UN DIALOGO CHE HA IL SAPORE AMARO DELLA RESA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UN DIALOGO CHE HA IL SAPORE AMARO DELLA RESA da IL MANIFESTO

Il macabro umorismo di Boris Johnson

Gli umanitari. In vent’anni sono morti in questo modo 71.000 civili innocenti, venti volte il numero di americani vittime degli attacchi dell’11 settembre 2001

Fabrizio Tonello  24.08.2021

Se ci fosse un premio per l’umorismo politico macabro, questa settimana andrebbe al primo ministro inglese Boris Johnson che domenica ha fatto sapere via Twitter di aver convocato per oggi un G-7 sull’Afghanistan. Un G7 con lo scopo di “assicurare evacuazioni sicure, prevenire una crisi umanitaria e sostenere il popolo afgano per garantire i progressi degli ultimi 20 anni”. Progressi, davvero: circa 4.000 morti per la Nato (fra cui 53 italiani) e 240.000 tra gli afgani.

Oggi i media americani e quelli europei si concentrano sulla situazione all’aereoporto di Kabul: quanti racconti commoventi abbiamo sentito su tutto il bene che gli alleati stavano facendo, specialmente per le donne e le ragazze, che ora torneranno a essere chiuse in casa dai talebani? Peccato che la giusta preoccupazione per la violazione dei diritti umani da parte di questi ultimi non fosse altrettanto visibile quando i bombardamenti americani colpivano donne e bambini nel corso di matrimoni, o feste di villaggio, scambiando assembramenti pacifici per raduni di guerriglieri. In vent’anni sono morti in questo modo 71.000 civili innocenti, venti volte il numero di americani vittime degli attacchi dell’11 settembre 2001.

Domenica, in un discorso piatto e pieno di cifre, il presidente Biden ha detto che la sua amministrazione potrebbe rinviare la scadenza del 31 agosto per la fine della presenza di truppe americane a Kabul e ha promesso che tutti gli alleati afgani evacuati avrebbero avuto la possibilità di andare negli Stati Uniti, o in altri paesi, dopo essere stati controllati nelle basi militari nel Golfo, in Spagna e in Germania dove sono stati portati negli ultimi giorni. “Daremo il benvenuto a questi afghani che ci hanno aiutato nello sforzo bellico negli ultimi 20 anni” ha detto Biden.

Tra questi ci sono senza dubbio migliaia di afgani che lavoravano come interpreti, guide o autisti per mantenere le proprie famiglie ma ci sarà anche la cleptocrazia afgana al completo: “Il governo di Kabul non era un governo, ma un’organizzazione criminale integrata verticalmente, la cui attività principale non era di fatto l’esercizio delle funzioni statali, ma piuttosto l’accaparramento di risorse per guadagno personale” ha scritto la collaboratrice del Carnegie Endowment for International Peace, Sarah Chayes sul suo blog. Secondo la Chayes, l’ultimo speaker del parlamento afgano, Rahman Rahmani, per esempio, è multimilionario, grazie a contratti monopolistici per fornire carburante e sicurezza alle forze statunitensi nella loro base più importante, Bagram, evacuata qualche settimana fa. Un caso che era la regola, non l’eccezione: del resto come sarebbero stati spesi 2.000 miliardi di dollari se non in sprechi e corruzione?

Agli americani e agli europei piace pensare che l’invasione del 2001 sia stato un valoroso tentativo di portare la democrazia in Afghanistan: peccato che gli afgani non fossero pronti o non si preoccupassero abbastanza della democrazia per volerla difendere dai talebani. La realtà è diversa: per gli Stati Uniti, dal punto di vista della sicurezza nazionale, una volta che Bin Laden era morto, non esisteva più una ragione strategica per rimanere nel paese, come hanno riconosciuto prima Trump firmando gli accordi di Doha e poi Biden nel suo discorso di qualche giorno fa. Il resto era propaganda.

Se “l’esercito afgano” si è dissolto nel giro di qualche giorno è perché non esisteva, faceva parte di quell’elaborata frode internazionale su vasta scala chiamata “governo afgano”. Un modello di business che i leader locali, a cominciare dall’immarcescibile Hamid Karzai, che sembra tornare in gioco in queste ore, avevano sviluppato con maestria e che non aveva nulla a che fare con il governo di un paese, men che meno con il suo sviluppo o la difesa dei diritti umani. Era notevolmente efficace solo nel raggiungere il suo obiettivo: arricchire la cricca al potere. Checché ne dica oggi Boris Johnson.

