UCRAINA: PROSSIMA “FALSE FLAG”? da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UCRAINA: PROSSIMA “FALSE FLAG”? da IL MANIFESTO

        «Mossa aggressiva» russa: Mosca propone la pace

L’arte della guerra. La Federazione russa propone agli Usa un trattato e un accordo per disinnescare le tensioni tra le due parti

Manlio Dinucci   21.12.2021

La Federazione Russa ha consegnato agli Stati Uniti d’America, il 15 dicembre, il progetto di un Trattato e di un Accordo per disinnescare la crescente tensione tra le due parti. I due documenti sono stati resi pubblici, il 17 dicembre, dal Ministero degli Esteri russo. La bozza di trattato prevede, all’Art. 1, che ciascuna delle due parti «non intraprenda azioni che incidono sulla sicurezza dell’altra parte» e, all’Art.2, che «si adoperi per garantire che tutte le organizzazioni internazionali e alleanze militari a cui partecipa aderiscano ai principi della Carta delle Nazioni Unite».

All’Art. 3 le due parti si impegnano a «non utilizzare i territori di altri Stati allo scopo di preparare o effettuare un attacco armato contro l’altra parte». L’Art. 4 prevede, quindi, che «gli Stati Uniti non stabiliranno basi militari nel territorio degli Stati dell’ex Urss che non sono membri della Nato», ed «eviteranno l’adesione di Stati dell’ex Urss alla Nato, impedendo una sua ulteriore espansione ad Est». Nell’Art. 5 «le parti si astengono dal dispiegare le loro forze armate e i loro armamenti, anche nell’ambito di alleanze militari, nelle aree in cui tale dispiegamento può essere percepito dall’altra parte come una minaccia alla propria sicurezza nazionale». Quindi «si astengono dal far volare bombardieri equipaggiati con armamenti nucleari o non nucleari e dallo schierare navi da guerra nelle aree, al di fuori dello spazio aereo e delle acque territoriali nazionali, da cui possano attaccare obiettivi nel territorio dell’altra parte».

All’Art. 6 le due parti si impegnano a «non usare missili terrestri a gittata intermedia o corta al di fuori dei loro territori nazionali, nonché nelle zone dei loro territori da cui tali armi possano attaccare obiettivi sul territorio dell’altra parte». L’Art.7, infine, prevede che «le due parti si asterranno dallo schierare armi nucleari al di fuori dei loro territori nazionali e riporteranno nei loro territori le armi già schierate al di fuori» e che «non addestreranno personale militare e civile di paesi non nucleari all’uso di armi nucleari, né condurranno esercitazioni che prevedano l’uso di armi nucleari».

Il progetto di Accordo stabilisce le procedure di funzionamento del Trattato, basate sull’impegno che le due parti «risolveranno tutte le controversie nelle loro relazioni con mezzi pacifici» e «utilizzeranno i meccanismi delle consultazioni e informazioni bilaterali, comprese linee telefoniche dirette per contatti di emergenza». Il Ministero degli Esteri russo comunica che la parte statunitense ha ricevuto spiegazioni dettagliate sulla logica dell’approccio russo e di sperare quindi che, nel prossimo futuro, gli Stati uniti avviino seri colloqui con la Russia su tale questione critica.

Tace per ora la parte statunitense. Si fa sentire però la Voce dell’America, megafono multimediale di Washington che parla in oltre 40 lingue a centinata di milioni di persone in tutto il mondo: dice che «molti esperti sono preoccupati per questa mossa della Russia, che vuole sfruttare il fallimento del negoziato come pretesto per invadere l’Ucraina». Tace per ora la Nato, in attesa degli ordini da Washington. Tace l’Italia che, pur non essendo destinataria diretta della proposta russa, è parte in causa: tra le armi nucleari che gli Usa schierano al di fuori del proprio territorio vi sono le bombe B-61 installate a Ghedi e Aviano, tra poco sostituite dalle più micidiali B61-12, al cui uso viene addestrato il nostro personale militare nonostante l’Italia sia ufficialmente paese non nucleare. E gli Usa si preparano a installare in Italia anche nuovi missili nucleari a gittata intermedia.

Mentre i media calano una quasi totale cappa di silenzio sulla proposta russa, i gruppi parlamentari la ignorano come se non avesse niente a che fare con l’Italia, esposta a crescenti pericoli quale base avanzata delle forze nucleari Usa contro la Russia. Trovino almeno il tempo di leggere in pochi minuti la bozza che la Russia ha consegnato agli Usa per aprire la trattativa, e abbiano il coraggio politico di esprimere pubblicamente il loro giudizio. Se è negativo, spieghino perché è in contrasto con la nostra Costituzione e la nostra sicurezza.

