TUTTO È POLITICO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
5372
post-template-default,single,single-post,postid-5372,single-format-standard,stockholm-core-2.2.0,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-7.9,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.6.0,vc_responsive

TUTTO È POLITICO da IL MANIFESTO

Luigi Ferrajoli: l’orizzonte universale dei diritti fondamentali

Tempi presenti. Intervista al giurista e filosofo del diritto Luigi Ferrajoli. Un dialogo intorno ai volumi «Perché una Costituzione della terra?» (Giappichelli) e «La costruzione della democrazia» (Laterza). «La pandemia ha rivelato il clamoroso fallimento delle due destre egemoni: liberismo e sovranismo. Da essa possiamo trarre due insegnamenti: il primo è di segno anti-liberista, relativo al carattere pubblico, l’altro di segno anti-sovranista, relativo al carattere globale che dovrebbero rivestire le garanzie del diritto di tutti alla salute e alla vita, senza distinzioni né di ricchezza né di nazionalità»Roberto Ciccarelli  08.04.2021

La pandemia del Covid-19 ha svelato la totale mancanza di garanzie dei diritti, pur stabiliti da carte e convenzioni, l’inadeguatezza delle istituzioni internazionali e la subalternità dei governi alle aziende farmaceutiche sui vaccini. Per Luigi Ferrajoli questa situazione può riservare tuttavia un’opportunità politica. In due libri pubblicati di recente, La costruzione della democrazia. Teoria del garantismo costituzionale (Laterza, pp. 466, euro 30) e Perché una Costituzione della terra? (Giappichelli, pp. 80, euro 11) sostiene che, dopo anni di politiche liberiste, può prevalere nel dibattito pubblico il principio che la sanità pubblica, i vaccini e la tutela dei diritti fondamentali a cominciare dal reddito e dal salario non vanno affidati alle logiche del mercato ma garantiti ugualmente a tutti.

«Nella prospettiva di un costituzionalismo globale – spiega Ferrajoli – va stipulata la non brevettabilità di questi vaccini. E’ anzi necessario abolire i brevetti di tutti gli altri farmaci salva-vita, la non disponibilità dei quali determina ogni anno, nel mondo, milioni di morti. La pandemia sta poi facendo emergere un’altra intollerabile diseguaglianza: i vaccini sono stati accaparrati dagli stati più ricchi e quelli più poveri ne sono quasi totalmente privi. Solo tra tre o quattro anni potranno vaccinare tutte le loro popolazioni. L’accaparramento avviene anche grazie ai brevetti, peraltro finanziati con fondi pubblici. Occorrerebbe, nell’immediato, procedere almeno alla loro sospensione, come hanno proposto Sudafrica e India. Una moratoria dei brevetti permetterebbe agli Stati più poveri di produrre i vaccini e intensificare la risposta a un virus che ha già fatto nel mondo due milioni e mezzo di morti. Eviterebbe la morte di altri milioni di persone».Tuttavia gli Stati Uniti, le nazioni dell’ex Commonwealth, l’Unione Europea l’Italia si oppongono. In che modo a suo avviso si possono superare queste posizioni?
Sbagliano a opporsi. È nel loro interesse permettere la più ampia e rapida vaccinazione in tutto il mondo, se non altro per non subire altre ondate di contagi ad opera di varianti del virus sempre più aggressive. Vedremo nelle prossime settimane se prevarranno le ragioni della vita o quelle dei profitti. Se poi bisogna compensare le multinazionali e liberarsi dai loro ricatti, lo si faccia al più presto e si permetta la produzione dei vaccini ovunque sia possibile. Il problema è di tale portata che va risolto a qualunque costo. Ne va, ripeto, della vita di milioni di persone.

