, in nome della giustizia distributiva legittima, sia sufficiente per ripristinare lo status dei lavoratori?
La crisi sanitaria, considerata da molti ricercatori come una crisi del capitalismo sfrenato, ha rivelato ed esacerbato le disparità. Agendo alla maniera di un esperimento naturale, ha effettivamente rimosso dallo spazio pubblico e dal nostro campo visivo un certo numero di attività e professioni; lasciando circolare alla luce del sole solo i lavoratori essenziali per la nostra sopravvivenza – diventati improvvisamente pienamente visibili. A seguito di un’inversione subitanea, un certo numero di mestieri finora poco considerati, poco coronati di prestigio, troppo spesso considerati e classificati come parte della categoria «lavori non qualificati» (cinque milioni di persone in Francia) si sono rivelati eminentemente utili e capaci di contribuire più di molti altri alla soddisfazione dei bisogni fondamentali della società. Operatori sanitari (badanti, infermiere, infermieri, medici), ma anche aiutanti domiciliari, cassiere, cassieri, conduttori di taxi, autobus, camion, addette e addetti alle consegne e alle pulizie, giornaliste e giornalisti hanno occupato lo spazio urbano e le scene mediatiche.
Tutto ciò lasciando nell’ombra quelli che continuavano a lavorare nei campi o nei magazzini, i quali, egualmente poco protetti, hanno corso altrettanti rischi, a differenza dei telelavoratori e di tutti coloro che erano, volenti o nolenti, privati del lavoro. Queste sono anche le persone che, come hanno dimostrato diversi sondaggi britannici, hanno reso il più alto tributo in termini di esposizione e mortalità. Bisogna che i loro salari e le loro condizioni di lavoro migliorino considerevolmente.

In Francia, la necessità di manodopera ha aperto le porte del mondo del lavoro a donne giovani e razzizzate, che in precedenza occupavano le linee di un precariato apparentemente senza soluzione – e che ora accettano di esporsi per sopravvivere. Dopo questa emergenza, cosa accadrà ai loro contratti di lavoro? Che ne sarà del loro precariato?
In effetti, dato che un certo numero di dipendenti non era più disponibile, i rinforzi sono venuti proprio da coloro le quali avevano assoluto bisogno di un reddito. Queste donne rischiano di essere respinte al momento del de-confinamento e di unirsi alla massa di persone che cercano un lavoro senza, tuttavia, necessariamente essere in grado di essere indennizzate. Una riforma estremamente punitiva dell’indennità di disoccupazione è entrata in vigore lo scorso novembre, con misure che allungano notevolmente il tempo di lavoro necessario per accedere all’indennità.

Può provare a spiegarci l’importanza di una transizione ecologica ed energetica? In che modo la nozione di post-crescita, menzionata nel titolo di un’opera che ha co-diretto e pubblicato nel 2017, è collegata a queste transizioni? In che modo il concetto di decrescita può essere considerato una sfida democratica?
Ad attenta lettura della letteratura scientifica in merito, è probabile che la temperatura dell’atmosfera terrestre si riscaldi di diversi gradi durante questo secolo, il che renderà inabitabile gran parte del pianeta. Questi sviluppi saranno accompagnati da incendi, siccità, cicloni, alluvioni, congelamento del permafrost – effetti che avranno conseguenze incalcolabili e imprevedibili perché questi processi non sono lineari ma possono portare a rotture brutali. Questo sviluppo è in parte irreversibile perché i gas serra si accumulano nell’atmosfera e vi rimangono per molto tempo; ma probabilmente possiamo rallentare questo processo di degrado, coinvolgendo le nostre società in una vera «riconversione ecologica». Ho formato questo termine nel 2010 intitolando così la cattedra che il Collège d’études mondiales mi ha offerto: «Riconversione ecologica, lavoro, occupazione, politiche sociali». Questo significa per me che non dobbiamo solo impegnarci in una semplice transizione energetica, ma ricostruire completamente le nostre economie e ripensare i nostri parametri, i rapporti umani, la nostra cosmologia da cima a fondo. Dobbiamo ripensare in particolare una parte dell’eredità della modernità europea, quella formalizzata da Francis Bon o René Descartes, che pensava alla separazione tra uomo e natura e legittimava una forma di sfruttamento della seconda da parte della prima. Dobbiamo inventare un’altra cosmologia – vale a dire un’altra rappresentazione del posto dell’essere umano all’interno della Natura (e non come un impero in un impero); ripensare tutte le nostre discipline in modo che cessino di fingere che non ci sia un «esterno» all’umano o come se fosse un bidone della spazzatura. Dobbiamo integrare il Pil e i conti nazionali con altri indicatori per smettere di essere ossessionati dalla crescita. Dobbiamo riconoscere che se la crescita ci ha procurato benefici indicibili, ha anche causato danni: dobbiamo staccarci dal feticismo della crescita e cercare piuttosto di soddisfare i nostri bisogni sociali entro rigorosi limiti sociali e ambientali.

Sta crescendo una convinzione, e non solo nell’ambito della collassologia: questa crisi sanitaria è l’avanguardia della prossima crisi ecologica. Pensa che un incamminamento verso una «sobrietà dei consumi» e una certa «autosufficienza locale» siano risposte possibili? Come e da dove iniziare?
È evidente che questa crisi è un campanello d’allarme: le nostre capacità produttive, le nostre reti energetiche, le telecomunicazioni, le nostre infrastrutture, la nostra agricoltura sono state salvaguardate.
La crisi climatica, al contrario, rischia di metterne a ginocchio gran parte. Dovremo affrontare carestie, migrazioni climatiche. Tutto può andare molto rapidamente, lo Stato sarà sopraffatto. Dobbiamo quindi anticipare questa crisi – che è già iniziata – il più presto possibile. In che modo? Investendo massicciamente nella riconversione delle nostre economie: investendo decine di miliardi nel rinnovamento termico degli edifici, nel rinnovamento delle infrastrutture, nei trasporti pubblici, nell’agro-ecologia, nella ricostruzione delle nostre città; anticipando la chiusura di aziende e la soppressione di posti di lavoro in determinati settori e organizzando la riqualificazione delle persone verso una sorta di servizio pubblico per il clima, come proposto ad esempio dall’associazione One million climate Jobs; istituendo quote di emissione di carbonio a tutti i livelli, individuali, delle organizzazioni e delle nazioni in modo da garantire la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra in modo equo. Dobbiamo anche spostare le nostre produzioni: è certo che ciò sarà creatore di posti di lavoro, davvero utili questa volta.

*

SCHEDA. BREVI NOTE BIBLIOGRAFICHE

Docente all’Université Paris-Dauphine, direttrice dell’Institut de recherches interdisciplinaires en sciences sociales e titolare della cattedra in «Riconversione ecologica, lavoro, occupazione e politiche sociali» al Collège d’études mondiales. Autrice nel 2013 di «La mystique de la croissance»; con Isabelle Cassiers e Kevin Maréchal ha curato il volume «Vers une société post-croissance» (2017); e il recente «Les nouveaux travailleurs des applis» (2019) con Sarah Abdelnour.