UN “PATRIOTA” O UN UR-FASCISTA SUL COLLE da IL MANIFESTO e CORSERA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UN “PATRIOTA” O UN UR-FASCISTA SUL COLLE da IL MANIFESTO e CORSERA

Un «patriota» o un Ur-fascista sul Colle?

In una parola. La rubrica settimanale a cura di Alberto Leiss

Alberto Leiss  14.12.2021

Intanto una premessa: quando l’orrendo assalto guidato dai caporioni di Forza Nuova ha devastato la sede vuota della Cgil a Roma ho condiviso ovviamente l’esigenza di reagire adeguatamente, ma non mi hanno convinto tante affermazioni basate sul rischio di un «ritorno» del fascismo, con tanto di analogie alla violenza squadrista che precedette, negli anni ’20, la presa del potere di Mussolini, prendendo a bersaglio le Camere del Lavoro, i giornali di sinistra, i singoli militanti e esponenti dei partiti legati al movimento operaio, o anche solo coerentemente liberali.

Questo non vuol dire che non si debba stare in guardia verso tutto ciò, a cominciare dal linguaggio, e arrivando ai meccanismi più o meno tecnologizzati di controllo e di disciplinamento, che minaccia seriamente le libertà che ogni democrazia dovrebbe saper garantire.

La situazione di rischio è seria: ieri sul Corriere della sera Massimo Gaggi scriveva in modo molto allarmato dei «pericoli che corre l’America», dove la metà del sistema democratico rappresentato dal partito repubblicano ormai quasi completamente «trumpizzato», è impegnata a preparare una rivincita contro Biden ricorrendo a ogni sistema per limitare il diritto di voto degli strati sociali e delle minoranze etniche che potrebbero contrastare Trump.

Ormai la soglia che separa la lotta politica, per quanto dura, da una qualche sorta di «tecnica del colpo di Stato» sembra ridursi sempre di più. E se questo accade nella «più grande democrazia del mondo» non c’è da stare tranquilli da nessun’altra parte dello stesso, sempre più piccolo, pianeta.

La leader dei Fratelli d’Italia Georgia Meloni, riconosciuta e corteggiata in questi giorni da tutti gli esponenti politici, da Letta a Renzi, Conte, con l’aggiunta significativa del capo di Confindustria Bonomi ecc. ha subito incassato le cortesie affermando abbastanza rudemente che vuole «un capo dello Stato che fa gli interessi della Nazione e non del Pd. Noi vogliamo un patriota». Ha poi detto che Berlusconi sicuramente lo è, mentre su Draghi non ha «ancora elementi». Troppi «dossier» economici aperti. Ma Meloni sa già che Palazzo Chigi è «l’ufficio stampa dell’Eliseo» mentre Letta è il «Rocco Casalino di Macron».

Certo, è stato forse giusto affermare che sarebbe meglio un accordo anche con l’attuale opposizione per eleggere il nuovo presidente. Ma la leader di Fratelli d’Italia ha sentenziato in poche battute che Mattarella, come altri predecessori, è fazioso pro Pd, che Draghi e Letta sono traditori che fanno comunella col nemico francese, e ha poi aggiunto che «bisogna uscire dal pantano dell’attuale sistema di elezione del capo dello Stato per entrare in una Repubblica presidenziale».

Umberto Eco, parlando il 25 aprile del ’95 a studenti americani aveva descritto le parole che caratterizzano l’«Ur-fascismo», il «fascismo eterno» che non va individuato solo in chi sventola svastiche e cita Mussolini, o si abbandona a atti vandalici contro i sindacati. Tra le molte di queste parole ricordo l’opposizione ai «governi parlamentari», e la retorica nazionalista: «A coloro che sono privi di una qualunque identità sociale, l’Ur-fascismo dice che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese».

Il direttore del Domani Stefano Feltri ha chiesto ai tanti politici (e giornalisti) che hanno interloquito con Georgia Meloni alla festa di Atreju se davvero volessero «legittimarla così».

Preferisco le buone maniere, soprattutto tra chi rappresenta democraticamente gli elettori e le elettrici. Ma senza ignorare o sottovalutare i discorsi che alimentano una cultura antidemocratica.