Gli ultimi dodici mesi hanno rivelato l’inadeguatezza di istituzioni come l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Come si dovrebbe riformarle per garantire effettivamente i diritti?
Oggi l’Oms ha solo quattro miliardi di bilancio. Ne occorrerebbero 4 mila l’anno per fare ricerca, prevenire e fronteggiare le pandemie e portare le cure di tutte le malattie in tutto il mondo. Serve più di una semplice revisione del suo trattato istitutivo, di cui si è parlato in questi giorni, in vista soltanto della prevenzione di future pandemie. Lo stesso vale per la Fao, che studia e fa progetti, ma non è certo in grado di porre fine alla fame nel mondo. Occorre trasformare queste istituzioni, ma anche la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, in vere istituzioni di garanzia indipendenti dal controllo dei paesi più ricchi, mettendole in grado di attuare le finalità enunciate nei loro stessi statuti: la garanzia dei diritti sociali, la promozione dello sviluppo dei paesi poveri, la crescita dell’occupazione e la riduzione degli squilibri e delle eccessive disuguaglianze.

In Italia la gestione della pandemia ha diviso profondamente lo Stato dalle regioni creando pesanti diseguaglianze. Occorre una riforma del titolo quinto della Costituzione?
Quella del 2001 è stata una delle riforme più regressive. La regionalizzazione della sanità equivale infatti a una lesione del principio di uguaglianza, essendo inammissibile che il grado di garanzia della salute sia diverso da regione a regione. Il caos attuale nella gestione della pandemia è stato poi una drammatica conferma anche della sua irrazionalità. Ancor più regressiva e incostituzionale sarebbe l’autonomia regionale differenziata rivendicata dalla Lega che, a questo punto, è sperabile che venga abbandonata.

La crisi sanitaria sta scatenando una crisi economica. Nella sua prospettiva quali politiche ipotizza a garanzia dei diritti di chi ha perso il lavoro, ha chiuso le attività, è povero?
In primo luogo un reddito di base universale e un salario minimo orario, stabilito a livello sovranazionale. Per evitare lo sfruttamento dovrebbe essere il doppio del reddito di base. Poi un fisco sovranazionale di carattere realmente progressivo sulle grandi ricchezze com’è stato suggerito da Anthony Atkinson e da Thomas Piketty. Contro le ripetute crisi economiche e la crescita delle disuguaglianze è necessario passare dallo stato sociale burocratico, con tutti i costi, le inefficienze e gli arbitri generati dalla mediazione burocratica, allo stato sociale dei diritti basato su garanzie pubbliche ex lege.

Alla luce di queste considerazioni come sintetizza l’idea proposta nel suo libro di un «costituzionalismo oltre lo Stato»?
Come un inveramento e come un’attuazione del paradigma costituzionale, logicamente conseguenti al carattere universale dei diritti fondamentali, i quali o sono di tutti, cioè uguali e indivisibili, come del resto stabiliscono le carte internazionali, oppure si trasformano in privilegi. Prendere sul serio questi diritti in quanto universali equivale perciò a disancorarli sia dalla cittadinanza che dal mercato. La pandemia ha rivelato il clamoroso fallimento delle due destre egemoni: liberismo e sovranismo. Da essa possiamo trarre due insegnamenti: il primo è di segno anti-liberista, relativo al carattere pubblico, l’altro di segno anti-sovranista, relativo al carattere globale che dovrebbero rivestire le garanzie del diritto di tutti alla salute e alla vita, senza distinzioni né di ricchezza né di nazionalità. La pandemia potrebbe insomma produrre un risveglio della ragione su questioni fondamentali e farci dire di essa, con le parole di Giambattista Vico, «sembravano traversie ed erano in fatti opportunità».

