UN PO’ TRAGEDIA E UN PO’ FARSA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UN PO’ TRAGEDIA E UN PO’ FARSA da IL MANIFESTO

Foto di famiglia jihadista, tra farsa e tragedia americana

Biden dopo Kabul. L’ultimo soldato Usa se ne è andato come uno spettro nella notte ed ecco che si annuncia un governo talebano di «consenso»: è la road map di Doha, ma Biden stenta a giustificarsi

Alberto Negri  01.09.2021

Nel caso degli Stati uniti la storia si ripete sia come tragedia che come farsa. Hanno fatto la guerra contro Bin Laden e il Mullah Omar e ora al potere a Kabul c’è la famiglia afghana degli Haqqani, i migliori amici di Osama che ieri hanno riportato nel Paese Amin ul Haq, antico compagno di lotta del capo di Al Qaeda. Insomma la foto della famiglia jihadista si ricompone e viene subito spedita alla Casa Bianca. E non per caso: ci sono oltre 200 americani che restano da riportare a casa e con questi talebani bisogna trattare.

L’ultimo soldato americano se ne è andato come uno spettro nella notte ed ecco che sta anche per arrivare un governo talebano di «consenso», il segnale che nella riconsegna del Paese agli studenti coranici la road map di Doha ha avuto un seguito concreto. Disfatta militare dell’esercito, ritiro Usa disastroso ma un «format» politico che potrebbe trovare l’approvazione di Washington.
Tragedia e farsa si intrecciano tra passato e presente. Mentre ieri il presidente Biden parlava alla nazione per giustificare un enorme fallimento, 40 anni fa l’America progettava di creare un «pantano vietnamita» per l’Urss in Afghanistan. Secondo le memorie dell’ex vicedirettore della Cia Robert Gates, l’operazione “Cyclone” volta ad armare e finanziare gli insorti afgani era stata lanciata mesi prima che le truppe sovietiche entrassero in Afghanistan su richiesta di Kabul.

Tuttavia, dopo una guerra di 10 anni e perdite immense, le forze sovietiche evitarono un’umiliante sconfitta in «stile vietnamita» con un ritiro ordinato concluso il 15 febbraio 1989. Non solo: allora il governo filo-sovietico di Najibullah durò altri tre anni, mentre il presidente Ghani è scappato negli Emirati con un bel malloppo.
Ecco perché il tutto è un po’ tragedia e un po’ farsa. Gli americani diffidavano da tempo del governo che loro stessi tenevano in piedi. Tanto più che proprio in Afghanistan l’anno scorso era sparito, forse ucciso in un incidente aereo, Michael D’Andrea, detto il Principe delle Tenebre o “Ayatollah Mike”, considerato il cervello della Cia dietro gli omicidi di Bin Laden e del generale iraniano Qassem Soleimani. Uno dei motivi per cui il 2 luglio gli Usa se ne sono andati dalla base di Bagram di notte e senza avvertire gli afghani era che non si fidavano più di loro. Bagram suona come un avvertimento per tutti gli alleati degli americani: possono essere abbandonati in un batter d’occhio.

Nessuno si fidava più di nessuno e gli Usa non potevano più contare su nessun alleato per la ritirata. Questo è stato un fattore chiave nel disastro. Il generale Boris Gromov, ultimo comandante della 40a armata in Afghanistan, in un’intervista a Sputnik del 2019 ha rivelato che Mosca aveva mantenuto contatti con alcuni leader dei mujaheddin afghani e strinse un accordo con il tagiko Shah Massud, che aveva condotto la lotta contro le forze sovietiche nel Panshir. Fu così Massud, il nemico, a garantire un passaggio sicuro alle truppe sovietiche.
E ora gli Stati uniti devono per forza trattare con i talebani per evacuare qualche centinaio di cittadini americani. Sono gli unici alleati utili che hanno sul campo (a parte i tagiki del Panshir ma sotto assedio). Per di più avranno bisogno anche delle loro informazioni per condurre eventuali atti di ritorsione contro i jihadisti dell’Isis-Khorassan.

Gli americani non riconoscono il nuovo regime a Kabul ma questo è fumo negli occhi dei loro alleati occidentali: di fatto hanno riconsegnato l’Afghanistan ai talebani con gli accordi di Doha, gli hanno fatto un regalone insomma, forse con il pensiero riposto che adesso saranno Russia, Cina e attori regionali con Pakistan e Iran a dover fare i conti, nel bene e nel male, con il pantano afghano. Un pantano c’è sempre, che si sposta come un pendolo tra Est e Ovest, per inguaiare le grandi potenze. Aspettiamo il prossimo, a scelta, tra il Sahel, l’Iraq, il Libano, la Siria, la Somalia.

La sconfitta in Afghanistan è un evento di grande portata ma è altrettanto vero che la storia degli Stati Uniti è costellata di clamorosi insuccessi più o meno strategici, dalla caduta di Saigon del 1975, alla detronizzazione dello scià d’Iran nel 1979, con l’umiliante presa in ostaggio dei diplomatici americani, dalla strage di militari Usa in Libano sotto Reagan alla Somalia di Aidid del 1993, al disastro dell’Iraq nel 2003, che con il ritiro Usa del 2011 aprì la strada all’ascesa dell’Isis, preceduta dall’inspiegabile liberazione di Al Baghdadi rinchiuso nelle carceri americane. Anche il Mullah Baradar stava nelle carceri pakistane fino al 2018 e gli americani lo hanno fatto liberare perché funzionale al format diplomatico di Doha.

E adesso gli Stati Uniti, entro fine anno, si ritirano dall’Iraq per la seconda volta, scaricando la patata bollente alla Nato e all’Italia che guiderà la missione con 1.100 uomini. Che Iraq stanno lasciando lo sappiamo: un Paese instabile, con un governo debole, forze armate ancora fragili dove un giorno i turchi bombardano i curdi, un altro tocca rispondere alle milizie filo-sciite e un altro ancora c’è un attentato dell’Isis. La credibilità degli Stati uniti è intaccata ma i loro problemi diventano, giorno dopo giorno, i nostri. L’America di Biden non è isolazionista ma pensa sempre di più a suoi interessi.