La politica e l’idea di patria

Ernesto Galli della Loggia  14/12/2021

Soltanto in democrazia è garantita a tutti la più ampia libertà di pensiero, e quindi il vincolo patriottico può includere virtualmente ognuno) È un interesse primario della democrazia italiana che vi sia una Destra libera da qualunque interdetto ideologico e quindi pienamente legittimata a governare, e da tempo Giorgia Meloni, con la sua vivida intelligenza politica e la sua personale simpatia (che in politica conta, eccome!) si sta dimostrando capace di fare molti passi importanti su tale strada. Proprio per questo è utile cercare di chiarirsi le idee sull’uso sempre più insistito del termine «patriottismo» che la stessa presidente di Fratelli d’Italia va facendo da qualche settimana e da ultimo anche in relazione alla figura del prossimo presidente della Repubblica che essa reclama che sia un «patriota». Patria e patriottismo, infatti, sono cose troppo importanti perché sull’una e l’altro permanga qualche equivoco.

Una cosa allora va detta prima di ogni altra, specialmente nel caso di un regime democratico come il nostro: il patriottismo non può essere un monopolio di nessuno. Il patriottismo non è un’opzione politica, talché si finisca inevitabilmente per concludere che sarebbe patriota chi la pensa come noi e invece non lo sarebbe chi ha opinioni diverse o magari opposte. Ciò vale anche nel caso di questioni d’importanza capitale. Nel 1947 Croce e Salvemini, i quali erano convinti che non si dovesse firmare il Trattato di pace imposto dai vincitori all’Italia, da essi giudicato un diktat umiliante e ingiusto, non erano certo meno patrioti di De Gasperi o di Nenni che invece credevano fosse più conveniente all’interesse del Paese firmare quel Trattato.

Che cosa sia più congruo all’interesse nazionale in una data circostanza — e quindi in questo senso più patriottico — è materia di giudizio politico, in cui entrano in misura decisiva i nostri valori, la nostra visione del mondo, al limite le nostre simpatie e antipatie. E dunque bisogna stare molto attenti a spiccare condanne di «antipatriottismo». Anche in casi di errori politici conclamati. Il patto di Londra, ad esempio, con il quale l’Italia entrò nella prima guerra mondiale (chiedo scusa per questi riferimenti storici ma la storia è una galleria di casi concreti che servono bene a spiegarsi), il patto di Londra, dicevo, per le sue clausole e la sua complessiva scarsa lungimiranza doveva rivelarsi per l’Italia, a guerra finita, un campionario di errori catastrofici. Ma a nessuno verrebbe mai in mente per questo di accusare Sidney Sonnino, il ministro degli esteri che nell’aprile del 1915 firmò quel patto, di non essere un «patriota». In un certo senso, anzi, lo era fin troppo.

Se c’è nel vocabolario politico un termine inclusivo è il termine «patria». Una dimensione, quella della patria, che, ha scritto Piero Calamandrei, indica, qualcosa di «comune e di solidale che è più dentro» in ciascuno di noi. Cioè qualcosa che va al di là delle opinioni politiche, per più versi qualcosa di prepolitico, in forza del quale sentiamo di avere un legame, un patrimonio condiviso (a cominciare da quello fondamentale della lingua) anche con chi nutre idee politiche diverse, pure assai diverse, dalle nostre. Proprio per questo solamente la nazione democratica può essere in realtà una vera patria. Perché solo in un regime democratico è garantita a tutti la massima latitudine delle opinioni, la più ampia libertà di pensiero, e quindi il vincolo patriottico può avere la massima estensione, includere virtualmente ognuno. Laddove viceversa è la dittatura di una fazione che, anche se si ammanta di valori nazionali, se proclama di rappresentare gli interessi massimi del Paese, in realtà, mettendo al bando coloro che non ne condividono i principi, non solo rende il patriottismo impossibile, ma produce un effetto ancora più devastante: di fatto mette all’ordine del giorno la guerra civile

Giorgia Meloni ha deciso da tempo di mollare gli ormeggi che in qualche modo continuavano a tenere legato Fratelli d’Italia al passato della vecchia Alleanza Nazionale e di cercare una nuova rotta in grado di condurre il suo partito al centro di nuovi equilibri politici. Cercando quindi anche nuove parole capaci di sottolineare questo nuovo corso: penso ad esempio al termine «conservatore» con cui ha preso ad autodefinirsi. A mio giudizio ha fatto e sta facendo bene. Ma le parole sono pietre. Vanno usate con cautela: se le si adopera con eccessiva disinvoltura, pur senza alcuna cattiva intenzione, possono far male. Agli altri ma soprattutto a noi stessi.

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