URGE RIFORMARE L’ONU da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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URGE RIFORMARE L’ONU da IL MANIFESTO

Una concezione obsoleta dei rapporti internazionali

Atlantismo. Nell’ultimo cinquantennio la globalizzazione del sistema capitalista ha raggiunto un’estensione e pervasività straordinarie rispetto a quelle che hanno caratterizzato le fasi precedenti della sua storia

Ignazio Masulli  25.03.2021

Nell’ultimo cinquantennio la globalizzazione del sistema capitalista ha raggiunto un’estensione e pervasività straordinarie rispetto a quelle che hanno caratterizzato le fasi precedenti della sua storia.

Senonché la stessa estensione della globalizzazione capitalista a gran parte del mondo contemporaneo ha portato ad una varietà di conformazioni del sistema in contesti molto diversi tra loro per storia, struttura sociale, interessi, alleanze. Tali differenze sono particolarmente pronunciate in casi come quelli della Federazione russa e degli altri stati post-sovietici che, al pari dei paesi socialisti dell’Europa orientale, hanno conosciuto la transizione da economie di piano a vari approdi economici e politici al capitalismo.

Non meno particolare è il caso della Cina, passata a quella che i suoi governanti definiscono una “economia socialista di mercato”. Altre rilevanti peculiarità sociali e politiche contraddistinguono l’India, ma sono riscontrabili anche nei maggiori paesi del Sud America o in altri, più piccoli, ma situati in regioni strategiche come il Medio Oriente e il Nord Africa.
Di fronte ad una realtà tanto varia e complessa la pretesa di imporre vecchie supremazie e gerarchie nell’ordinamento dei rapporti politici internazionali è palesemente obsoleta e velleitaria.

Per questo, iniziative di politica estera come quelle intraprese dall’Amministrazione Biden rispecchiano concezioni e mire del tutto superate. Il che le rende dannose per tutti. Esse rischiano, infatti, di rilanciare ed acutizzare in maniera unilaterale una competizione tra differenti interessi geo-economici e politici, che andrebbero invece mediati e bilanciati sulla base di una concezione plurale e il più possibile cooperativa di obiettivi e aspirazioni pur diverse.

La pretesa di un rilancio della premiership del blocco atlantico è tanto più antistorica e pericolosa in quanto comporta necessariamente la riaffermazione di un tipo di sviluppo, cui si sono in vario modo accodate anche le nuove potenze e i paesi in via di sviluppo, e che ha portato il mondo sull’orlo di crisi terminali.

La devastazione dell’ambiente, il riscaldamento del pianeta, la concentrazione dell’aumento della popolazione mondiale nei paesi più poveri, l’allargamento a forbice delle diseguaglianze tra paesi più e meno sviluppati e all’interno sia degli uni che degli altri, cui si aggiungono ora anche le disastrose e non casuali conseguenze della pandemia in atto, dimostrano con tutta evidenza la necessità di un diverso concerto dei rapporti internazionali per far fronte alle interdipendenze e dimensioni globali dei problemi che incombono sul nostro futuro prossimo. Il che richiede che una nuova concezione, paritaria e cooperativa, dei rapporti internazionali gravitanti intorno a nuovi obiettivi e strategie di sviluppo.

In altri termini, l’affrancamento da un atlantismo obsoleto e pervicace ha una finalità duplice.
Da un lato, significa interrompere un’intollerabile catena di interventi armati o supporti indiretti a conflitti interni, messi in atto negli ultimi decenni in diversi paesi dell’America Latina, dell’Africa settentrionale e subsahariana, del Medio Oriente.

Iniziative dimostratesi tanto devastanti per le popolazioni coinvolte, quanto controproducenti per la stabilità e il miglioramento degli equilibri politici internazionali. Dall’altro, deve promuovere un nuovo tipo di sviluppo che arresti la distruzione degli equilibri naturali e sociali.
In definitiva, occorre una concezione differente e nuova dei rapporti internazionali, pensata in un’accezione positiva e complementare delle diversità, che devono convivere in rapporti di collaborazione quanto mai necessari nel concorso alla costruzione di un nuovo sistema-mondo.