Ha ipotizzato una «Costituzione della terra». Di cosa si tratta?
Diversamente dalle costituzioni nazionali e dalle tante carte internazionali dei diritti, una Costituzione della Terra dovrebbe prevedere ed imporre, oltre alle tradizionali funzioni legislative, esecutive e giudiziarie, anche le funzioni e le istituzioni di garanzia primaria dei diritti fondamentali. Tutti questi diritti hanno infatti bisogno di norme di attuazione che introducano le istituzioni pubbliche che li garantiscano: un servizio sanitario mondiale, un’organizzazione mondiale dell’istruzione, un demanio planetario che sottragga al mercato beni comuni come l’acqua potabile e protegga le grandi foreste, i mari e i grandi ghiacciai, il monopolio pubblico della forza in capo ad organi di polizia internazionali e la conseguente messa al bando delle armi e degli eserciti nazionali. La mancanza di queste funzioni e di queste istituzioni di garanzia, in un mondo sempre più integrato e interdipendente, è una lacuna insostenibile del diritto internazionale, che equivale a una sua vistosa violazione.

Chi sono i soggetti di questa politica oggi?
È una politica basata sulla ragione, cioè sul nesso tra la salute degli umani e la salute del pianeta e, nei tempi lunghi, sugli interessi vitali di tutti. Su questi temi c’è stata in questi anni una generale crescita di consapevolezza, che si è manifestata in mobilitazioni collettive come “Fridays for future” e campagne come “Nessun profitto sulla pandemia”. A queste lotte sociali e a queste mobilitazioni civili, la prospettiva del costituzionalismo globale offre un obiettivo politico e istituzionale in grado, oltre tutto, di unificarle.

Cosa risponde a chi sostiene che questa democrazia cosmopolitica è utopistica?
Che è esattamente il contrario; che è la sola risposta razionale e realistica al dilemma affrontato quattro secoli fa da Thomas Hobbes: la generale insicurezza determinata dalla libertà selvaggia dei più forti, oppure il patto di convivenza pacifica sulla base del divieto della guerra e la garanzia della vita. Con due differenze e aggravanti di fondo: la capacità distruttiva degli odierni poteri selvaggi globali, incomparabilmente maggiore di quella nello stato di natura hobbesiano, e il carattere irreversibile delle devastazione da essi prodotte.

Dopo un anno di pandemia rischiamo di passare dal «niente sarà come prima» al «non esiste un’alternativa» a questo sistema?
Le alternative esistono. L’idea che esse non esistono è un’ideologia di legittimazione dell’esistente che naturalizza ciò che è totalmente artificiale, prodotto dell’attività e delle irresponsabilità della politica e dell’economia. Non c’è nulla di naturale in quello che sta accadendo. Tutto è politico.

 

Contrordine, non conviene tagliare le tasse ai ricchi

Crisi economica . La pandemia fa schizzare i debiti dei Paesi, servono soldi per la ripresa. Biden, Yellen e Fmi progettano l’aumento delle tasse (carbon tax, web tax, patrimoniale)Vincenzo Comito  08.04.2021

La pandemia ha avuto almeno il merito di mettere in rilievo l’insostenibilità dell’attuale politica economica e sociale dei governi occidentali. Incidentalmente, nel 2020 è nato nel mondo un nuovo miliardario in dollari ogni 17 ore, una cosa mai vista. In particolare, la gestione fiscale è da lungo tempo una delle maggiori fonti di ingiustizia; Stiglitz ed altri hanno parlato a questo proposito di una sorta di “fondamentalismo” ideologico.

Ora emergono, sorprendentemente, dei segnali che fanno sperare in qualche miglioramento, reso peraltro ormai quasi obbligato dalle circostanze. Le strade di New York vedono in questi giorni dimostranti con grandi cartelli che dicono “tassiamo i ricchi”. Elenchiamo così molte dichiarazioni recenti sulla questione fiscale che mostrano tra l’altro, tra di loro, una rilevante coerenza. Naturalmente bisognerà poi vedere i fatti; come si sa, essi sono duri da cuocere.