Si offre un dialogo che ha il sapore amaro della resa

La polemica. Non si può dimenticare che i taleban (versione originale) erano stati formati, finanziati e portati al potere da Stati uniti, Pakistan e Arabia saudita. Sembra quasi che alla base del dialogo ci sia la concezione che, in fondo, i taleban e il terrorismo islamico, sono solo una reazione all’occupazione e alle guerre occidentali

Giuliana Sgrena  24.08.2021

La parola magica è dialogo. Per salvare gli afghani o per lavare la coscienza di chi ha occupato per vent’anni il paese e ora fugge lasciando la situazione che aveva trovato al suo arrivo: l’emirato dei taleban. C’è chi sostiene che bisogna trattare con il nemico, quindi i taleban. In questo caso gli Usa sono in pole position per aver negoziato (che cosa non è del tutto chiaro, c’erano e ci sono clausole rimaste segrete) con il nuovo capo di Kabul, il mullah Abdul Ghani Baradar a Doha. Tuttavia i sostenitori del dialogo dicono con chi (taleban) ma non su che cosa trattare: per il rispetto dei diritti umani, per i diritti delle donne, per lasciare le frontiere aperte a chi vuole fuggire, per formare un governo «inclusivo» (ma per quello stanno già trattando l’ex-presidente Hamid Karzai e il vicepresidente tagiko Abdullah Abdullah), per accaparrarsi delle risorse minerarie? E chi dovrebbe trattare con i taleban?La comunità internazionale (ammesso che qualcuno possa trattare per tutti), l’Onu, l’Unione europea, gli ex-occupanti, i paesi vicini?

Non si può dimenticare che i taleban (versione originale) erano stati formati, finanziati e portati al potere da Stati uniti, Pakistan e Arabia saudita. Il Pakistan sembra il principale artefice della nuova vittoria lampo, gli interessi in ballo sono evidenti. Senza dimenticare che Russia e Cina stanno già trattando e da una posizione di forza perché non hanno evacuato le proprie ambasciate, e che comunque la trattativa presuppone in qualche modo il riconoscimento dell’emirato.

Trattare nel momento in cui i taleban sono interessati a mostrare l’immagine più accettabile dell’emirato, per ottenere riconoscimenti a livello internazionale, così la trattativa sarebbe più accettabile per tutti. Trattare, dopo essere scappati, per tornare e come? Senza una presenza internazionale chi garantirebbe un eventuale accordo?
Insieme alla trattativa si sostiene la necessità del ritorno della politica, estremamente importante, ma sembra che in questo caso la politica sia intesa solo come compromesso.
Manca comunque una riflessione sul fallimento (ma quali erano i veri obiettivi?) del ventennale intervento occidentale, forse era tutto calcolato e la fuga con il ritorno dei taleban potrebbe lasciare la via aperta a un eventuale nuovo intervento «umanitario» in futuro come sostengono alcuni democratici afghani.

A parte le previsioni per un futuro certamente non roseo da qualunque parte si guardi, resta il problema del perché dopo vent’anni i taleban che hanno subito anche emorragie verso al Qaeda e Isis, pur con l’appoggio di potenze regionali, non siano stati intaccati ed erosi nelle loro fondamenta da vent’anni di presenza occidentale. L’occupazione essenzialmente militare ed economica non si è mai confrontata e non ha mai combattuto l’ideologia che sorregge il fondamentalismo islamico e anche il terrorismo.

Sembra quasi che alla base del prospettato dialogo con i taleban ci sia la concezione che, in fondo, sia loro che il terrorismo islamico più in generale, sono solo una reazione all’occupazione e alle guerre occidentali. Purtroppo questa semplificazione è errata. Probabilmente ormai nessuno si ricorda più delle stragi dei Gruppi islamici armati (Gia) in Algeria negli anni ’90, degli sgozzamenti e dell’uccisione delle donne che non portavano il velo per mano di combattenti reduci dall’Afghanistan, in quel paese non c’è mai stato un intervento straniero, però c’era una moschea chiamata Kabul.