I rischi di un ritorno a una divisione «ideologica»

Cina-Usa-Ue. Sanzioni, contro sanzioni, opinioni pubbliche radicalizzate: il tentativo americano (e russo) di ricreare due blocchi contrapposti in modo totale non conviene a nessuno, specie alla CinaSimone Pieranni  25.03.2021

Dopo l’incontro in Alaska e il duro confronto tra Usa e Cina, la situazione si è fatta frenetica: la Ue ha sanzionato alcuni funzionari cinesi per le gravi violazioni dei diritti umani in Xinjiang, la Cina ha risposto con misure molto dure contro europarlamentari e enti di ricerca; subito dopo sono arrivate le sanzioni contro Pechino di Usa, Gran Bretagna e Canada.

Il tutto mentre il ministro degli esteri Lavrov era in Cina, mentre una delegazione cinese era in Corea del Nord, e mentre si svolgeva il summit dei ministri degli esteri della Nato e poco prima dell’annuncio della presenza (virtuale) di Biden al Consiglio d’Europa. Cosa trarre da questa frenetica attività di questi paesi? Intanto che Biden – in attesa di capire come si comporterà da un punto di vista commerciale – sta cercando di ricompattare il fronte atlantico contro la Cina.

Apparentemente ci sta riuscendo, ma alcune questioni rimarranno aperte. Ad esempio in Asia, dove la muscolarità americana anti cinese, se rassicura più di Trump Seul e Tokyo, non convince totalmente paesi che con la Cina hanno a che fare quotidianamente e alla quale si erano riavvicinati, in termini commerciali, durante l’era Trump.

C’è poi la posizione cinese da indagare: la reazione alle sanzioni Ue è stata scomposta, sintomo che a Pechino si sentono braccati e non è mai un segnale positivo. In più c’è Mosca che spinge per andare in direzione di una creazione di blocchi ideologici, proprio come vogliono fare gli Usa. Mosca ha bisogno del sostegno cinese a livello economico e tecnologico e stringe i tempi per ridurre la dipendenza dal dollaro e per sostenere Pechino contro l’Occidente.

La Cina, se ha sempre supportato in sede Onu la Russia con la quale ha ampie cooperazioni, rischia così di finire in una cornice che non si addice alle sue recenti politiche, improntate a fare affari con tutti, senza guardare in faccia il segno politico dell’interlocutore.

Colpire la Ue per avvisare gli Usa, inoltre, potrebbe mettere a repentaglio due cose: intanto l’accordo economico con la Commissione e che dovrà essere ratificato dal Parlamento Ue; in secondo luogo rischia di perdere terreno con la Ue, impegnata a trovare una nuova identità nella fase post Merkel e in questo momento «guidata» da Macron e Draghi: uno scenario nel quale Pechino dovrebbe muoversi con cautela, cercando di capire cosa potrebbe succedere in un continente nel quale perde Merkel, stimata in Cina nonché sostenitrice di una linea pragmatica (affari e tirate d’orecchio per i diritti umani) che ha pagato, rendendo la Germania il primo partner europeo della Cina.

Si procede dunque alla giornata, con gli ambasciatori cinesi convocati dai governi europei, anche in Italia, e con le rispettive opinioni pubbliche sempre più radicalizzate. E a fare da sfondo c’è la pur sempre turbolenta situazione del Pacifico dove tutte queste chiacchiere rischiano di trasformarsi in un vero e proprio confronto militare.

Bisognerebbe riformare l’ONU. Eliminando il diritto di veto, aumentando i poteri del Consiglio e dotandolo di tutti gli strumenti necessari per assumere il proprio ruolo essenziale nell’ambito della concertazione politica internazionale.”