Il piano Biden e l’Fmi. Come è noto, Biden sta portando avanti un piano di 2,3 trilioni di dollari per le infrastrutture, mentre prepara un progetto di più di 1 trilione di dollari per l’istruzione e la cura dell’infanzia. Il primo dovrebbe essere finanziato portando l’aliquota sui profitti d’impresa al 28%, dopo che Trump l’aveva abbassata dal 35 al 21%, nonché elevando anche quella sugli utili esteri; il secondo, aumentando le tasse dei privati con un reddito di più di 400 mila$ annui. Protestano le associazioni imprenditoriali, i repubblicani e anche qualche democratico; l’approvazione delle misure presenterà delle difficoltà.

Delle novità sembrano incredibilmente manifestarsi anche al Fondo Monetario. Un documento “ufficioso” del dicembre del 2020, le cui conclusioni sono state confermate ufficialmente ieri, sottolinea come la pandemia abbia mostrato le diseguaglianze del mondo. Esso invita così i governi a spostare maggiormente la tassazione dai lavoratori a medio e basso reddito ai ceti più abbienti. Si propone un’imposta sul reddito più progressiva, un maggior uso di carbon tax, tasse patrimoniali e così via, affiancandovi anche una parità di accesso ai servizi di base quali la sanità, l’istruzione, le infrastrutture digitali, le reti di sicurezza sociale.

Si comincia intanto a pensare a come far fronte ai debiti fatti dai governi nell’ultimo periodo. Si discute quindi anche di aumentare le tasse ai ricchi, che, tra l’altro, hanno avuto, come già accennato, un “buon” covid. Si parla di nuovo di patrimoniale, di tasse sui guadagni in conto capitale, sulle successioni, sul lusso. Naturalmente contro le tasse sui ricchi si levano da sempre voci interessate con argomenti speciosi.

Una recente ricerca della London School of Economics mostra come negli ultimi 50 anni, analizzando 18 paesi Ocse, i tagli fiscali effettuati a favore delle categorie più agiate non abbiano portato né ad un aumento della competitività né a quella del Pil. Così degli autorevoli esperti britannici propongono una patrimoniale una-tantum, con un’aliquota del 5% su ogni ricchezza che superi le 500.000 sterline. Sembra una buona base di discussione.

Cosa succederà in proposito nella nostra palude nazionale? Si può pensare all’Ocse, almeno per le questioni fiscali, come ad un porto delle nebbie, con mandanti del gioco i paesi che ne fanno parte. Da molti anni vi si discute di tassazione di multinazionali, di carbon tax e di web tax e non si arriva a concludere mai nulla.

È almeno dal 2013 che la Francia, la Germania e la GB, preoccupate per le poche imposte pagate dalle multinazionali, chiedono all’Ocse di indagare sulla questione e di fornire delle soluzioni; ma siamo arrivati sino ad oggi senza alcun risultato, soprattutto per l’opposizione Usa.

La novità è ora costituita dal fatto che Janet Yellen, nell’ambito di un nuovo più generale attivismo Usa volto a riconquistare la leadership mondiale (?), si è finalmente dichiarata a favore di una tassa minima globale sui profitti delle multinazionali, da collocare al 21%, evitando così quella corsa alla riduzione delle aliquote nei vari paesi che è andata avanti per tanto tempo. E Francia e Germania sarebbero d’accordo con la Yellen, purché si desse il via anche ad altre questioni in sospeso.

È da tempo infatti che la Ue cerca di introdurre, sempre frenata dagli Usa, una tassa specifica sui guadagni delle imprese digitali (web tax), sostanzialmente americane, guadagni occultati nei paradisi fiscali. Diversi paesi avevano varato delle norme in proposito, ora sospese con l’obiettivo di trovare un accordo al vertice di Venezia di luglio. Ma gli Usa approveranno mai una cosa del genere? C’è da dubitarne. La Ue vuole mettere in campo anche una carbon border tax, ma di nuovo l’inviato Usa per il clima vuole discuterne alla conferenza Onu di fine anno. Si vedrà. Ma intanto qualcuno ha pensato a consultare i paesi emergenti?