Per la protezione temporanea non serve l’unanimità

La Direttiva del 2001. Il numero minimo per l’Ue dovrebbe essere 250 mila persone da accogliere nel territorio dei 27 Paesi, considerando la gravità della crisi e quanto già oggi afghani e altri gruppi obbligati a lasciare le loro case pesino sul resto del mondo e non sull’Europa, che fa di tutto per impedire a rifugiati, profughi e sfollati di arrivare alle nostre frontiere per esercitare il diritto di asilo

Filippo Miraglia  24.08.2021

Dopo anni di scelte sbagliate, in linea con i governi sovranisti e le destre xenofobe, l’accoglienza dei profughi afghani potrebbe essere l’occasione per l’Ue, per le forze democratiche europee, per un cambio di direzione. L’occasione giusta per imboccare una strada coerente con la Carta Europea dei Diritti e con le convenzioni internazionali.
Le dichiarazioni di Di Maio sull’impegno italiano a mettere in salvo 2500 afgani sono imbarazzanti, se pensiamo alla dimensione della crisi e alle nostre responsabilità.
Il premier canadese, per citarne uno, ha dichiarato subito che il suo Paese è pronto ad ospitarne 20 mila. Il Canada ha poco più della metà della popolazione italiana. L’Italia e l’Ue dovrebbero per lo meno impegnarsi in uno sforzo paragonabile a quello del Paese del nord America.

Il numero minimo per l’Ue dovrebbe essere 250 mila persone da accogliere nel territorio dei 27 Paesi, considerando la gravità della crisi e quanto già oggi afghani e altri gruppi obbligati a lasciare le loro case pesino sul resto del mondo e non sull’Europa, che fa di tutto per impedire a rifugiati, profughi e sfollati di arrivare alle nostre frontiere per esercitare il diritto di asilo.

250 mila persone da evacuare (meglio non usare la formula dei corridoi umanitari, come è già stato scritto sul manifesto, attivati volontariamente da organizzazioni religiose, per non ingenerare confusione sulla responsabilità di accogliere, che deve essere degli Stati) in sicurezza, con l’obiettivo di metterne in salvo anche molte di più se sarà necessario, senza aspettare che i sentimenti di preoccupazione e solidarietà svaniscano, per poter così uscirne con poco o nessun impegno concreto, come sembrano voler fare molti dei leader dei partiti e dei governi europei.

Ci vogliono atti concreti e non parole vuote o dichiarazioni di principio, né tanto meno la riproposizione cinica, come nel caso del capo della diplomazia europea Borrell, che dobbiamo fermarli prima che arrivino alle nostre frontiere e scaricarli sui Paesi limitrofi, per accogliere al massimo i collaboratori dei vari paesi.
Lo strumento per intervenire c’è ed è la Direttiva europea n.55/2001 sulla protezione temporanea.
Uno strumento legislativo che può essere attivato a maggioranza e non necessita dell’unanimità (quindi i governi contrari, i sovranisti e i loro amici, potranno farsene una ragione), ma di coraggio e intelligenza politica.

La Direttiva parla di afflusso massiccio o di imminente afflusso massiccio (parla di persone che sono state evacuate, quindi prevede il sistema dell’evacuazione), e ha l’obiettivo di concedere la protezione temporanea ai profughi e di promuovere l’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri. La Direttiva prevede altresì una copertura finanziaria dell’Ue e una stretta collaborazione con Unhcr.

Si può realizzare quindi una operazione di evacuazione europea, con risorse comunitarie e un piano di ripartizione adottato congiuntamente dagli Stati membri.
Se si vuole davvero fare qualcosa di concreto, e farlo come Unione europea, per evitare che le persone in fuga dai talebani si mettano nelle mani dei trafficanti e rischino a vita (o per lo meno per tentare di ridurre il danno), la Direttiva andrebbe attivata con urgenza: sarebbe la prima volta e darebbe davvero un bel segnale, anche se dubitiamo che i governi europei saranno in grado di fare scelte giuste e lungimiranti.

Il Patto europeo su Immigrazione e Asilo va esattamente nella direzione opposta. Il rischio concreto è che si perseguano le politiche e gli obiettivi delle destre, esprimendo grande solidarietà verso le donne e condanna contro i talebani, ma poi adoperandosi concretamente affinché quelle donne, insieme a uomini e bambini, restino dove sono a subire violenze e a vedere calpestata la loro dignità o che, se va bene, riescano a trovare asilo nel vicino Iran o in Pakistan. Le forze politiche e l’Ue devono decidere da che parte stare. La crisi afghana è l’occasione giusta per farlo.