Ucraina, Putin alla Nato: pronti alla risposta militare

Riunito lo Stato maggiore: «La sicurezza russa in pericolo». Ma la trattativa si è aperta

Luigi De Biase  22.12.2021

Nei vent’anni abbondanti passati al vertice del potere russo, Vladimir Putin non ha mai usato toni così diretti e così duri verso la Nato. «Quel che sta accadendo, l’aumento delle tensioni in Europa, è tutta colpa loro», ha detto ieri allo stato maggiore delle forze armate riunito al ministero della Difesa: «Se l’occidente proseguirà su una linea aggressiva, adotteremo contromisure tecnico-militari proporzionate. Risponderemo con fermezza a passi ostili. Vorrei sottolineare che siamo pienamente autorizzati a farlo». Non è il linguaggio da caserma usato in pubblico ai tempi della guerra in Cecenia, ma la tendenza è simile e il fatto che Putin oggi avverta Europa e Stati Uniti come una minaccia esistenziale paragonabile alla multinazionale del terrore islamista non è certo una buona cosa. In particolar per i governi europei: nessuno sembra ancora pienamente consapevole dello stato delle cose.

SU UNA GRANDE MAPPA proiettata alle sue spalle, il ministro della Difesa, Sergeij Shoigu, ha fornito aggiornamenti sulla crisi in corso in Ucraina. Compresa la presenza lungo il fronte con la Repubblica di Donetsk di 150 contractor americani che avrebbero a disposizione anche «armi chimiche» – cioè munizioni non convenzionali. Il fatto, se confermato, andrebbe ben oltre le note «linee rosse» che la Russia chiede di rispettare e sulle quali Putin è tornato ieri: «Abbiamo bisogno di garanzie giuridicamente vincolanti, a lungo termine, ma sappiamo bene che non si può credere neanche a quelle», ha detto il capo del Cremlino: «Con una serie di pretesti, come ad esempio la sicurezza nazionale, gli Stati Uniti operano a migliaia di chilometri dal loro territorio, e quando il diritto o gli accordi dell’Onu li ostacolano, dichiarano tutto vecchio e superfluo».

SHOIGU SI È SOFFERMATO su dettagli destinati, questa è l’impressione, alla Nato e agli Stati Uniti, più che ai generali seduti in sala. Come la capacità delle truppe russe di riuscire a muoversi su una linea di 3.500 chilometri dalle installazioni di partenza. Il dossier Ucraina è avvertito, insomma, dalla élite militare putiniana come il pericolo più imminente sul piano della sicurezza. Non è il solo, ma è quello sul quale l’attenzione è più elevata.

QUESTO DIPENDE anche dagli eccezionali sforzi che gli Stati uniti stanno compiendo per mantenere attiva la minaccia. Nel fine settimana le solite fonti anonime legate a qualche agenzia di intelligence hanno rivelato al Washington Post piani che l’Amministrazione americana starebbero studiando per sostenere gli «insorti» ucraini nel caso di un’invasione russa, sull’esempio di quanto avvenuto in Afghanistan negli anni Ottanta e più di recente in Siria. È un paragone che dovrebbe avvilire il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che ha fatto dell’ingresso nella Nato il punto centrale del suo mandato, sia per l’ipotesi di vedere i soldati del suo esercito degradati allo status di «insorti», sia per la prospettiva di ricevere dagli Stati Uniti solo armamenti nell’eventualità di uno scontro aperto con la Russia. «Il messaggio alla Russia è che ci sarà un prezzo molto alto per qualsiasi azione contro l’Ucraina», ha ribadito il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg, che ha proposto, poi, di convocare di nuovo il Consiglio Nato-Russia «il prima possibile, all’inizio del prossimo anno».

DIETRO ALLE RECIPROCHE minacce, i colloqui sulle «linee rosse» di Putin sono già cominciati, diplomatici americani lo hanno confermato ieri al Financial Times, e in questa fase i russi sembrano avere un leggero vantaggio. Uno dei ragionamenti è il seguente: la Nato è davvero in grado di reggere un ricatto al Cremlino? Sino a che punto i governi dell’Alleanza atlantica vorranno affermare il primato degli affari militari nei loro rapporti con Mosca? La Russia affronta da quasi otto anni un regime di sanzioni particolarmente pesante, sanzioni che hanno avuto, però, conseguenze molto inferiori alle aspettative sul suo sistema economico e politico. Un paio di episodi, indipendenti dalle azioni del Cremlino, hanno ricordato, tuttavia, all’Europa, quant’è importante il ruolo della Russia sul mercato globale. Ieri il prezzo del gas naturale ha raggiunto i 2.150 dollari. A questo livello non era mai arrivato prima.

Non la «soluzione» georgiana ma quella finlandese

Crisi ucraina . Putin ha tracciato una «linea rossa»: mai l’Ucraina nella Nato. Anche l’Occidente ha una sua «linea rossa»: mai l’Ucraina inglobata dalla Russia. Che fare allora? La storia recente ci offre l’esempio della Finlandia.

Giuseppe Cassini  22.12.2021

In politica estera è fondamentale comprendere le «ragioni dell’altro». E nella crisi ucraina le ragioni dell’altro – ossia di Mosca – sono di un’evidenza palmare. L’Ucraina è la culla medievale del popolo dei Rus’; è lì che nacque la nazione russa; non esiste una frontiera naturale che separi i due Stati, accomunati dalla stessa cultura, dalla stessa religione e da una lingua sorella. A ragione Dostoevskij definiva l’ucraino Gogol il padre della letteratura russa.

Come si può credere che dopo il collasso sovietico Mosca avrebbe accettato l’espansione dell’Alleanza Atlantica fino a incidere il «ventre molle» della Russia? E poi, quanto dista Kiev dall’Atlantico? Quanto da Mosca? L’avrebbe capito anche un bambino. Ma non gli Stati uniti, forse perché storia e geografia non facevano parte del bagaglio politico dell’allora potenza egemone, accecata com’era dal trionfo sul comunismo.
Dunque la Nato a guida americana – una volta inglobati gli Stati appartenenti un tempo al Patto di Varsavia – si mise a vellicare il «ventre molle» della Russia.

Nella dichiarazione finale del Vertice della Nato a Bucarest, tenutosi nell’aprile 2008, fu inserita la frase seguente (paragrafo 23): «La Nato accoglie con favore le aspirazioni euro-atlantiche dell’Ucraina e della Georgia di farne parte. Oggi abbiamo convenuto che questi due Paesi diventeranno membri della Nato». Era stato il presidente Bush a pretendere di inserire nel testo finale questa formula impegnativa, contro le resistenze degli europei. Se oggi l’Ucraina fosse nella Nato, forse saremmo già in guerra: l’art. 5 del Patto Atlantico, infatti, ci obbliga a soccorrere militarmente ogni suo membro aggredito; e non sarebbe difficile definire atti di aggressione l’offensiva russa nel Donbass e l’annessione della Crimea.

La conferenza di Bucarest del 2008 fu molto più che l’usuale incontro annuale della Nato. Vi parteciparono ben 48 capi di Stato o di Governo, incluso Putin, perché a latere del Consiglio Nato si teneva anche il Consiglio Nato-Russia e la riunione del Partenariato per la Pace.
Fu davanti a questa platea che Putin venne umiliato dall’invito a Georgia e Ucraina di entrare nella Nato. Ecco perché nell’agosto successivo Mosca reagì duramente al tentativo dello scriteriato presidente georgiano Saakashvili di riprendersi con la forza l’Ossezia del Sud. Ecco perché nel 2014 Putin passò alle vie di fatto in Crimea e nel Donbass, territori abitati da moltissimi russi.

Anche gli Usa e la Nato hanno reagito, armando l’Ucraina di mezzi difensivi (fra cui i missili anti-carro Javelin) e inviando un corpo di consiglieri militari. I quali, però, hanno ammesso che in caso di massiccia offensiva russa la difesa crollerebbe in poche ore. Lo stesso generale Budanov, capo dell’intelligence militare a Kiev, ha dichiarato: «Dobbiamo essere obiettivi. Senza l’intervento di forze occidentali non ci sarebbero risorse sufficienti a respingere un attacco russo a tutto campo. Potremo resistere finché avremo pallottole. Ma credetemi: senza riserve esterne nessun esercito al mondo resisterebbe a un tale attacco».

Come disinnescare la miccia? Putin ha tracciato una «linea rossa»: mai l’Ucraina nella Nato. Anche l’Occidente ha una sua «linea rossa»: mai l’Ucraina inglobata dalla Russia. Che fare allora? La storia recente ci offre l’esempio della Finlandia. Granducato dell’impero zarista nell’Ottocento, ottenne da Lenin l’indipendenza. Ma durante la Seconda guerra mondiale i finlandesi affrontarono un durissimo scontro l’allora Unione sovietica, da cui uscirono cedendo quella parte della Carelia (23.000 kmq, inclusa la città di Viipuri) che si trovava «troppo» vicina a San Pietroburgo. Furono sfollati verso Helsinki 400.000 careli, quasi tutti non russi. A me capitò di andare in Finlandia nel 1959, in tempo per assistere al ricollocamento dei profughi e alle scene di famiglie divise che si salutavano da un lato all’altro del confine, ormai invalicabile.

La Finlandia riottenne la piena indipendenza in cambio della neutralità. Il fatto di esser rimasta fuori dalla Nato, in quanto «neutralizzata», non sembra aver nociuto alla Finlandia. Nel 1959 avevo trovato un Paese che stava appena uscendo dalla povertà. Oggi, con un reddito pro capite attorno ai 50.000 dollari, è entrato nella categoria dei Paesi ultra-ricchi, ed è classificato fra i più pacifici, competitivi e con la più alta qualità della vita al mondo. Sarebbe così inaccettabile, per l’Occidente e per la Russia, l’idea di «finlandizzare» l’Ucraina?

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